Sul clima, lo sciopero del 27 settembre e noi

A proposito del Global Climate Strike, di Luca Scacchi (Direttivo nazionale FLC)

Il prossimo 27 settembre si terrà il terzo Global Strike for Future, con cortei organizzati dal movimento Friday For Future, nell’ultima giornata della mobilitazione internazionale della Climate Action week.
Una giornata di sciopero che è anche stata indetta da alcuni sindacati di base (USI, Confederazione Cobas, USB e per il mondo dell’istruzione e ricerca anche Unicobas, SISA e USI Surf).
La CGIL non solo ha deciso di non indire o partecipare a questo sciopero, ma ha previsto di organizzare proprio durante i cortei e le iniziative del 27 settembre delle assemblee sul clima nei posti di lavoro. In questo quadro, invece la FLC-CGIL ha deciso di indire lo sciopero per tutto il comparto istruzione e ricerca (e non solo nelle scuole o nelle scuole superiori e le università, dove si concentrano le mobilitazioni degli studenti di FFF), nel corso della sua Assemblea Generale del 10 settembre.

In alcuni settori classisti, tra alcuni compagni e compagne, c’è una certa perplessità su questa mobilitazione e quindi sulla decisione della FLC-CGIL di scioperare.

Si pensa infatti che il clima sia un tema generale e generico, astratto dai rapporti sociali se non sostanzialmente estraneo ad ogni possibilità di un controllo collettivo. Nessuno in fondo manovra il clima o ha potere sul clima, in quanto il clima è un elemento della Natura, data ed immutabile, e su cui quindi è inutile tentare di agire un’azione sociale. A meno che, ovviamente, non si consideri qualche entità metafisica (Dio, Eolo, Zeus) ed i relativi tentativi di influenzarli (dalle preghiere alle danze magiche). Secondo questa impostazione, allora, l’unica declinazione concreta di queste mobilitazioni rischia di esser solo lo sviluppo di una pressione all’autoregolazione dei comportamenti (dal rifiuto delle bottiglie di plastica alla differenziazione dei rifiuti): dei movimenti di opinione, quindi, che individualizzano i problemi strutturali, definendo come scelte personali comportamenti che in realtà sono regolati socialmente (si comprano bottiglie di plastica o si differenziano i rifiuti perché le relative filiere sono organizzate in tal modo, non perché si preferisce questa o quella soluzione). In questo quadro, qualunque mobilitazione (e tanto più uno sciopero) è non solo inutile, ma anche dannoso: perché impegna energie e risorse collettive dei lavoratori e lavoratrici su battaglie astratte, distraendoli dai conflitti sociali fondamentali per la difesa dei loro salari e dei loro diritti, quelli diretti alla trasformazione dello stato di cose esistenti.
Il punto per me è che il clima non è dato di fatto, un elemento immutabile ed estraneo al nostro controllo sociale, su cui nessuno (se non Dio o il Fato) ha possibilità di incidere. Così come non è stato solo il destino cinico e baro che ha prodotto la tragedia del Vajont o le tante vittime di inondazioni e terremoti (perché sono state anche un effetto di quello che abbiamo costruito e di come l’abbiamo costruito), così a livello più globale le ampie variazioni climatiche oggi in corso sono anche, se non soprattutto, il prodotto dell’intervento umano. Certo, so bene che nel corso dell’evoluzione della Terra, anche solo negli ultimi millenni di diffusione dell’uomo, si sono ripetute variazioni cicliche del clima con picchi anche più ampi di quelli attuali: basti pensare alla Groenlandia, terra verde perché intorno all’anno mille, ai tempi della sua prima colonizzazione, i ghiacci non la ricoprivano come oggi; o basti pensare al fatto che nella mia regione, la Valle d’Aosta, nei periodi di grande caldo dell’espansione romana e della rinascita medioevale i passi erano aperti 10 mesi all’anno e si coltivavano olive e mandorle. Quello che però è oramai evidente sono due questioni centrali: la prima è la forza e la velocità degli attuali cambiamenti climatici (e più in generale, ambientali), che stanno portando a un punto di svolta complessivo dell’ecosistema; il secondo è che questi cambiamenti incidono direttamente sulle capacità di sopravvivenza della razza umana e, ancor prima, sulle sue differenze di classe, incentivando ulteriormente disuguaglianze e privilegi.

