Catania. Non calate il sipario sul teatro Bellini!

Il teatro dell'obbligo, K.Valentin

Lo storico Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania, uno tra i maggiori gioielli architettonici e tra i più importanti centri artistici della città, rischia la chiusura.

Dopo decenni di promesse non rispettate della politica, di ritardi nelle erogazioni della Regione Sicilia verso il teatro (che hanno generato continui decreti ingiuntivi), anni di crisi e mesi di incertezza sui bilanci, ieri è infatti arrivato l’annuncio che la programmazione di ottobre è stata sospesa. E c’è da temere, purtroppo, che gli spettacoli non riprendano nemmeno a novembre, con il Festival Belliniano che, d’altra parte, è già stato chiuso. Con il rischio che centinaia di lavoratori e lavoratrici perdano il posto di lavoro (non soltanto gli artisti, ma tutto il personale, altrettanto qualificato, che è dietro alla realizzazione degli spettacoli).

Nonostante le rassicurazioni del Presidente della Regione Nello Musumeci, la realtà è che mancano i soldi, mancano gli investimenti, manca la volontà politica di rilanciare un patrimonio culturale e artistico di immenso valore. Gli organici sono da anni sottodimensionati. Il coro è quasi la metà di quello che dovrebbe essere. Gli stipendi sono fermi da anni, con continui ritardi dei pagamenti e con gli stagionali “storici” ormai cristallizzati in una condizione di precarietà permanente.

Tutto questo, perché in questi anni, la politica, sia nazionale che regionale, si è disinteressata del Teatro Bellini. Quando se ne è occupata, lo ha fatto male. La crisi del Teatro Bellini è il sintomo di un intero paese che, a causa di pessime scelte politiche, è incapace di tutelare il proprio patrimonio artistico e culturale, nonostante sia tra i più belli e ricchi al mondo.

Non smetteremo mai di ripetere quanto l’arte e la cultura dovrebbero essere centrali nella costruzione di una società civile e democratica e di una cittadinanza più consapevole della propria storia, della propria identità e dei propri valori. È inaccettabile che la politica metta alla gogna le proprie istituzioni artistiche e culturali, sottoponendole a vincoli di bilancio, gettandole in pasto al mercato e facendone terreno di profitto e di lottizzazione, a discapito della qualità delle opere prodotte e del valore sociale di cui dovrebbero essere portatrici.

L’Italia ha bisogno della bellezza. Ne ha bisogno la Sicilia, che pure ne ha da fare invidia da sola al resto del mondo eppure ha livelli di emigrazione che stanno clamorosamente superando quelli degli anni 60 e 70. Ne ha bisogno Catania, una città di rara bellezza, eppure in dissensto finanziario da anni. Ne ha bisogno il Teatro Bellini, tempio della musica lirica e tra i più straordinari esempi di acustica al mondo. Ne hanno bisogno le tante lavoratrici e lavoratori che con passione stanno tentando di difenderlo dallo scempio della politica. A loro va tutto il nostro appoggio e la nostra solidarietà. La bellezza è un bene pubblico universale (provocatoriamente, pensiamo dovrebbe essere obbligatoria: leggi qui sotto Il Teatro dell’obbligo di K.Valentine). Difendiamola e sottraiamola alle meschinità del mercato e della politica.

Eliana Como (portavoce di #RiconquistiamoTutto) e Pierina Trivero (RSU Cgil del Teatro Regio di Torino)

 

Nella foto Maria Callas in Norma al Teatro Massimo Bellini nel 1950

 

IL TEATRO DELL’OBBLIGO
Da Karl Valentin

Come mai i teatri sono vuoti? Solo perché il pubblico non ci va.
La colpa è tutta dello Stato.
Perché non si istituisce il teatro dell’ obbligo?
Se ognuno sarà costretto ad’andare a teatro, le cose cambieranno immediatamente.

Perché credete che abbiano istituito la scuola dell’ obbligo?
Nessuno scolaro andrebbe a scuola se non fosse costretto ad andarci.
Per il teatro, anche se non è facile, forse si potrebbe senza troppe difficoltà fare lo stesso.
Con la buona volontà e col senso del dovere si ottiene tutto.
Non è forse vero che anche il teatro è una scuola,
punto interrogativo!

