Diario di una sorella in smartworking

Racconto "semiserio" di Eliana Como sulla organizzazione del lavoro e degli spazi in smartworking

Mia sorella lavora in una delle più grandi imprese di servizio italiane, fino a qualche tempo fa pubblica. E’ impiegata. Non fa la sindacalista e non è una rompiscatole come la sorellina più piccola, non si lamenta mai, è ligia al dovere, accomodante e, mio malgrado, obbediente ai capi. Però, l’altro giorno ha letto un mio articolo e mi ha detto: HAI RAGIONE! RAGIONE DA VENDERE!

Mia sorella, da marzo, lavora in smartworking. Sul tavolo della cucina!

Prima del lockdown, lo smartworking in quella azienda era realmente volontario e si poteva scegliere di farlo non da casa ma presso altre sedi. Mia sorella lo faceva qualche giorno al mese, con grande soddisfazione, andando a lavorare in una sede vicino casa. Fin qui, tutto bene. Poi, con il lockdown, è diventato la norma. C’era l’emergenza e in qualche modo tutti ci siamo arrangiati. Mia sorella ha una casa normale, né grande né piccola, dove vivono (e lavorano) in quattro. I miei nipoti studiano. E mio cognato, che lavora per la stessa azienda di mia sorella, è anche lui in smarthworking. Lui però lavora alla scrivania, in camera del figlio, mica in cucina sulla sedia di legno e nel via via generale di casa. Dimenticavo: a mia sorella non sono riuscita a insegnare nemmeno un po’ di femminismo…

Passato il lockdown sperava di rientrare in ufficio. Invece, fino a fine ottobre – e probabilmente oltre – saranno in smartworking. Poi potrà scegliere, se continuare così oppure rendersi disponibili a tornare in ufficio, ma in sede non definite che potrebbero cambiare anche ogni settimana, a seconda delle disponibilità. Le sedi sono sparse in tutta Roma, quindi potrebbe facilmente capitare una sede dall’altra parte della città. Così, con l’incognita di finire in una scrivania non sua a ore di traffico da casa, si sente costretta, suo malgrado, a accettare “volontariamente” di continuare lo smarthworking.

E siccome ha letto il mio articolo è finalmente arrabbiata con l’azienda (vivaddio!), perché le ha scaricato addosso tutti i problemi relativi all’organizzazione e all’ambiente di lavoro, risparmiando nel frattempo sui buoni pasto, oltre che su spese di riscaldamento/condizionamento, pulizia delle sedi, illuminazione eccetera. E in un impeto di “rivolta”, mi ha confessato che ha finalmente deciso di ribellarsi almeno al tavolo della cucina.

Soltanto che in casa non c’è un altro posto. Ci sarebbe soltanto in camera da letto un angolino per mettere una postazione un po’ più comoda, ma giustamente dice che non vuole essere costretta a dormire nella stessa stanza in cui lavora. Come darle torto! Nel terrazzino qualche volta ci si è messa, ma fa troppo caldo o troppo freddo e comunque arriva il rumore della strada.
Allora, disperata, mi ha chiesto se approvavo che mettesse un tavolinetto e una vecchia sedia di vimini (???) nel corridoio. Che in realtà, più che essere un corridoio è una sorta di disimpegno tra la cucina e le camere da letto. Un posto buio e angusto, senza finestre, contro il muro e davanti al bagno. A me è dispiaciuto dirle NO! Nel senso che un po’ si rideva anche e io le ho chiesto se era impazzita. Poi però ho capito che è proprio amareggiata e non ha alternative. Le mancano più di dieci anni alla pensione. E’ già stata operata una volta alla spalla. Può pensare davvero di continuare a lavorare sul tavolo della cucina – o in corridoio! – sperando che prima o poi i figli ventenni si sistemino e le lascino finalmente “una stanza tutta per sé”?

Insomma, alla fine l’ho almeno convinta a illuminare bene il tavolino e farsi dare dall’azienda una sedia decente (come quella che già usa mio cognato…) abbandonando almeno l’idea della vecchia sedia di vimini. Ma non mi sento certo di averle dato un buon consiglio. Le ho detto di protestare e rivolgersi ai sindacati, ma non mi aspetto di riuscire a convincerla.

In ogni caso, ho raccontato questa storia perché in realtà me lo ha chiesto lei. Scusate, perché magari ho banalizzato usando un racconto personale. Rimando al mio articolo di qualche tempo fa per una analisi ben più rigorosa (Il cavallo di Troia dello smartworking), ma mi pareva utile questa storia per spiegare la “volontarietà” dello smartworking, anche per una impiegata, normalmente accomodante e in una famiglia “media”.

Eliana Como

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