CN RT 11 settembre: una fase difficile, intervento di Luca Scacchi.

Coordinamento nazionale #RiconquistiamoTutto, 11 settembre 2020, Bologna.

Care compagne e cari compagni, è un piacere riuscire a vedersi di persona, almeno con alcuni/e di voi.

Lo dico subito, non mi convince una parte del ragionamento, un impianto che viene proposto in questo coordinamento nazionale nella relazione e poi nel documento presentato al voto. Non mi convince innanzitutto perché io credo che questo mesi passati, e soprattutto quelli ancora a venire, sono segnati e saranno segnati da una profonda difficoltà. Nostra, soggettiva, e generale, nelle dinamiche complessive di fase che stiamo attraversando.

Io credo che sia importante che un gruppo dirigente sindacale, e innanzitutto un gruppo dirigente di un’area classista, affronti, discuta e provi a costruire delle vie d’uscita ragionando innanzitutto su questi elementi di difficoltà.

Elementi in primo luogo generali.

L’emergenza sanitaria durerà a lungo. A lungo. Almeno fino alla prossima primavera. È possibile anche che prosegua. E questo avrà un impatto. Sulla salute e la sicurezza di lavoratori e lavoratrici. Sui loro immaginari. Sulle possibilità e le capacità di costruire pratiche sindacali collettive. In maniera molto concreta. Ad esempio, Eliana citava il 26 settembre, la manifestazione nazionale sulla priorità della scuola che si terrà a Roma: non sarà un corteo. Perché a Roma in questo momento è vietato fare i cortei. Sarà un palco in Piazza del popolo, con tutte le dinamiche di accentramento e difficoltà che queste limitazioni impongono nei movimenti e nelle mobilitazioni.

C’è la recessione e c’è una lunga crisi. Una recessione epocale che si inserisce e si intreccia con una crisi decennale che ha le caratteristiche delle Grandi Crisi storiche. Cioè tutto questo ci dice alcune cose di cui come area sindacale dobbiamo esser consapevoli. C’è una precipitazione internazionale delle contraddizioni e delle conflittualità interimperialiste, che non sono più solo lontani eventi di guerra. Da una parte sono vicini a noi. Qualche mese ci sono stati scontri armati tra l’esercito turco e quello greco, ai loro confini. In questo momento, Macron ha concluso una riunione dei paesi NATO mediterranei per organizzare un pattugliamento militare [contenitivo rispetto alle mire turche]. A Misurata sono state costruite due basi militari turche, una navale ed una area. Un conflitto internazionale è letteralmente ai nostri confini. Dall’altra parte si sviluppano in una dinamica complessiva di competizione mondiale, con la precipitazione di una guerra commerciale per blocchi, come si sta delineando sulle contrapposte piattaforme informatiche tra USA e Cina. E tutto questo avrà conseguenze sulla militarizzazione sociale e il rafforzamento dei nazionalismi, che arriveranno ed arrivano anche nel mondo del lavoro e nella classe operaia.

C’è un enorme divisione del lavoro. Una divisione della classe. Anche a marzo c’è stata questa divisione, Eliana lo richiamava. Gli scioperi di marzo infatti sono stati segnati da disgregazione e frammentazione, nelle parole d’ordine e nelle loro dinamiche. Scioperi di autotutela non solo giustissimi ma importantissimi: un segnale enorme di ripresa della conflittualità rispetto al silenzio degli anni scorsi. Però questi scioperi non sono stati capaci di collegarsi, sviluppare le proprie dinamiche e generalizzare le proprie parole d’ordine.

C’è la concertazione della CGIL. Di più, e lo sottolineava l’introduzione, c’è un sostengo attivo al governo, di cui la CGIL è stato soggetto costitutivo. E qui, però, anche rispetto al documento, un’osservazione.

Certo, c’è l’offensiva di Confindustria, ma al momento c’è anche una sua incertezza e debolezza. Per il momento questa offensiva infatti è solo verbale, retorica e non concreta. E il primo rinnovo di un CCNL, quello degli alimentaristi, ha segnato da una parte il superamento di alcuni aspetti del patto del lavoro (ad esempio aumenti non limitati all’IPCA), dall’altro una spaccatura nel padronato (con le firme solo delle grandi imprese). Tutto questo ci dice che qualcosa non sta andando esattamente come vuole Bonomi.

Nel contempo, però, c’è un governo sostenuto dalla CGIL che sta conducendo politiche contro il lavoro. Sulla scuola e sulla sanità, in primo luogo, rilanciando gli impianti neoliberisti degli ultimi decenni: di questo ci parla la valorizzazione dell’autonomia nella riapertura della scuola o il rilanciando della privatizzazione della sanità che avviene con la focalizzazione del SSN sull’emergenza covid (trasferendo in convenzione gli usuali servizi medici e preventivi).

E, infine, c’è la destra che mantiene il suo consenso di massa, e che il 21 settembre vedremo tornare ad essere protagonista politica di questo paese.

Allora, e vado rapidamente, io credo ci sia anche una difficoltà nostra.

Noi siamo un’area plurale. Cioè siamo un’area che ha pratiche diverse, innanzitutto da un punto di vista sindacale. Non entro nelle altre categorie, parlo della mia. Tra come facciamo sindacato in FLC a Torino, a Milano ed a Roma, dove abbiamo un radicamento significativo, abbiamo pratiche e modi diversi. Talvolta contradditori. Con un difficile tentativo di coordinamento a livello nazionale. Ed abbiamo punti di vista e percorsi politici differenti.

