L’asso nella manica

di Eliana Como. Ora i soldi ci sono, ma senza la mobilitazione non ne vedremo mezzo

L’accordo sul Recovery Fund sottoscritto stanotte mette sul tavolo 209 miliardi di euro all’Italia (127 come prestito e 83 a fondo perduto). Al tempo stesso, prevede però il controllo sullo stanziamento delle risorse da parte degli altri paesi, non molto diversamente da come avrebbe fatto il MES. Aldilà dell’immediato entusiasmo mediatico, il rischio è di avere i soldi, ma con il cappio al collo, come già accadde in Grecia, in particolare sul tema pensioni e, quindi, di essere ancora noi a pagare.

Dobbiamo rivendicare che questi 209 miliardi in Italia vadano, prima di qualsiasi altra cosa, al sostegno alla sanità pubblica (se non ci fossero stati decenni di tagli e privatizzazioni, la strage del Covid avrebbe avuto proporzioni assai diverse) e alla scuola (che viceversa, senza investimenti e assunzioni, rischia di non essere in condizione di riaprire in sicurezza nemmeno a settembre).
E che siano indirizzati alla difesa dei settori in crisi e dell’occupazione, non solo con il blocco dei licenziamenti e una seria riforma degli ammortizzatori sociali, ma anche con politiche di nazionalizzazione dei settori strategici e soprattutto con il finanziamento della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Se la crisi economica ci sta per travolgere con decine di migliaia di licenziamenti (i precari stanno già pagando il prezzo), la soluzione più immediata deve proprio essere lavorare meno per lavorare tutti. Compresa la riduzione dell’età pensionabile: mandare in pensione prima i lavoratori e le lavoratrici più anziane per assumere i più giovani.

È possibile fare questo nel quadro del Recovey Fund, con il cappio al collo dei paesi «frugali»? E in ogni caso, ora che i soldi ci sono, chi determina che non finiscano tutti in grandi opere e sostegni a pioggia alle imprese senza alcun vincolo? Di certo non un tavolo di concertazione, peraltro improbabile.

C’è solo una partita che si può giocare e, certamente, anche nella migliore, delle ipotesi non è facile e non ha nemmeno garanzia di riuscita, come ha dimostrato la Grecia. È la mobilitazione del mondo del lavoro, cioè di quegli stessi involontari «eroi» e «eroine» che hanno mandato avanti il paese quando anche solo uscire di casa era un pericolo. Quegli stessi che tanto servivano agli imprenditori, tra marzo e aprile, per non fermare le produzioni.

Per quanto lo auspichi e lo chieda, è francamente improbabile che sia il sindacato confederale a aprire questa strada. Ha ampiamente dimostrato in questi mesi di essere una delle principali stampelle di questo governo. Tuttalpiù si impegnerà nei tavoli del governo per prorogare quanto più possibile il blocco dei licenziamenti e ottenere una qualche riforma degli ammortizzatori sociali. Con altrettanta franchezza, è assai poco probabile anche che siano i vari sindacati di base a cambiare il quadro, con i rituali scioperi dell’autunno, di solito molteplici.

La strada è in salita quindi, senza dubbio. Ma l’alternativa è cedere alla ferocia di Confindustria che piange miseria da molto prima del lockdown e fa della distruzione dei contratti nazionali un manifesto. La stessa Confindustria che non ci ha pensato un minuto a mandarci al massacro durante la catastrofe avvenuta a marzo.

Non possiamo permetterci di essere spettatori, né di arrenderci, tantomeno di soccombere. D’altra parte, abbiamo un «asso nella manica»: senza di noi, il paese si ferma e dalle fabbriche non esce un bullone. Ricordiamocelo. Quando a marzo ce n’è stato bisogno, tante fabbriche le abbiamo fermate così. Non tutte, certo, ma abbiamo costretto poi il sindacato a venire dietro e pure il governo, pur con tante contraddizioni, a assumere la decisione del lockdown.

Chi può, allora, si riposi questa estate. Proviamo a rimarginare anche le ferite di questi mesi, ma senza permettere a nessuno di dimenticare e cancellare le responsabilità, a volte gravi, a volte criminali. In autunno, ci aspetta una sfida altrettanto epocale di quella che abbiamo appena vissuto. Le parole d’ordine non ci mancano: investimenti su sanità e scuola pubblica, difesa del salario e dell’occupazione, riduzione dell’orario di lavoro e dell’età pensionabile, nazionalizzazione dei settori strategici.

Non facciamoci mancare la convinzione e la speranza. Ricordiamocelo: siamo sognatrici e sognatori.

@elianacomo – portavoce #RiconquistiamoTutto

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