Note al Manifesto per una didattica inclusiva

Un contributo di Alberto Pian, insegnante, direttivo piemontese FLC-CGIL

Queste note sono del tutto personali e vogliono essere un contributo al dibattito che si è aperto in queste settimane e che il Manifesto intende stimolare. Il Manifesto, scaricabile qui, è stato lanciato dalla FLC – CGIL.

Qui potete scaricare questo contributo in pdf.

* * *

A mio parere questo Manifesto pone alcune questioni che meritano di essere affrontate. Inizierei però con una osservazione che mi sento di esprimere come iscritto e militante della CGIL: un Manifesto di questa importanza, secondo me, merita di essere portato a conoscenza delle strutture di base, delle RSU, degli iscritti, delle istanze territoriali del nostro sindacato, prima di essere pubblicato. E penso che tutti i nostri iscritti e, più in generale, i docenti, si pongano numerosi problemi in merito e per questo un ampio dibattito interno sarebbe stato auspicabile. Infatti trovo che sia giusto riflettere su questioni metodologiche e didattiche, specialmente in una situazione di emergenza come questa. Ma mi chiedo come sarebbe stato affrontato, da parte dei nostri iscritti e dei docenti, il proposito di sostenere un’ampia concezione pedagogica:

“La FLC CGIL, insieme ad esperti e ad associazioni professionali, ha sentito la necessità di porsi degli interrogativi di natura metodologica e didattica, che danno veste alla più ampia concezione pedagogica che sostiene i valori di democrazia e di inclusione pensati per la Scuola dalla Costituzione Repubblicana.”

Siamo stati tutti formati sul fatto che la ricerca pedagogica e didattica si fonda sul principio di laicità della scuola e del pensiero. Com’è noto esistono diverse scuole di pensiero pedagogico e diversi orientamenti didattici. Laicità significa che la scuola non può assumere a sua guida uno qualsiasi di questi orientamenti. Altrimenti uno dei rischi, per esempio, è che qualcuno potrebbe riesumare lo “Stato pedagogico” di infausta memoria, per assoggettare la scuola a questo o a quell’indirizzo (pensiamo alla “pedagogia” della Confindustria), e che i suoi insegnanti vi si dovrebbero sottomettere. Il rischio dello sposare ufficialmente determinate pedagogie è di autorizzare in qualche modo qualcuno – nel nome di una pretesa pedagogica “giusta” o “ufficiale” – ad attaccare il pensiero critico, l’indipendenza della scuola, i principi della libertà di pensiero, della laicità e della libertà di insegnamento. Tutti valori che tutelano ogni singolo docente di fronte alle ingerenze esterne. La domanda che pongo è questa: adottare determinati orientamenti pedagogici aiuta il nostro sindacato a proteggere i docenti da queste pressioni e condizionamenti? Li aiuta a difendere la loro libertà di pensiero e di insegnamento? Favorisce il dibattito pedagogico?

Per esempio:

“La collegialità, e non l’iniziativa dei singoli docenti, continua a essere una funzione inderogabile di orientamento e progettazione che va esercitata anche nell’emergenza nel rispetto della normativa vigente, con modalità flessibili e un’articolazione agile e funzionale degli organismi: consigli di classe, team dei docenti, dipartimenti, ecc.”

Come insegnanti e come cittadini della Repubblica, abbiamo imparato che le libertà sono individuali e non collettive. Sappiamo anche la libertà di insegnamento (che purtroppo viene citata solo nella premessa del Manifesto), è il motore pedagogico e didattico della scuola e la sua garanzia di democrazia. Perciò, se diciamo che la progettazione pedagogica dovrebbe essere un atto collegiale apriamo la strada a coloro che vogliono rimettere in causa le libertà di ciascuno. Pensiamo ai vecchi fantasmi della “pedagogia di Stato”, di una scuola irregimentata in virtù di una “collegialità” che soffoca la democrazia e la libera ricerca pedagogica, del docente visto come ingranaggio di una macchina “collettiva” che fa capo a un regime che, di conseguenza, può soffocare anche lo sviluppo di un uguale anelito alla libertà e alla critica, da parte degli studenti. Noi abbiamo sempre combattuto queste concezioni, per questo motivo, a mio parare, bisognerebbe andare molto cauti e considerare più attentamente la questione quando si parla di collegialità e di libertà di insegnamento.

