Fabbriche aperte, scuole chiuse

di Eliana Como: impedire le forzature, rivendicare norme di legge sulla sicurezza, contrattare la condizione di lavoro a partire dalla riduzione degli orari e dei ritmi

La Confindustria e molti governatori delle regioni, paradossalmente proprio quelli delle regioni del Nord, la Lombardia in testa, fanno pressioni per riaprire le attività produttive, il prima possibile. Dopo l’annuncio di Conte, dal 4 maggio, la fase 2 sarà un dato di fatto. Le imprese spingono sulla ripartenza, ben sapendo però che il cosiddetto lockdown (cioè la chiusura delle attività non essenziali), non c’è mai stato. Il DPCM del 22 marzo è stato un colabrodo, oltre ad essere arrivato in drammatico ritardo, almeno per le regioni del nord: con l’autocertificazione al prefetto, indipendentemente dalla loro rilevanza nelle filiere essenziali del paese, decine di migliaia di imprese hanno continuato a lavorare come se niente fosse. Nella sola Lombardia 14mila.

Continuo a pensare che la posizione da parte del sindacato a livello nazionale sia stata troppo timida. Prima nell’attendere il 22 marzo per pretendere il lockdown e ora nel non opporsi fermamente, anche con la minaccia di sciopero generale, alla sua mancata applicazione. Nel mentre, continuo a pensare che la firma del protocollo sicurezza con Confindustria il 14 marzo sia stata un errore e una farsa che ha contribuito a dare uno strumento alle aziende per tenere aperto, più che al sindacato per far chiudere, al tempo stesso, scaricando su Rsu e Rls, la responsabilità di tenere testa alle spinte delle imprese.

Avrei voluto parole d’ordine chiare e forti di mobilitazione. Se la Confindustria non si fa scrupolo di dire “rientriamo al lavoro”, la Cgil dica con altrettanta fermezza “sciopero generale”, contro tutte quelle imprese che, decreto o meno, continuano a lavorare e insistono per la riapertura. La Confindustria ha messo in campo un tiro di fuoco enorme per difendere gli interessi delle imprese. Non si sono fatti scrupolo di fare pressione per non chiudere la Val Seriana quando lo suggeriva l’ISS; non si sono fatti problemi di continuare a produrre per larga parte di marzo, persino chiedendo straordinari o richiamando i lavoratori dalla malattia; sono andati avanti a lavorare anche quando casi conclamati di Covid19 venivano rilevati negli stabilimenti. Nelle province più colpite, tanti lavoratori si sono contagiati o hanno contagiato le proprie famiglie, sono finiti in terapia intensiva, purtroppo tanti sono morti. Esistono delle responsabilità politiche e persino morali. Di fronte alle quali, Confindustria, invece, che chiedere scusa, contrattacca imponendo la riapertura di quel poco che eravamo riusciti a tenere chiuso.

Se – ragionevolmente – le scuole non sono ritenute sicure, come possono esserlo le fabbriche e i mezzi di trasporto pubblici? E se, ammesso e non concesso, fossero davvero sicure le fabbriche, perché tenere chiuse le scuole? Io non penso, sia chiaro, che debbano riaprire le scuole, il rischio è ancora troppo alto. Ma, appunto, allora lo è anche per le fabbriche. Invece gran parte della politica si dispera perché le fabbriche sono chiuse, ma sembra non interessi che lo siano le scuole e che i bambini e le bambine siano segregati in casa da settimane. Una società democratica dovrebbe mettere al primo posto la salute della popolazione. Ma, in ogni caso, che società è quella che ha più fretta di riaprire le fabbriche che le scuole o i musei, i teatri e i luoghi di aggregazione culturale, in generale?

Senza una posizione forte da parte del sindacato a livello nazionale e generale il rischio è di inseguire la linea imposta dalla Confindustria, nella migliore delle ipotesi, limitando nei tavoli del Governo le linee dettate dalle imprese. Al tempo stesso, con il rischio che i delegati nei posti di lavoro o le strutture sindacali nei diversi territori si ritrovino con le spalle al muro, tra le pressioni delle imprese a ripartire il prima possibile, da un lato, e la necessità di contrattare misure di sicurezza, dall’altro, laddove il DPCM non tiene o comunque in tutte quelle imprese effettivamente essenziali, con o senza l’approvazione del prefetto.

Quello che sta accadendo, anche a causa del Protocollo del 14 marzo, è che fabbrica per fabbrica o territorio per territorio il sindacato rischia di essere la foglia di fico di una sicurezza che non c’è. Nelle imprese non essenziali o non appartenenti alle filiere essenziali, l’unica sicurezza deve essere la chiusura! Imposta dal DPCM e difesa dal sindacato a livello nazionale, perché fabbrica per fabbrica non ce la facciamo. Al tempo stesso, nei settori davvero essenziali, le norme sulla sicurezza non dovrebbero proprio essere contrattate, perché è responsabilità dell’impresa garantirle, anche per quanto è già disposto dal decreto 81 (che stabilisce peraltro l’obbligo di rivedere il DVR). Ciò che è stabilito dalla legge non deve essere demandato alla contrattazione e quindi ai rapporti di forza. Tanto più in una fase di emergenza. Se passa il principio che vanno contrattati DPI e sanificazioni, prima o dopo il DPCM, il rischio vero è che, bene che va, la sicurezza si fermerà ai cancelli delle grandi fabbriche. Per tutte le altre, in appalto e subappalto, continuerà a esserci il far west. Per non parlare del sistema complessivo del trasporto pubblico per raggiungere i posti di lavoro.

Quello che dovrebbe fare la contrattazione casomai, in un quadro certo di regole valide per tutti a livello nazionale, è mettere mano sulle condizioni organizzative di lavoro alla ripartenza e, da subito, dove non c’è l’obbligo di chiusura (le fabbriche, ma anche i supermercati e tutte quelle attività, pubbliche e private, realmente essenziali o, in ogni caso, ritenute tali). Contrattare la condizione di lavoro significa prima di tutto contrattare la riduzione degli orari, i ritmi e i tempi, la riduzione delle cadenze e dei carichi di lavoro, l’aumento delle pause (anche in considerazione dell’uso dei DPI, che con il caldo diventerà insopportabile). Ma anche la modulazione dei turni e delle aperture (a partire dalla chiusura dei supermercati la domenica e nei festivi). L’adozione nelle prime fasi di meccanismi di volontarietà per chi è chiamato al lavoro o comunque l’esclusione dei soggetti a rischio o con più di 65 anni (quelli a cui la legge Fornero impedisce di andare in pensione). E tutto ciò che comporta lo smart working, laddove è possibile usarlo, in termini di costi a carico delle imprese, di installazione e controllo delle postazioni e degli ambienti anche dentro casa, di diritto alla disconnessione, etc. E ancora, la disponibilità, quando saranno autorizzati, a mettere a disposizione i test seriologici tramite personale qualificato, comunque garantendo al lavoratore il diritto di rifiutarsi. Soprattutto, va imposta alle imprese la responsabilità di garantire le condizioni di sicurezza di tutti coloro che lavorano nei siti produttivi, comprese le ditte in appalto e rivendicata l’agibilità reale per Rsu e Rls di verificare le condizioni di tutti.

Senza dimenticare un tema cruciale, che riguarda gli stessi diritti sindacali, soprattutto in prospettiva della ripartenza quando prima o poi avverrà. Laddove la legge dispone o disporrà che si può ripartire bisognerà definire anche le misure per riprendere l’attività sindacale. Se si potrà produrre, bisognerà rivendicare di fare assemblee, di manifestare e, ovviamente, di scioperare.

Eliana Como

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