Io penso allora che proprio l’attuale emergenza climatica renda chiaro come la questione ambientale sia una delle principali contraddizioni sociali di questo modo di produzione. L’azione dell’uomo sull’ambiente, infatti, non è individuale. Come ha mostrato l’intero percorso della storia, l’uomo ha modificato il suo rapporto con la natura mediante lo sviluppo dei mezzi di produzione. Il rapporto dell’uomo con la natura è dunque un rapporto storico mediato dalla società, in cui i rapporti degli uomini fra loro determinano anche le trasformazioni ambientali. E’, in particolare, il modo di produzione capitalista che ha innescato un particolare degrado globale dell’ecosistema. Non che il capitalismo sia l’unico modo di produzione che devasta l’ambiente: sempre nella mia regione, la piccola Valle d’Aosta, la deforestazione era un problema sociale significativo nel corso del 1600, in un contesto dominato ancora da rapporti feudali e servili; nella Groenlandia vichinga, o nell’Isola di Pasqua, lo sfruttamento del suolo e l’incomprensione delle dinamiche climatiche ha portato ad esaurire le risorse a disposizione ed a vere e proprie catastrofi sociali. Il modo di produzione capitalista è però il primo modo di produzione che si è esteso sull’intero orbe terraqueo e che si fonda su un dis-equilibrio, sulla ricerca di una perenne espansione del valore. Di conseguenza, oramai, a livello globale la natura stessa è mercificata (come ogni elemento, materiale e immateriale, della nostra società), cioè ridotta ad un prezzo: il suo consumo diventa quindi un semplice fattore economico, i cui costi si possono esternalizzare su altri territori o generazioni. E la dinamica della continua valorizzazione imprime una crescita senza confini alle forze produttive, sino al punto di suscitare un conflitto fra la società umana e il pianeta che la ospita. Non è più solo la questione dei limiti dello sviluppo (l’esaurimento delle risorse), ma il problema di una trasformazione imprevista e incontrollabile dell’ecosistema (effetti antropici sulla biosfera), che retroagisce sulle attuali condizioni di sopravvivenza della stessa società umana. Con l’accelerazione dello sviluppo capitalistico si è cioè raggiunto proprio in questa fase della storia un punto di svolta, con un impatto (dal surriscaldamento all’inquinamento diffuso) che mette a rischio le stesse condizioni di riproduzione dell’uomo. In questo quadro, allora, le mobilitazioni e gli scioperi contro il clima non sono rivolte a Dio, o semplicemente ad autoregolare il comportamento individuale, ma contro questo sistema di produzione e la sua logica di sfruttamento dell’uomo e della natura.