Un altro problema che, sempre a mio parere, emerge parlando di questi temi, riguarda la natura del sindacato. Credo che anche il sindacato, essendo un’ampia organizzazione che accoglie i lavoratori, i docenti, il personale amministrativo, ausiliario, tecnico, ecc. indipendentemente dagli orientamenti culturali, religiosi, politici, di ciascuno, si debba porre in modo laico, senza abbracciare determinati orientamenti pedagogici, per quanto “condivisi” e “accettabili” possano essere. Infatti, l’unità dei docenti e di tutto il personale, non è determinata dalla scelta di un indirizzo pedagogico, ma dal rispetto della libertà di insegnamento di ciascuno, del libero confronto, della laicità del pensiero e della scuola.

In questo senso è giusto scrivere:

“Con molto impegno e anche grande fatica i docenti hanno saputo mettere in campo strategie didattiche che si sono rivelate indispensabili per far sentire ai ragazzi la vicinanza dei loro insegnanti.”

Infatti, questo impegno dei docenti è stato possibile proprio perchè gli insegnanti si sono potuti avvalere di questi principi di laicità e di libertà pedagogica, che hanno permesso loro di “mettere in campo strategie didattiche” giustamente giudicate come “indispensabili” e che sono state diversificate in base a una serie di condizioni e di riflessioni da parte di ogni singolo insegnante.

Invece penso che i colleghi abbiano difficoltà ad appropriarsi di formule che sembrano esprimere giudizi. Ad esempio:

“Servirebbe pertanto ragionare anche sulle modalità con cui si realizza la didattica a distanza perché è forte il rischio che si esaurisca in una mera trasmissione verticale di nozioni.”

Perché dico questo? Perchè da un lato questo pensiero indica giustamente che devono esistere una pluralità di scelte pedagogiche e metodologiche. Ed è importante sottolineare questo aspetto plurale. Però sembra che determinate pratiche legate a “una mera trasmissione verticale di nozioni”, siano giudicate di per sé negative, senza tenere conto dei contesti, dell’età degli studenti, degli ordini di scuola e degli indirizzi. Anche una didattica trasmissiva fa parte, a pieno titolo, delle opportunità didattiche alle quali gli insegnanti possono attingere. Anzi, è bene che a scuola si presentino ai ragazzi diverse opzioni, in modo che questa ricchezza permette agli studenti di confrontarsi con una varietà di impostazioni e quindi di intraprendere discussioni e confronti, cioè di crescere sviluppando il loro pensiero critico, osservando il mondo da più lati. La varietà pedagogica è una ricchezza, non un problema. Perciò penso che stabilire delle gerarchie pedagogiche e didattiche, possa portare qualcuno a sentirsi autorizzato a infrangere i principi di laicità della scuola e del pensiero critico, che a noi sono sempre stati cari e preziosi. Per esempio, trovo giusto affermare, come fa il Manifesto, che la relazione pedagogica è qualcosa che si costruisce hic et nunc, e quindi libera di essere costruita. Perciò, un docente animato da una libera ricerca di metodi e di scelte che possono comprendere ora un’apertura verso sistemi cooperativi, ora verso sistemi più verticali, ora verso sistemi aperti di ricerca, e così via (secondo le condizioni che si determinano e le esigenze che maturano),  potrebbe essere messo in difficoltà da giudizi che tendono stabilire delle “gerarchie” sul piano pedagogico e didattico.

Ad esempio, leggendo che la tecnologia “dovrà contribuire a progettare e a riorientare consapevolmente una didattica diversa”, un docente si potrebbe giustamente chiedere: “diversa” da che cosa? Quale didattica dovrebbe lasciare il terreno a quest’altra “didattica diversa”? In effetti la storia della pedagogia e della didattica ci dice che non può esistere una didattica sbagliata in sè, poiché la didattica, come la pedagogia, sono le scienze dell’apprendimento, dello sviluppo, dell’accoglienza, dell’inclusione, del portare avanti l’apprendimento, lo sviluppo cognitivo, il senso critico. Sono ambiti del sapere che hanno sviluppato discussioni, idee, proposte in diverse epoche. Queste idee e proposte non seguono una linea di “evoluzione” scientifica. Se oggi è anacronistico sostenere che la terra è piatta, non è anacronistico utilizzare un metodo socratico, o studiare il modo di condurre una lezione per un paio d’ore, o di applicare le proposte di Cousinet o di Freinet o di Comenio o di Rousseau, o di Plutarco quando invita gli studenti ad “ascoltare”, e di tanti altri maestri, docenti, pedagoghi. La pedagogia e la didattica offrono continui spunti di riflessione, la loro storia non è la storia di idee e di metodi che via via vengono “superati”, come avvenuto per le leggi dell’ottica in campo scientifico, per esempio. Possono invece esistere scelte che si rivelano sbagliate in determinati momenti, ma è difficile dire che possano esistere pedagogie sbagliate in se stesse. Se usciamo da questo solco, non rischiamo di depotenziare la visione laica e libera della pedagogia, strumento illuminista di lotta all’oscurantismo religioso e feudale? Non corriamo il rischio che i docenti iscritti alla CGIL vengano indotti a dividersi sulla base di determinati orientamenti a scapito di altri e che si creino degli steccati nel nostro stesso sindacato? Non c’è il rischio che i nostri iscritti si disuniscano, invece di confrontarsi in un libero dibattito? E, infine, non c’è il rischio che chi non si allinea a un pensiero pedagogico unico sia costretto lasciare la nostra organizzazione?

