Con la scusa del coronavirus, Bonaccini chiude le sedi sindacali.

Un contributo di Paolo Brini (CC FIOM) e Mario Iavazzi (Cd CGIL)

“Sono chiusi al pubblico gli studi professionali, le sedi dei patronati, dei sindacati e delle associazioni di categoria.”
Con queste parole il presidente della regione Emilia Romagna Bonaccini impone tramite ordinanza la chiusura delle sedi sindacali. Questo infatti prevede l’ordinanza per Piacenza e Rimini emanata il 24 marzo. Pare davvero quasi una ritorsione. Dal momento che in queste provincie si impone la chiusura di tutte le attività non essenziali (e viene da chiedere perché solo lì e non in tutta la regione) allora si va a toccare anche l’unico strumento a disposizione dei lavoratori per tentare di tutelare i propri diritti in una giungla in cui tra contratti non rinnovati, casse integrazioni senza anticipo, ferie forzate, lavori essenziali camuffati, a pagare sono sempre e soprattutto i proletari: il sindacato appunto.

La gravità politica di questo precedente è molto alta e sintetizza bene il dilagare di un autoritarismo da parte di chi governa ai vari livelli istituzionali con davvero pochi precedenti nella storia repubblicana. Non si contano più ormai le ordinanze emanate a livello centrale e locale per restringere e reprimere le libertà individuali e democratiche. Ordinanze restrittive a volte illogiche, per lo più sproporzionate che nulla hanno a che fare con l’emergenza sanitaria ma che sono invece finalizzate a ricercare le responsabilità del disastro sanitario in cui siamo in capri espiatori individuali (tipo runner o sciocchezze simili) anziché in politiche scellerate di tagli alla sanità pubblica come bene si può evincere dalla dichiarazione dei medici di Bergamo in questa intervista (tradotta sul sito di contropiano). Se avessero fatto lo stesso numero di ordinanze per finanziare ed attrezzare la sanità pubblica, requisire quella privata, mettere in sicurezza il personale sanitario oggi non saremo a questo punto.

D’altronde su questo versante non aiuta di certo il silenzio assordante da parte della Cgil nazionale e locale stessa, la quale non solo non prende nessuna posizione pubblica su questa torsione autoritaria a cui stiamo assistendo nel paese ma permette che molte camere del lavoro restino chiuse per scelta propria. Che l’emergenza sanitaria richieda maggiore cautela e una diversa gestione del contatto con il pubblico nell’ambito dei servizi è comprensibile e necessario, non lo è chiudere sedi della Camera del Lavoro quando al contrario i lavoratori sono obbligati ad andare al lavoro. Ancora meno è non dire nulla su una chiusura imposta “manu militari” da un presidente regionale (molto poco)“amico” come Bonaccini.

Paolo Brini e Mario Iavazzi

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