Chi è perplesso sull’astrattezza e la genericità di queste mobilitazioni, sostiene però anche che in fondo alle sue spalle ci sia un interesse se non una manipolazione dei padroni del mondo. La grande copertura mediatica su questo sciopero, gli ammiccamenti di governi e istituzioni, il ruolo particolare di alcuni personaggi (come quello di Greta) hanno cioè diffuso la sensazione che le “mobilitazioni” come il 27 settembre e la Climate Action Week, siano state impostate dal grande capitale e dal suo establishment (dall’Unione Europea alle istituzioni internazionali). L’impressione è cioè quella che questo movimento e lo stesso personaggio di Greta siano stati costruiti e manipolati, come eventi funzionali ai loro interessi. Quindi, al di là delle buone intenzioni e della reale problematica ambientale, partecipare a questi movimenti (e tanto più scioperare come sindacato) comporta l’adesione e concorre allo sviluppo di una nuova union sacré: un fronte di tutti (amici e nemici, lavoro e capitale, governi, istituzioni, banche e sindacati), generale e generico, che occulta i diversi interessi ed i reali conflitti sociali ed per questo è utile a riconfermare gli attuali rapporti sociali (questo modo di produzione, le sue gerarchie di classe, il suo sfruttamento e le sue disuguaglianze).
Ho sempre delle perplessità su ogni ricostruzione più o meno complottistica dei movimenti di massa. Se milioni di persone si muovono, si organizzano e sviluppano una propria azione sociale, vuol dire da una parte che in qualche modo è presente un interesse, un’aspettativa, un’immaginario e una progettualità di massa; dall’altra parte che proprio questa azione collettiva è in ogni caso in grado di superare e persino prescindere da qualunque eventuale volontà più o meno occulta che agisca alle loro spalle.
In ogni caso, questa preoccupazione coglie un punto reale: i processi di degrado della biosfera ricadono sull’insieme dell’umanità, senza distinzione di classe o formazione sociale. E quindi i movimenti ambientalisti tendono ad avere una composizione interclassista, socialmente variegata, che porta a prescindere ed astrarsi da quei rapporti sociali che determinano lo stesso cambiamento ambientale e climatico, sviluppando programmi e obbiettivi spesso confusi e contradditori (intrecciando caoticamente in un unico discorso comportamenti individuali e determinanti sociali di questi comportamenti, pulsioni anticapitaliste e tentativi di regolazione sostenibile dell’attuale sistema produttivo). E certo anche Greta e l’attuale narrativa del movimento FFF, con la sua retorica adolescenziale incentrata sulla necessità di svegliare Adulti ed i Politici, che devono finalmente agire per salvaguardare il futuro, incentiva questa confusione.
Però, dietro il clima non ci sono semplicemente tutti, sfruttati e sfruttatori, senza distinzione di classe e di parte sociale. In primo luogo, il cambiamento climatico ed il degrado degli ecosistemi non ricadono nello stesso modo sulle diverse classi e sulle diverse formazioni sociali. I paesi a capitalismo avanzato hanno risorse e strutture sociali in grado di garantire un minimo controllo delle condizioni di produzione (dagli standard di fabbricazione alla supervisione di aria e acqua). E in tutte le società, più o meno avanzate, le classi dominanti sono in grado di accedere ai migliori strumenti di protezione, scaricando