Sulla stessa linea mi pongo una serie di domande sulle considerazioni finali del Manifesto sulla “valutazione”. E’ giusto dire che la valutazione non potrà seguire i canoni tradizionali, se si intende che la frammentazione del Paese, le condizioni di profonda ineguaglianza, mettono oggi la valutazione di fronte a una complessità senza precedenti. Ma, anche in questo caso, mi chiedo se dobbiamo dare delle indicazioni come queste:

“La valutazione alla fine del presente anno scolastico dovrà avere una dimensione fondamentalmente formativa rispetto al passato”

Certo, è molto probabile che ci saranno casi in cui una valutazione tradizionale sarà la scelta meno idonea, ma ce ne saranno altri dove le cose saranno più complesse. Mi chiedo: un sindacato deve dare delle indicazioni pedagogiche anche nei confronti della valutazione? Il tema della valutazione non dovrebbe essere un tema aperto, discusso liberamente da insegnanti e pedagoghi, senza necessariamente giungere a una conclusione uguale per tutti?  Non rischiamo di essere accusati di contravvenire allo spirito laico che abbiamo sempre sostenuto? Non rischiamo di essere accusati di sostenere fra le righe che gli insegnanti sarebbero incapaci di riflettere e di discutere e dovrebbero essere guidati dall’alto? Mi sembra strano che diciamo che gli insegnanti debbano sottostare, sul tema della valutazione, a scelte calate sulla loro testa e che non facciamo affidamento sulla loro capacità professionale e sulla loro libertà di giudizio.

Parlando di didattica a distanza, secondo me bisognerebbe precisare alcune formule, per esempio, prendiamo in considerazione questa:

“Occorre però essere consapevoli degli evidenti limiti della didattica a distanza rispetto alla didattica in presenza,”

Se analizziamo le cose, vediamo che non esiste un sistema chiamato “didattica a distanza”, contrapposto a un sistema chiamato “didattica a scuola”. In realtà esistono persone, luoghi, tempi, adatti a usufruire dell’uno o dell’altro. Per esempio, i bambini e gli studenti di scuola primaria e secondaria devono poter frequentare la scuola. Ma un adulto che sceglie di investire il suo tempo per ottenere specializzazioni che sarebbe impossibilitato a conseguire? Quali “limiti” potrebbe avere una “didattica a distanza” per chi vuole frequentare un corso in un’altro continente, risparmiando costi di spostamento e di soggiorno? Bisognerebbe contestualizzare meglio questa questione, perchè viene posta in termini troppo generali e astratti e oggi, più che di didattica. distanza, dovremmo parlare di “sforzi didattici” che i docenti stanno facendo in una situazione di emergenza improvvisa. Per esempio è giusto rilevare quale sia il quadro reale di un paese che il ministro dell’Istruzione ha completamente ignorato nel famoso dispositivo Bruschi (ex sottosegretario della Gelmini), di cui i sindacati hanno chiesto il ritiro:

“Queste prime settimane hanno messo in evidenza come molti allievi non fossero in possesso né della connessione necessaria, né degli strumenti tecnologici per poter rispondere alle richieste degli insegnanti o seguirne le attività. Inoltre, oltre agli evidenti limiti rispetto alla consueta relazione affettiva che la scuola attiva con i bambini della scuola dell’infanzia e della primaria, c’è da rilevare, più in generale, che molti ragazzi non possono contare su genitori in condizione di aiutarli nelle attività proposte dalla scuola a distanza.”

