Global Climate Strike: alcuni spunti per una riflessione collettiva

Delia Fratucelli, RSU Poste Torino

Ora, anche se è raramente riconosciuta come tale,
soprattutto dal movimento ecologista dominante,
la sicurezza sul luogo di lavoro è una problematica
ecologica a pieno titolo quanto l’installazione di un
inceneritore o il rumore eccessivamente alto in un
quartiere popolare vicino a un aeroporto.
La salute del lavoratore è il riflesso o l’interfaccia
del suo rapporto con l’ambiente, che sia tecnico,
naturale, legale, o le tre cose contemporaneamente.
 LA NATURA E’ UN CAMPO DI BATTAGLIA
Razmig Keucheyan

In questi ultimi anni, nell’aumento degli infortuni mortali (e ricordiamoci che i dati INAIL sono sempre parziali e quindi sottostimati) iniziano a prendere rilevanza gli eventi dovuti a situazioni climatiche. La crescita esponenziale non può stupirci, i cambiamenti climatici coinvolgono anche i luoghi di lavoro, tanto più se il luogo di lavoro prevalente è l’esterno. Ovviamente ogni settore di lavoro esterno e sono centinaia, ha sue proprie caratteristiche e problematiche, dall’agricoltura ai corrieri, dall’edilizia ai riders ….  Prioritariamente andrebbero riconosciute come lavoro dipendente,  prestazioni falsamente autonome e che in quanto tali non hanno neppure una copertura assicurativa e dove la prevenzione degli infortuni è lasciata alle possibilità economiche ed alla consapevolezza individuale del lavorator@.  In ogni caso molte situazioni di pericolo e di stress fisico sono simili e su di esse andrebbe una nuova stagione di consapevolezza e di rivendicazioni sindacali.

Non solo caldo. In Europa non esiste una direttiva quadro né alcuna raccomandazione che individui una temperatura massima alla quale bisogna smettere di lavorare, sicuramente non basta che il Testo Unico sulla Salute e Sicurezza preveda una corretta valutazione dei rischi, compresi quelli derivanti da stress climatici, se da parte sindacale non c’è la volontà e/o la forza per stabilire controlli e per proporre modifiche dell’organizzazione del lavoro. Basterebbe seguire quelle che sono le linee guida dell’INAIL per la prevenzione e protezione per il microclima caldo (ma più correttamente andrebbe nominato macroclima), per avere una diminuzione degli infortuni o delle patologie legate binomio lavoro + caldo? Probabilmente no, anche se dal rispetto di quelle linee guida si dovrebbe partire per delle iniziative sindacali, ci sono: chiediamo che le aziende le rispettino! Andrebbe estesa la sorveglianza sanitaria, ancora oggi non è prevista per diversi settori che pure lavorano all’esterno. Le organizzazioni sindacali dovrebbero rimettere mano all’organizzazione del lavoro, e non nascondersi dietro al mantra che: “L’organizzazione del lavoro è in capo alle aziende”. Rimettere mano all’organizzazione vuol dire nella maggioranza dei casi, entrare in conflitto con le esigenze aziendali e con i profitti padronali, vuol dire ridiscutere dei carichi di lavoro, dagli algoritmi al World Class Manufacturing, alla Lean Production …  Ritmi e carichi di lavoro rendono impossibile seguire anche le più semplici norme di protezione previste, salvo in coincidenza di un infortunio, in molti casi colpevolizzare il dipendente stesso per non aver seguito le direttive aziendali sulla sicurezza. Proporre di modificare l’organizzazione non sarà semplice neppure per  le RLS/RSU/RSA  e per i lavoratori che esse rappresentano, variare ad esempio gli orari di lavoro, potrebbe portare a delegittimazione delle rappresentanze sindacali, oppure aprire conflitti tra gli stessi dipendenti, soprattutto se queste modifiche non sono riunificate in un disegno di diminuzione/redistribuzione dell’orario medio di lavoro.

Ma anche eventi atmosferici imprevisti o estremi. Mentre l’aumento delle temperature riguarda tutte le tipologie di lavoro, non solo quelle a prevalenza esterna, il doversi confrontare nei prossimi anni con condizioni meteorologiche ad “alta energia connettiva potenzialmente disponibile” rende i lavorator@ che operano all’esterno una macro categoria con un elevatissimo indice di pericolosità lavorativa. Si tratta di una situazione nuova, che né  le organizzazioni sindacali e tanto meno i lavorator@, hanno compreso e nessuna risposte adeguata è stata finora elaborata. Adattare le norme di prevenzione e protezione potrebbe essere difficile ma non impossibile, anche in queste nuove condizioni, finanziando ricerche più avanzate sulle modifiche del clima, rendendo disponibile in tempo reale bollettini meteorologici, che fermano o modificano l’attività lavorativa. Certo disporre che tutti i lavoratori esterni siano collegati a dispositivi di allarme potrebbe essere  pericoloso per l’ uso di controllo e disciplinare che si potrebbe avere nelle applicazioni  satellitari, sicuramente sarebbe costoso, ma i cambiamenti climatici di cui siamo vittime e complici hanno la loro origine nel rapporto sociale capitalistico, e non può né deve essere preoccupazione dei lavoratori e del sindacato, l’aumento dei costi di produzione, che comunque per le dinamiche intrinseche del capitalismo, aumenterebbero comunque.