i rischi e i costi della devastazione ambientale sulle classi subordinate (dall’inquinamento alla sofisticazione dei cibi). Così, gli effetti del degrado colpiscono in primo luogo alcune popolazioni ed alcune classi, moltiplicando diseguaglianze ed iniquità. Soprattutto, però, come abbiamo visto a inquinare e degradare il clima è questo specifico modo di produzione, che per sua stessa logica e dinamica è portato a sfruttare tutti i fattori di produzione del capitale, dall’uomo all’ambiente. E quindi ci sono alcune classi dominanti che traggono vantaggio da questo sfruttamento e ci sono alcune classi che subiscono gli effetti più diretti ed immediati della sua devastazione. Certo, nel momento in cui diviene globale ed incide sull’ecosistema, l’impatto di questo modo di produzione interessa tutti/e. Però le attuali classi dominanti, non volendo mettere in discussione questo modo di produzione, possono al massimo sviluppare una regolazione parziale a questo uso capitalistico della natura. Lo sviluppo di un movimento di massa sulla questione del clima e dell’ambiente pone quindi inevitabilmente il problema dei limiti e delle contraddizioni di questo modo di produzione e, in conflitto con le attuali classi dominanti, spinge in particolare gli sfruttati e le classi subalterne a richiedere un radicale cambiamento sociale. Lo stesso generico discorso di Greta, quando critica gli incitamenti ed applausi di Adulti e Politici (delle attuali classi dominanti), quando richiama alle necessità di un’azione collettiva ed autonoma dei giovani e degli adulti che scioperano, richiama inevitabilmente ad una contrapposizione tra questo establishment ed il mondo del lavoro e dei giovani che si fanno carico di avviare un cambiamento radicale delle stato di cose esistenti.
In questo senso, da decenni si parla di una seconda contraddizione del capitalismo, che affianca quella primaria tra capitale e lavoro. Una seconda contraddizione che per esser superata ha allora bisogno allora di intrecciarsi con la prima: è cioè necessario, per affrontare su un piano di massa le contraddizioni di questo modo di produzione, strutturare l’azione collettiva in difesa dell’ambiente e dell’ecosistema nei conflitti della produzione, nella materialità del conflitto di classe, trovando nel lavoro organizzato l’interesse e la forza per contrastare le tendenze di fondo di questo modo di produzione. Proprio per questo, è importante che il sindacato intrecci e partecipi a questi movimenti, portando il suo segno e la sua prospettiva in queste mobilitazioni. Soprattutto un sindacato del lavoro e non della forza lavoro, cioè un sindacato (come noi pensiamo debba esser la CGIL) che si propone di organizzare l’insieme del lavoro dipendente per cambiare lo stato di cose esistente, e non solo di difenderne il prezzo e le condizioni di vita.
Ed, in particolare, il compito principale dei settori classisti e conflittuali del sindacato è proprio quello di stare dentro questi movimenti ambientalisti e dentro queste mobilitazioni, per sottolinearne gli elementi anticapitalistici; e quindi spingere il sindacato ed il mondo del lavoro, per portarlo a intervenire ed a farsi carico, in prima persona, non solo dei propri interessi immediati relativi al proprio salario ed ai propri diritti, ma anche quelli più generali relativi alle condizioni ambientali di riproduzione della società umana.