Ed è proprio vero: la settima potenza industriale ed economica del mondo, non è in grado di mettere in comunicazione gli insegnanti con i propri studenti, le famiglie con i docenti in egual misura su tutto il territorio italiano. Penso quindi che dobbiamo chiamare in causa il ministro e il governo. Dovremmo chiedere conto al governo della politica che ha praticato, delle sue responsabilità in questo disastro, per il quale un terzo delle famiglie (dati Istat), non possiede una connessione decente, o non ha alcuna connessione, o strumento di connessione. Se la responsabilità di questa situazione è politica e non “didattica”, penso che gli insegnanti che si sono attivati in tal senso, con grande fatica e impegno, abbiano difficoltà a capire questa asserzione, secondo la quale la “scuola a distanza” sarebbe responsabile della discriminazione:

“In altre parole, la scuola a distanza, oltre a compromettere il senso più autentico della relazione educativa, rischia di essere ancora più discriminatoria e selettiva di quanto possa essere quella in presenza.”

In effetti, il nemico degli insegnanti e delle famiglie non è la “scuola a distanza”, come non lo sono gli sforzi che tutti hanno intrapreso, o cercato di intraprendere. Il “nemico” comune è piuttosto il modo con cui il governo ha gestito e sta gestendo questa crisi. La scuola a distanza non ha proprio “compromesso” il senso più autentico della relazione educativa. Anzi, grazie agli sforzi fatti, gli insegnanti hanno cercato di mantenere viva una relazione educativa e un rapporto con le famiglie. Se la situazione oggi risulta compromessa difficile, complicata, snervante e stressante, ai limiti dell’impossibile per centinaia di migliaia di docenti, di famiglie e di studenti, dobbiamo cercare la causa nelle politiche dei governi, che hanno, per esempio, privatizzato le telecomunicazioni (governo Prodi), svenduto un bene civile come il diritto alla connessione, che hanno permesso ai colossi delle telecomunicazioni di realizzare profitti enormi creando un paese a due o a tre velocità, che hanno permesso sconti fiscali e agevolazioni di ogni genere a multinazionali dell’informatica, aumentando il digital divide. E poi, a monte, se questa crisi è diventata così grave e difficile per gli stessi insegnanti, per il personale scolastico (inviato a tenere aperte le scuole in condizioni gravi e senza sicurezze), e per le famiglie, dovremmo cercare le responsabilità nella privatizzazione dei servizi sanitari e nella loro “regionalizzazione” e nelle politiche scellerate compiute dai governi da almeno vent’anni che ha letteralmente consegnato la popolazione ala pandemia. In definitiva: se gli insegnanti e le famiglie si sono trovate a lavorare in condizioni a volte impossibili – o a non poter lavorare affatto – è a causa delle condizioni insopportabili in cui le famiglie e gli insegnanti versano nel nostro paese (pensiamo a quali disastri ha combinato il Job Act, tanto per fare un esempio, estendendo la miseria e diminuendo le condizioni di vita delle famiglie popolari e dei giovani). Questo non è un tema pedagogico, ma un accenno, il Manifesto lo potrebbe enunciare poiché se il virus uccide, le responsabilità della situazione drammatica in cui ci troviamo sono politiche, non sono biologiche e neppure pedagogiche. Ad esempio la pagliacciata degli stanziamenti che il ministro ha assegnato alle scuole per dotare di strumenti informatici gli allievi bisognosi, mette in luce tutto il malgoverno del ministro dell’Istruzione: una decisione presa ben tre settimane dopo la chiusura delle scuole, in un momento in cui il tempo è tutto per ricostruire un minimo di relazione educativa; una decisione che diventa operativa dopo oltre cinque settimane e che stanzia una cifra così marginale da lasciar fuori migliaia e migliaia di studenti che avrebbero bisogno; una decisione che, oltretutto, si “dimentica” che gli strumenti non servono a nulla se non ci sono le connessioni, e le connessioni idonee non ci sono in larghe parti del nostro territorio e non ci sono proprio a causa delle politiche scellerate di privatizzazione che hanno messo un bene così importante nelle mani dei colossi delle telecomunicazioni internazionali.

Certo, è giusto rivendicare:

“un piano nazionale e strutturale, di predisporre dotazioni informatiche e di organico, da rendere disponibili per gli studenti di tutte le regioni d’Italia”

e allora dobbiamo organizzare una campagna massiccia per denunciare questa situazione, per inchiodare il governo alle sue responsabilità, per dire che lo Stato, i cittadini, non devono spendere un € per il loro diritto a connettersi con gli insegnanti e fra di loro, che gli strumenti e le connessioni devono essere fornite subito e direttamente dalle compagnie, che le compagnie di telecomunicazione devono essere subito rinazionalizzate, che le compagnie informatiche a cui si sono fatti enormi favori, si sono offerte agevolazioni di ogni tipo, devono fornire strumenti agli studenti e ai docenti che ne hanno bisogno e che bisogna farlo subito, perché nella scuola il tempo è tutto.

