L’economia di guerra… contro chi lavora

Di Stefano Castigliego e Enrico Pellegrini

La crisi della pandemia legata al dramma del corona-virus ha fatto emergere le verità ignorate dalla cosiddetta politica visti i tragici tempi che stiamo attraversando.
Ci riferiamo principalmente a tutti quei soggetti che negli ultimi decenni hanno
ripetutamente sottolineato l’importanza di osservare scrupolosamente i dettami dell’Unione Europea pena la nostra esclusione dal grande mercato comune e l’indebolimento della nostra economia nazionale.
Parametri che non hanno mai avuto niente a che fare con le necessità sociali dei popoli dei singoli paesi e che hanno pesantissime responsabilità circa la quotidianità sofferente di chi oggi vive, lavora e muore tra le corsie degli ospedali.
Scelte politiche precise attuate in completo ossequio agli obblighi del “Fiscal
Compact” europeo hanno reso conseguente la precarizzazione di un’intera generazione di nuovi lavoratori, negandogli diritti, norme, garanzie, salari, ed hanno contribuito a tagliare enormi quantità di spesa pubblica per la sanità, i trasporti, l’istruzione, beni primari e servizi sociali di varia natura.
Ogni governo (dal più “sovranista” al più “progressista”) ha recitato anche qui in Italia sempre il medesimo copione imponendo nel proprio “programma” salassi colossali sul tema della spesa sociale in seno al contenimento di bilancio pena le sanzioni economiche imposte da Bruxelles. Si è giunti persino a normare il pareggio del suddetto bilancio nella nostra costituzione.
Oggi constatiamo che i profitti conseguiti da banche e altri soggetti finanziari vanno a gonfie vele incamerando annualmente gli interessi del nostro debito pubblico (60/80 miliardi di euro). Siamo in una grande gabbia nella quale vizi e “virtù” della tanto decantata competitività di mercato hanno prodotto enormi diseguaglianze sociali e tantissima povertà e, in un imminente “ripartenza” economica, i costi futuri dell’odierna tragedia epocale saranno drammatici per lavoratrici, lavoratori e pensionati.
A guadagnare domani con i vari decreti messi in atto dal governo saranno ancora gli stessi soggetti con la cosiddetta economia di guerra (così definita dal PdC Conte) che stanzia garanzie di debito per circa 400 miliardi di euro per le imprese e tutto questo non sarà a costo zero per coloro che già hanno dato ampiamente
A pagare quindi saranno sempre i soliti noti attraverso il gettito fiscale che in Italia è composto per l’80% dai proventi derivanti da lavoro dipendente. A quella stretta minoranza di speculatori invece negli ultimi trent’anni è andato ben oltre il 20% di PIL in rendite e profitti senza dimenticare la profusa evasione fiscale di oltre 100 miliardi di euro all’anno (dati MeF 2018) che ha contribuito a depotenziare la salvaguardia della vita di ogni cittadino.
Questo virus tremendo ha ucciso migliaia di esseri umani evidenziando lo scempio sociale che tali scelte politiche hanno fin qui prodotto privilegiando il business e non il benessere pubblico.
Alle migliaia di operatori della sanità (ipocritamente oggi definiti eroi da chi intanto li ha crocifissi) è stato “regalato” sia un blocco salariale di circa dieci anni, che imposti ritmi lavorativi logoranti, condizioni operative pietose e situazioni estreme di deficit di personale.
Negli ultimi 20 anni in Italia si sono chiusi oltre 200 ospedali pubblici e tagliati circa 40 miliardi di spesa sanitaria facendo scivolare l’Italia negli ultimi posti in Europa per incidenza di tale voce sul PIL (6,5%). Ma non basta: si sono aumentate rette, tariffe, ticket e privatizzato tutto il comparto sanitario “accessorio” (e non solo) oltre a devolvere fiumi di miliardi di euro alle diverse forme d’investimento nella sanità privata.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Migliaia di anziani morti in solitudine
dimenticati da tempo da uno stato concentrato a depotenziare quel servizio
sanitario nazionale che quegli stessi anziani con le loro lotte contribuirono a creare in seno ad un diritto universale irrinunciabile che si chiama SALUTE.
La ricerca inoltre, voce importantissima in previsione di tutele curative adeguate, è stata totalmente ignorata.
In questo paese siamo vittime di una permanente campagna elettorale dove ognuno pensa di essere il migliore.
Le giuste e drastiche misure di restrizione imposte dal governo hanno creato altresì delle tremende ed imponenti emergenze sociali. Colpevolmente non dappertutto si è voluta arrestare tutta la cinghia economico- produttiva e questo ha favorito (soprattutto in Lombardia) il diffondersi del contagio coi relativi morti. Non ci illudiamo che Bonomi (pres. Confindustria appena eletto) abbia alcuna remora in proposito. Conosciamo fin troppo bene quali “sentimenti” pervadano il magico mondo degli affari per lorsignori. Oltre il 60% delle imprese non ha totalmente arrestato il ciclo produttivo e la recente riapertura della stessa Fincantieri (azienda di stato) rappresenta un’enorme contraddizione tra ciò che viene propagandato e ciò che poi viene messo in atto realmente per la salute di migliaia di lavoratori.
Nel contempo milioni di lavoratori invisibili non hanno ora la possibilità di far fronte alle proprie primarie necessità perché vittime del lavoro nero che in questo paese è persistentemente sistematico e in continua crescita. Abbiamo registrato anche come migliaia di aziende, enti, associazioni e cooperative che hanno racimolato profitti da capogiro negli ultimi anni non intendano oggi nemmeno anticipare quanto dovuto dall’INPS ai propri dipendenti, soci o collaboratori.

Emblematico il caso tutto veneziano dei musei civici dove circa 350 operatori con stipendi medio bassi non riceveranno gli emolumenti anticipati di marzo nonostante sia presente un accordo sindacale che regolava come devolvere il dovuto compenso.
Tutto questo, oltre al triste corollario dei continui caduti sul lavoro, ci fa pensare che, ancora una volta, il costo della crisi sarà fatto ricadere sulla parte più debole della società: la classe lavoratrice.
La stessa però ha già lanciato ottimi segnali di rinnovato protagonismo sindacale e politico andando a scioperare in diverse fabbriche manifatturiere nei primi tempi di questa emergenza ed obbligando certe voci padronali a chiudere i battenti e a tornare sui propri passi.
Confidiamo appunto in questo.

Nella conflittualità sociale, nel disimpegno della concertazione sindacale, nella fine della falsa condivisione di comuni “progetti europei”, nella speranza di ruoli più combattivi delle varie compagini sociali e di rinnovate spinte propulsive atte alla conquista di diritti lavorativi e garanzie sociali nella speranza che nessuno mai dimentichi il prezzo che hanno dovuto pagare tutte
quelle lavoratrici e tutti quei lavoratori morti per combattere il virus.

Stefano Castigliego
Assemblea generale CdL CGIL VENEZIA
Enrico Pellegrini
Direttivo CdL CGIL Venezia

” IL SINDACATO E’ UN’ALTRA COSA” area di opposizione in CGIL

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