Certo, in questo quadro generale, Friday for future non è un movimento esente da limiti e limitazioni. Come tutti i movimenti di massa di questa stagione, è segnato da una fragilità di fondo, costruendosi su eventi e figure simboliche, con strutturazioni collettive e territoriali esili, con piattaforme e articolazioni spesso confuse. Soprattutto, come altri movimenti di questa stagione, come quelli contro il razzismo ed il pregiudizio o sui diritti civili LGBTQIAPK (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali, pansessuali, kinky, cioè contro ogni discriminazione basata sulla sessualità), sono ampi movimenti democratici e interclassisti. Al loro interno ci sono diverse tendenze e diverse valenze sociali, spesso confuse. Così in Friday for future, in un momento storico in cui diviene evidente che la crisi ambientale coinvolge l’insieme della società umana, non è presente solo il lavoro e solo la critica anticapitalista, ma anche una semplice domanda di democrazia e salvaguardia dell’ambiente (dalla riduzione della plastica all’energia pulita, dal rifiuto delle grandi opere al controllo degli stabilimenti inquinanti). Come è stato nello stesso movimento noTav (in cui nel popolo della Val Susa sono presenti lavoratori come proprietari di case, precari come padroni e padroncini). Il punto non è negare la sua articolazione sociale e la sua confusione programmatica: il punto secondo me è cogliere, come nel movimento noTav, la sua valenza politica e sociale, la sua potenzialità trasformativa, il conflitto che apre su alcune contraddizioni evidenti delle attuali politiche di gestione di questo modo di produzione e, al fondo, di questo stesso modo di produzione.
Però, al di là di questa eterogeneità sociale e di questa confusione, io non vedo nessuna unione sacra dietro e dentro queste mobilitazioni. La fluidità di FFF, la centralità dell’evento e dei suoi personaggi (a partire da Greta), la confusione programmatica e la sua composita composizione sociale non portano il segno di un fronte padronale, di un’unione dietro gli interessi di questo modo di produzione e delle sue classi dominanti. Certo, dopo aver contrastato per decenni la sua analisi ed il suo riconoscimento (imponendo persino il nome di cambiamento climatico al surriscaldamento globale in corso), le classi dominanti stanno usando oggi la consapevolezza sociale di questa nuova contraddizione ambientale per condurre, nel quadro di una nuova Grande Crisi, un’estesa ristrutturazione produttiva. È la logica e sono le proposte della green economy, il green new deal, il cambio di forza motrice nell’automotive, il controllo delle emissioni, l’economia sostenibile. Le classi dominanti, o almeno alcune loro frazioni, cercano strategicamente di fare del controllo ambientale una nuova occasione di espansione dei mercati, da una parte per limitare i danni sull’ecosistema dall’altro alla ricerca di nuove occasioni di profitto per contrastare temporaneamente la profonda crisi da sovrapproduzione in corso. Il terreno di costruzione di questo processo, però, non è il movimento di massa del global strike: sono gli accordi internazionali tra potenze, le finalizzazioni degli investimenti, le politiche industriali e le normative continentali. O, ad esempio, il nuovo grande piano industriale verde lanciato dalla Merkel negli ultimi giorni. Politiche che sono anzi disturbate dai movimenti sociali e dalle loro contestazioni, perché per quanto utili a contrastare altre frazioni delle classi dominanti (politicamente più arretrate o semplicemente più legate alle attuali filiere inquinanti), tutti i movimenti di massa sono sostanzialmente incontrollabili. E tanto più lo sono se attivano su un crinale potenzialmente anticapitalista le classi subordinate. Per questo le classi dominanti, l’establishment europeo come quella padronale, cercano di cooptarne e controllarne i simboli, come Greta, sperando di imbrigliarne la forza ed i destini. Confondere però questo tentativo di controllo con le ragioni di fondo di questo movimento, con la sua cifra essenziale, è però secondo me un errore.
Tant’è, che proprio sul Global Climate Strike, tanto i sindacati confederali più moderati quanto la CGIL non mostrano nessuna particolare propensione all’azione. Come nel caso di nonunadimeno, come di fronte ad ogni movimento sociale di massa dal profilo potenzialmente antisistemico, la prima reazione confederale è infatti quella della diffidenza, dell’isolamento, della rigorosa perimetrazione. L’unico intreccio possibile, sono gli incontri nelle stanze di corso Italia (con Greta o con la direzione di FFF) e nei convegni. Infatti, la scelta della CGIL non è stata quella dello sciopero e neanche quella del sostegno diretto ai cortei e le mobilitazioni. Anzi, è stata quella di organizzare assemblee nei posti di lavoro proprio il giorno dei cortei, il 27 settembre. Come ho segnalato nel direttivo FLC, ai miei tempi nelle dinamiche di movimento se qualcuno organizzava il giorno di un corteo un’iniziativa parallela, imponendo a tutti una scelta (o in piazza o in assemblea), questo non era vissuto come un sostegno, ma come un boicottaggio. Non credo che il significato di fondo di questa scelta sia cambiato negli anni. Se la FLC, cioè la categoria della CGIL più a contatto con la parte più ampia e significativa di quel movimento (gli studenti medi e universitari) avesse scelto di non stare nelle piazze il 27 settembre, ma di chiudersi in assemblea, credo che non solo avrebbe fatto un errore (come lo ha fatto la CGIL), ma avrebbe reso ancor più evidente questo errore della CGIL, rischiando di trasformarlo in una frattura. Una frattura importante, perché invece che incentrare e strutturare questo movimento sulle contraddizioni ed i conflitti del lavoro, avrebbe rischiato di isolarlo da esso. Per questo penso che la scelta della FLC sia stata non solo una scelta giusta, ma in qualche modo anche una scelta confederale, che si è fatta carico di mantenere aperta una strada ed un rapporto, un intreccio, che è ancora tutto da sviluppare.