Sono già trascorsi due mesi, durante i quali il governo e il suo ministro dell’istruzione hanno lasciato le cose andare alla deriva, una deriva arginata solo dalla volontà dei docenti, del personale scolastico, degli studenti, delle famiglie. Penso che dobbiamo portare avanti, fino in fondo, il bilancio a cui il Manifesto accenna:

“Da anni parliamo di povertà educativa e quando la descriviamo non ci riferiamo soltanto alla povertà economica del nucleo familiare, ma ad un insieme di fattori che, combinati tra loro, portano i ragazzi a vivere una condizione di marginalità: il contesto sociale, economico, abitativo, la possibilità di disporre di spazi accessibili, la carenza di servizi e di opportunità educative, la mancanza di una offerta culturale fruibile dai ragazzi (libri, musei, mostre), l’inesistenza di spazi dedicati allo sport, di edifici scolastici in buone condizioni e di tutti i servizi ad essi collegati (mensa, tempo pieno, apertura al territorio), l’impossibilità dell’accesso a internet e ai nuovi mezzi di comunicazione.”

e che quindi: esprimiamo subito le rivendicazioni da sostenere insieme alla Confederazione e a tutte le categorie, per cambiare subito questa situazione! Costruiamo le azioni di lotta per sostenerle! Costruiamo un’alleanza con le famiglie, con gli intellettuali, i pedagogisti, per dare forza culturale e pratica alle rivendicazioni urgenti di cui c’è bisogno!

Se questo è vero:

“gli studenti in difficoltà, con meno mezzi, e soprattutto a loro dobbiamo dare un segnale positivo che li aiuti ad attraversare questa difficile situazione. Per questo le scuole, a partire dal prossimo anno scolastico, dovranno poter contare sulle risorse necessarie per la predisposizione di interventi compensativi, la flessibilità e l’ampliamento del tempo scuola, la proposta di modelli organizzativi che favoriscano recupero, potenziamento, sviluppo, necessari dopo la prolungata sospensione.”

Allora dobbiamo precisare e rivendicare quali sono le risorse necessarie. Chiediamo la sostituzione dei 200.000 insegnanti che mancheranno a causa dei pensionamenti e di altre ragioni (dati FLC). Ma non solo, è indispensabile ridurre il numero di allievi per classe per poterli davvero seguire, in modo inclusivo ed egualitario. Per questo c’è bisogno di nuove assunzioni, anche per formare piccoli gruppi per poter recuperare il tempo perso. E poi c’è la sicurezza delle scuole, anche questa richiede nuove assunzioni di personale, anche per poter colmare i tagli drammatici che sono stati fatti negli ultimi anni. Scuole fatiscenti, pericolanti, con classi negli scantinati umidi dove i ragazzi sono ammassati, hanno bisogno di manutenzione, di ristrutturazione, ma c’è bisogno anche di nuove scuole perché la didattica, lo abbiamo sempre detto, non è solo un’aula e dobbiamo sollevare questo tema: la didattica è spazio, laboratori, aree, possibilità di fare e di esprimersi in modalità diverse, non scuole dove le persone si ammassano.

Infine, nel periodo che ho riportato prima, si parla di una “proposta di modelli organizzativi”. Penso che dobbiamo andare cauti con queste formule generali. Per esempio, sappiamo che ogni volta che si è parlato di modelli, negli ultimi vent’anni, dal famoso “concorsone” di Berlinguer e dalla sua “autonomia scolastica”, passando dalla Gelmini, da Renzi e dalle ultime riforme degli Istituti professionali,  la scuola ha subìto dei colpi disastrosi. Non vorrei che questi governi intendano sfruttare questa crisi e questa situazione di emergenza per avanzare “nuovi modelli” con i quali applicare tutta la vecchia politica contro la scuola pubblica!

Io penso, in conclusione, che una discussione concreta debba essere aperta nel nostro sindacato. Dovremmo poter discutere del Manifesto e dei suoi contenuti, affinché siano sottoposti e valutati dai nostri iscritti prima di aprire una vera campagna di adesioni.  E dovremmo discutere sulle rivendicazioni immediate, urgenti, di cui gli insegnanti, il personale scolastico, gli studenti, le famiglie, hanno bisogno per affrontare questa tremenda crisi e sui modi per conseguirle, rimarcando l’indipendenza del nostro sindacato dalle politiche del governo e del suo ministro dell’istruzione.

* * *

Alberto Pian, Torino, 22 aprile 2020
insegnante, direttivo piemontese FLC-CGIL

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