Io credo sia necessaria, però, anche una consapevolezza. Guardate, il nostro percorso collettivo nasce nel 2003, quando un’area della sinistra sindacale [Cambiare rotta, ex Alternativa Sindacale] che aveva una matrice classiste ed un importante radicamento (in CGIL e nei luoghi di lavoro) è stata risucchiata in una logica burocratica e si è piegata alla logica della maggioranza. Quel percorso è nato da alcuni settori politici, dell’estrema sinistra, che si sono rifiutati di entrare in quella logica e si sono collegati con un settore di avanguardia, soprattutto della FIOM, costruendo la Rete28aprile. Ed è grazie a questo tessuto politico che questa area è riuscita a rinascere nel 2012, dopo che nel 2010 ci si era riannullati all’interno di una logica burocratica anti-camussiana che andava dalla destra socialista (Nicoletta Rocchi) ad, appunto, la Rete28aprile. Allora io credo che sia importante avere consapevolezza che quest’area vive non se costruisce una contrapposizione tra militanza (e settori) politici e militanza (e settori) sindacali, ma se è capace di riconoscersi come un’area ricca e plurale in cui si sviluppano dibattito e confronto, con una capacità di tenere insieme questi diversi punti di vista e di amalgamarli.

Per questo avrei preferito tenere il coordinamento nazionale a fine luglio. E chiedo, e chiederò, di tenere l’assemblea nazionale dell’area si tenga nei tempi più rapidi possibile, ad ottobre.

E credo anche che la nostra area, oltre che essere plurale, sia piccola. E sia logorata. Noi dobbiamo dircelo. Non è solo il problema dell’uscita dei compagni e delle compagne di SCR, che sono stati un settore significativo di quest’area. Innanzitutto, del suo radicamento, in alcuni territori e categorie. È il problema di un’area che è già esile nelle sue dimensioni e nelle sue dinamiche. Non solo ufficialmente (2% al congresso, 30mila voti al documento), ma anche nella capacità di reggere rispetto a tutta la dinamica in corso di cui parlavo prima.

Noi infatti subiamo questa fase difficile. Questi mesi di lockdown e distanziamento sociale hanno inciso su di noi. Come hanno inciso le più generali divisioni del lavoro: le differenze di pratiche e di interessi immediati tra il mondo del pubblico impiego, messo in larga parte in lavoro agile più o meno smart, e le pratiche di chi era al lavoro, in prima linea nella sanità o nella grande distribuzione, o ancora dentro le fabbriche costretto a lavorare. Dinamiche oggettive che dividono e creano cicli di lotte diversi. Dentro questa dinamica, è importante, io credo esser consapevoli che proprio in questo momento la rottura di SCR rischia di minare la nostra capacità di tenuta e di prospettiva, di fronte ai tempi difficili che abbiamo (sul quadro più generale e nella CGIL, nelle sue strette politiche e organizzative).

Per questo io credo importante, e credo che manchi nel documento proposto, il riconoscimento di questa difficoltà di fase. La necessità di aprire un confronto ampio tra di noi. Come nel 2016. Come allora, in un altro momento difficile del nostro percorso, con un ciclo di riunioni e assemblee in ogni territorio ed in ogni categoria, in cui apertamente confrontare le diverse analisi, i diversi punti di vista e le diverse pratiche. E con un’assemblea nazionale, e forse anche più di una, al termine di questo percorso.

Credo che uno dei problemi che abbiamo, Eliana lo ricordava alla fine, sia quello di non agire solo con la nostra critica negli organismi CGIL, ma anche nelle dinamiche della lotta di classe. Riuscire cioè a porsi il problema, e l’obbiettivo, di sviluppare concretamente la conflittualità e di connettere le lotte nei luoghi di lavoro. Da questo punto di vista si pone la questione dell’assemblea nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi/e del prossimo 27 settembre. Il problema non è riconoscere limiti e problemi in questo percorso, che ci sono. Il problema non è la consapevolezza della differenza e della divisione tra settori del lavoro e tra pratiche del sindacalismo conflittuale, compresi i settarismi di molte organizzazioni. Consapevolezza che credo ci sia, proprio nel mio ragionamento. Il problema è lavorare attivamente perché queste dinamiche abbiano un esito diverso. È lavorare attivamente perché l’esito dell’assemblea del 27 non sia la proclamazione dello sciopero con la CUB il 23 ottobre, o contro la CUB in una data alternativa, ma segni l’avvio di un percorso diverso. Non attendere passivamente che le cose succedano, più o meno da sole o per effetto dell’azione altrui.

Ultima cosa e chiudo, credo che sia assolutamente necessario che noi sin da subito, da oggi, ci diamo un profilo di alternativa rispetto una svolta e una stretta storica in CGIL. Landini ha convocato, ha spinto per farla convocare ufficialmente dalla segreteria confederale, due conferenze a distanza di sei mesi, una di programma ed una organizzativa. Ci sono già per entrambe dei documenti [Dall’emergenza al nuovo modello di sviluppo ed Il lavoro si fa strada], tra parentesi mai neanche discussi dal Comitato Direttivo o dall’Assemblea Generale della CGIL (solo dalla segreteria, con percorsi più o meno vari nei territori, nelle categorie e in quella sorta di direzione ufficiosa che è la riunione dei segretari generali regionali, metropolitani e di categoria). Due conferenze (programmatica e organizzative) che con questa cadenza si sono tenute solo nel 1989, quando con Trentin si riconfigurò la CGIL con lo scioglimento delle componenti di partito e la definizione dei centri regolatori, sotto l’egida del sindacato dei diritti. Oggi si vuole ridisegnare la CGIL, su una logica partecipativa e cogestionaria con il padronato. Davanti a questo, io credo che noi dobbiamo subito proporre un impianto e una dimensione alternativa, che si rivolga dentro la CGIL ma che faccia comprendere il significato ed il profilo di questa svolta anche fuori dalla CGIL [a partire dalla più larga sinistra sociale e politica].

Luca Scacchi

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