AG FLC. L.Scacchi: contrastare le politiche del governo e costruire la mobilitazione.

Intervento di Luca Scacchi, AG FLC del 22 aprile 2020.

Francesco [Sinopoli, segretario FLC] nella prima parte della relazione ha sottolineato una serie di considerazioni che in generale condiviso: siamo di fronte ad un’emergenza globale, con significative ricadute sociali ed economiche. Evidenti a tutti/e, a partire dai dati relativi alla prossima recessione, il crollo del Pil italiano ed il crollo del PIL mondiale. Un crollo molti significativo, molto più significativo di quello del 2009. Anche perché generalizzato in tutte le aree del mondo. Una dinamica inedita ed inedita nella sua gravità, che come tutte le fasi di emergenza, come tutte le fasi eccezionali, sia un’occasione di revisione dei rapporti sociali. Dal basso e dell’alto: dal basso, con processi partecipativi e popolari [se non rivoluzionari]; dall’alto, come Francesco ha messo in risalto nella relazione, con stati di eccezione e processi autoritari di conferma delle attuali gerarchie sociali.

Io credo sia proprio, almeno in parte, quello che sta accadendo nella scuola e nell’università. Stanno emergendo cioè quelle che sono le faglie di vent’anni di trasformazione neoliberista dei nostri settori e di una serie di debolezze strutturali delle nostre realtà.

Innanzitutto, nell’università e nella ricerca, che è il mio settore di intervento e di lavoro. L’autonomia non è solo un problema dovuto a Manfredi, anche se io credo che noi dovremmo attaccare pubblicamente questo ministro per come sta agendo e come agito, ma è soprattutto un problema strutturale. Per quello che è l’autonomia universitaria dal 2010 in poi, ma anche per una serie di altri problemi: l’enorme diffusione degli appalti all’interno delle università, per cui abbiamo migliaia, forse decine di migliaia, di lavoratori e lavoratrici che sono fianco a fianco di lavoratori diretti, ma senza le stesse condizioni e garanzie; la gestione da parte delle direzioni degli atenei sull’organizzazione del lavoro e quindi la forma con cui si è passati così rapidamente al lavoro agile, ed il conseguente rischio di sviluppare forme inedite di controllo del lavoro, dalle app sui telefonini al resto; alla questione del controllo del lavoro docente e della didattica a distanza.

Io credo che tutto questo abbia sollevato un enorme domanda sindacale, un’enorme richiesta di sindacato. Innanzitutto da noi, che sui posti di lavoro siamo stati travolti quotidianamente da questa domanda, diventando punto di riferimento anche in settori o situazioni dove non lo eravamo nel passato. Detto questo, io credo che però abbiamo anche un’enorme responsabilità, quella di dare a queste domande ed a queste richieste delle risposte.

Io credo che innanzitutto sul piano generale, abbiamo avuto qualche problema nella gestione della crisi, non solo e non tanto come FLC ma come CGIL. Abbiamo mostrato un’eccesiva responsabilità nella gestione della crisi, avendo guardato al sistema paese e forse non avendo guardato, in particolare in certi momenti, agli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici. Una scelta pesante. C’è stato un momento in questo paese in cui la paura si stava trasformando in rabbia. In quel momento la CGIL non è intervenuta sostenendo questa trasformazione e questa rabbia. Guardate, la rabbia è sentimento attivo, e quindi positivo. La paura no, è un sentimento passivo, che isola e passivizza lavoratori e lavoratrici. Io credo che in quel momento la CGIL, agendo con lo sciopero generale e agendo con nettezza nel merito di alcuni elementi, sarebbe dovuta intervenire in modo molto più netta. Anche perché così non solo sulla chiusura e la sicurezza in quel momento, ma anche sulla ripartenza e su tutta la prossima gestione sarebbero forse cambiati dei rapporti di forza.

Allora, non mi convincono alcuni degli elementi proposti dalla relazione di Francesco e che oggi vengono proposti come nostra iniziativa.

Non mi convince in primo luogo questa sottolineatura dell’obbiettivo di portare all’attenzione del governo e del dibattito pubblico la questione dell’istruzione e della ricerca. Guardate non è un problema di priorità o di dimenticanza. È un problema di continuità di linea politica. Questo governo infatti ha assunto sin da agosto una piena continuità con un decennio di gestione della scuola, dell’università e di tutti i nostri settori. Da questo punto di vista, come dire, non è che oggi Azzolina, seppur con un profilo antisindacale molto più netto, o non è che oggi Manfredi, seppur con un’assenza particolarmente più vistosa, abbiamo fatto una svolta nella gestione dei loro dicasteri, nelle politiche di settore, rispetto a prima. Anzi, confermano semplicemente e pienamente le scelte politiche della loro maggioranza. Allora il problema non è quello di andare dal governo e chiedergli un intervento, sui ministeri o più in generale di rilancio della scuola e dell’università. Il problema è andare a contrastare una modalità di gestione della scuola e dell’università che oggi con la crisi emerge con più evidenza, dall’autonomia universitaria al ritorno di ipotesi stile 107 nella scuola, all’enorme problema del precariato nella scuola e nell’università e la maniera con cui lo si sta gestendo.

Ed allora, e qui è il secondo punto, non mi convince l’estrema debolezza nella prospettiva di mobilitazione. Perché il problema oggi, lo ha detto Jessica [segretaria di Milano], lo hanno detto altri, non è solo e non è tanto quello di chiamare la CGIL a sottolineare la priorità dei nostri settori nell’agenda del governo [anche perché, tra parentesi, qui sottolineo che spesso la confederazione su diversi aspetti ha avuto sensibilità e posizioni diverse dalle nostre], il problema non è tanto chiedere le cose (dagli organici ai precari, dalle stabilizzazioni alle risorse di sistema). Il problema è capire come all’interno di una crisi generale di sistema, che peserà fortemente anche sulle risorse dello Stato, ci mettiamo nell’ottica di contrastare come queste politiche di gestione della scuola e dell’università sono state portate avanti e sono portate avanti in queste settimane. E come ci proponiamo di contrastarle e ribaltarle. Da questo punto di vista si pone il problema, dal precariato e la sua reale stabilizzazione al problema degli organici (io mi auguro con risorse aggiuntive, ma io sarei contento di stabilizzare realmente le risorse, finanziarie ed umane, che ci sono). Il problema è come conquistare tutte le cose che qui oggi in moltissimi hanno ripreso ed articolato.

Io credo che sia necessario arrivare oggi ad un’indicazione politica forte. Andare a fare assemblee di lavoratori e lavoratrici, sono d’accordo, in tutti i posti di lavoro, non solo secondo me a livello provinciale ma nelle scuole e nelle università. Dando però in queste assemblee una parola chiara, in primo luogo sui rapporti con il governo. Da questo punto di vista, io credo che la proclamazione dello stato di agitazione sia un dovere oggi, subito. E sia necessario portare nelle assemblee anche la parola d’ordine di una mobilitazione forte. All’ospedale di Piacenza, nel pieno dell’emergenza sanitaria, per contrastare improvvide ipotesi di apertura, i sindacati della funzione pubblica unitariamente minacciarono lo sciopero. Hanno cioè dato un segnale politico forte, per fare capire che non era gestibile una situazione come quella. Ecco, io credo nei nostri settori dobbiamo dare lo stesso segnale politico forte. E quindi andare verso una proclamazione dello sciopero generale.

Luca Scacchi

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