Si potrebbe istituire il teatro dell’ obbligo già a cominciare dai bambini.
Logicamente il repertorio di un teatro per bambini sarebbe costituito esclusivamente di favole come Hansel e Gretel, Il lupo e le sette Biancanevi.
Cento scuole in ogni grande città, mille ragazzi al giorno in ogni scuola, fa in totale centomila ragazzi.
Centomila ragazzi tutti i giorni mattina a scuola, pomeriggio a teatro; ingresso per singolo bambino 50 pfennig, ovviamente a spese dello Stato, tanto come dire cento teatri da mille posti; quindi 500 marchi per teatro fa 50.000 marchi per cento teatri.
Pensate per quanti attori si creerebbero così delle occasioni di lavoro!

Istituito a livello regionale, il teatro dell’obbligo costituirebbe un motivo d’ incremento per l’ intera vita economica.
Non è davvero la stessa cosa dire : «Ci vado stasera a teatro? » oppure : «Oggi devo andare a teatro».
Con l’ obbligo del teatro ogni singolo cittadino rinuncia spontaneamente a tutti gli altri stupidi divertimenti serali come i birilli, i tarocchi, le discussioni di politica in birreria, gli appuntamenti, per non parlare di certi insulsi giochi di società tipo «Attenti all’uomo nero», «Sarto, prestami tua moglie” ecc., che servono solo a perdere tempo.
Il cittadino sa che andare a teatro è un suo dovere non è più necessario che scelga lo spettacolo tale o talaltro, non ha più dubbi del tipo «ci vado o non ci vado stasera a vedermi il Tristano e Isotta” no, ci deve andare per forza, perché è suo dovere.
È costretto ad andare a teatro trecentosessantacinque volte l’ anno, che il teatro gli faccia schifo o no.

Anche a uno scolaro fa schifo andare a scuola, ma ci va volentieri perché è suo dovere. – Obbligo! Solo con la costrizione oggi si può costringere il pubblico ad andare a teatro.
Decenni di buone parole sono serviti a ben poco.
Le offerte più allettanti quali «Platea riscaldata», oppure «Durante l’ intervallo è permesso fumare all’ aperto», oppure «Per studenti e militari dal generale in giù metà prezzo», tutte queste facilitazioni non sono bastate a riempire i teatri.
La pubblicità, che per un grande teatro assorbe annualmente centinaia di marchi, nel teatro dell’obbligo viene del tutto abolita.

Lo stesso vale per i prezzi dei biglietti; i posti non sono più suddivisi in base alle differenze di classe, ma a seconda delle infermità e degli acciacchi degli spettatori:
la 5a fila di platea : sordastri e miopi.
6a-10a fila di platea : ipocondriaci e nevrastenici.
10a-15a fila di platea : dermopatici e depressi.
Tutti i posti di balconata e di galleria sono messi a disposizione degli asmatici e dei gottosi.

In una città come Berlino – tolti i lattanti e i bambini sotto gli otto anni, i malati in stato di degenza e i vegliardi – ci sarebbero così ogni giorno circa due milioni di spettatori teatrali obbligatori, cifra che supera di gran lunga l’ attuale cifra di spettatori volontari.
La stessa esperienza negativa si era già avuta, del resto, coi pompieri volontari, finché dopo parecchio tempo si è capito che andare avanti senza pompieri obbligatori è impossibile.
E allora, se questo vale per i pompieri, perché non dovrebbe valere per il teatro Oggigiorno teatro e pompieri sono più che mai intimamente collegati; nella mia lunga pratica scenica dietro le quinte non ho mai visto uno spettacolo teatrale senza un pompiere.

Nel caso diventasse operante la proposta della UFTO (Universale Frequenza Teatrale Obbligatoria), costringendo, come si è accennato sopra, due milioni di persone ad andare quotidianamente a teatro, in una città come Berlino dovrebbero esserci a disposizione venti teatri di centomila posti. Oppure quaranta teatri di cinquantamila posti – oppure centosessanta teatri di dodicimilacinquecento posti oppure seicentoquaranta teatri di tremilacentoventicinque posti – oppure due milioni di teatri da un posto.

Quale fantastica atmosfera si venga poi a creare in una sala gremita, diciamo, di cinquantamila spettatori, ogni attore può dirlo. Soltanto con simili grandiosi strumenti di potere è possibile rimettere in piedi i locali vuoti, non certo coi biglietti gratuiti, no; l’unico sistema è l’obbligo, e il potere di obbligare il cittadino ce l’ha solo lo Stato.

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