Certo, lo sciopero del 27 settembre è uno sciopero difficile, politico e generale (cioè che si fa carico di interessi generali del lavoro, non di rivendicazioni o obbiettivi di categoria). Nel quadro di un movimento politico di massa ancora ai suoi primordi, non ha ancora nessun quadro rivendicativo, non ha piattaforme e quindi non individua con chiarezza le proprie controparti. Con questa configurazione è quindi ancora difficile coinvolgere la larga parte dei lavoratori e delle lavoratrici. Tanto più se in questi anni l’insieme delle classi lavoratrici ha subito molteplici sconfitte e ripiegamenti, che hanno conseguentemente involuto e frammentato la loro coscienza politica generale. Tanto più se in questi anni, proprio per questa involuzione, forze reazionarie hanno conquistato ampi consensi se non una sostanziale egemonia in settori di massa. Tanto più se lavoratori e lavoratrici, infine, proprio in questi anni hanno subito una pressione diretta sui loro salari e sulle loro condizioni di vita e di lavoro. In particolare, nei settori dell’istruzione e della ricerca si è visto il lungo blocco dei contratti del pubblico impiego, la perdita con la Brunetta ed i successivi decreti Madia della contrattazione sull’organizzazione e gli orari di lavoro, e si è visto un rinnovo contrattuale, nel 2018, con pochi soldi e nessun reale intervento su questi aspetti. Sono settori che hanno subito la Fornero e una truffaldina quota 100, che conosco un precariato ampio e oramai cronico, che hanno conosciuto controriforme strutturali che hanno incrementato competitività e differenze tra lavoratori e lavoratrici, oltre che tra territori e istituti (scolastici, universitarie e di ricerca). Lavoratori e lavoratrici che in tutto questi anni hanno anche conosciuto un sindacato timido, sbandato se non ripiegato, che sulla Fornero ha fatto solo tre ore di sciopero, che dopo il grande sciopero del maggio 2015 e l’approvazione della Buona scuola è stato incapace di riproporre la lotta in autunno, che non è riuscito ad imporre un rinnovo contrattuale in grado di recuperare salari decenti, che ha persino sospeso lo sciopero del 17 maggio contro l’autonomia differenziata sulla base di un’intesa vaga (e infatti ancora tutta da verificare). In questo quadro, non solo è difficile organizzare uno sciopero di massa, ma è tanto più difficile farlo su un tema politico generale e non sulle questioni dirette della categoria. È quindi uno sciopero limitato e con profondi limiti. Senza rivendicazioni precise, senza costruzione e discussione nei posti di lavoro, in una dinamica che lo cala un po’ a freddo tra i lavoratori e le lavoratrici.
Però, è proprio oggi che improvvisamente e inaspettatamente si è sviluppato un movimento di massa sul clima e sulle questioni ambientali. Un grande movimento internazionale, non casualmente diffuso soprattutto tra giovani e giovanissimi studenti, in particolare delle scuole superiori. Non casualmente, perché da una parte sono proprio i giovani che risentiranno con maggior impatto dei cambiamenti climatici, dall’altro perché proprio gli studenti vivono una particolare condizione sociale: transitoria, relativamente sganciata dalla propria classe di appartenenza e al contempo complessivamente subordinata al mondo adulto (nonostante si sia giovani adulti, in grado di produrre e di riprodursi), inseriti in istituzioni totali che tendono al loro controllo (famiglia e scuola). Questo movimento di giovani e soprattutto studenti pone quindi alla società la richiesta di un cambiamento radicale e strutturale, in difesa di un equilibrio climatico e ambientale oggi minacciato da questo modo di produzione.
In questo quadro, ritegno non solo utile, ma importante lo sciopero politico indetto dalla FLC CGIL il 27 settembre. Non è l’impossibile costruzione di uno sciopero di massa (difficile e velleitario con questi tempi e in questo quadro), ma appunto un’adesione politica in grado sostenere questo movimento, di dargli fiato e provare anche a dargli una consistenza. Il tentativo cioè di iniziare a far intrecciare questo movimento giovanile con il mondo del lavoro, in cui quindi diventi più facile sviluppare la radicalità e l’anticapitalismo di FFF a partire dalla consistenza del punto di vista del lavoro e dei suoi conflitti nella produzione. E nel contempo portare il sindacato generale su questo terreno è un passo piccolo, per ora solo politico (generale e generico), che semplicemente apre questa possibilità e questo percorso. Ma ogni strada inizia da un primo passo. Per questo ho votato con convinzione l’indizione dello sciopero del 27 settembre all’assemblea generale della FLC, insieme agli altri compagni e compagne di Riconquistiamotutto che erano presenti.

Aosta, 16 settembre 2019
Luca Scacchi

 

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