Relazioni “modificate”, prove non condotte in modo corretto, sottovalutazioni ecc si innestano in un contesto di norme “semplificatorie”, autocertificazioni e mancati controlli (anzi, oramai, letteralmente mancanza di controllori non stipendiati dai controllati). E possiamo continuare : valutazioni del rischio aziendali “a fotocopia”, pagate profumatamente ma di nessun aiuto per individuare i rischi e i modi per intervenire, o anche ben fatte e lasciate in un cassetto. Formazione dei lavoratori lasciata a soggetti “pirata” senza reali qualifiche e conoscenze
Marco Caldiroli Medicina Democratica onlus

La formazione manipolata. Certo la realtà nella maggioranza delle aziende è questa. Per questo andrebbe ripreso un impegno autonomo sindacale di analisi e organizzazione delle RLS/RSU/RSA, una formazione continua e non solo iniziale, ma anche un impegno a fare aumentare i finanziamenti per la prevenzione, ridefinire ruolo e funzioni dell’INAIL, ma l’urgenza concreta è riprendere ad ascoltare ed organizzare i lavoratori, quelli reali, con le loro irriducibili differenze, di età, di genere, di condizione, perché  soluzioni standard valide per tutti sono delle  false soluzioni, aumentano disparità, rischi e diseguaglianze tra lavorator@.

Il ruolo delle aziende. In molte aziende “sembra” che sia in atto una maggiore sensibilità ai problemi ambientali; una coscienza ecologica si aggira per i consigli di amministrazione? Smettiamola di illuderci, certo per molte aziende l’economia green può essere un modo per diversificare produzione ed organizzazione, nei prossimi decenni per molte aziende si concretizzerà l’esigenza di spostare il sito di produzione, e non sarà più per le solite esigenze di delocalizzazione, ma tutto questo è un cambiamento di  tattica che mantiene inalterata la finalità di accumulazione del profitto, la conferma che il capitalismo è cieco e senza limiti endogeni. Ma queste tattiche possono creare confusione tra i lavoratori; se un’azienda dichiara che adotta un cambio organizzativo per un risparmio energetico, o con finalità ecologiche sarà più difficile darne una valutazione negativa, anche se questa impatta pesantemente sulla salute e sulla sicurezza dei dipendent@ o dei lavorator@ autonomi che offrono la propria prestazione lavorativa.

E quello dei clienti. Per molte prestazioni lavorative il giudizio dei “clienti” viene utilizzato per sanzionare o premiare, ma sopratutto determinare il rendimento del lavorator@. Si pensi alle aziende o alle piattaforme che promettono la consegna del prodotto, entro un tempo determinato, che sia una pizza un pacco o un intervento di riparazione, la sostanza non cambia. E’ un aspetto ampiamente sottovalutato dalle organizzazioni sindacali, che accettano lo spostamento di responsabilità su salute e sicurezza dall’azienda al “cliente individuale”, mentre bisogna pretendere che sopratutto in determinate condizioni climatiche i margini di consegna debbano  essere modificati, anche fino all’annullamento della consegna.

Dovrebbe esser solo l’inizio. Il GLOBAL CLIMATE STRIKE del 27 settembre 2019, potrebbe essere un importante stimolo per riportare nel movimento sindacale, ma sopratutto tra i lavoratori, una attenzione alle condizioni di lavoro. Condizioni che sono già peggiorate in questi decenni per le sconfitte subite dalla classe dei lavorator@, ma che la crisi ambientale e le modifiche climatiche rischiano di far regredire ulteriormente.

La CGIL ha dato indicazione di indire per il 27 settembre assemblee nei posti di lavoro; senza però realmente impegnare le categorie a svolgerle, del resto se avesse concretamente voluto essere incisiva, la confederalità avrebbe garantito un impegno  per riunire i lavoratori nella settimana che precede lo sciopero. Molto positiva l’indizione dello sciopero della FLC , è importante che il mondo della conoscenza sia un’avanguardia di una nuova consapevolezza.  Questa consapevolezza dovrebbe essere estesa ad altre categorie, ma sopratutto i lavoratori devono tornare ad essere protagonisti, la lotta contro i cambiamenti climatici li riguarda totalmente.

Come AREA SINDACALE RICONQUISTIAMO TUTTO Opposizione in CGIL, con le nostre forze limitate dovremmo spingere per “desettorializzare” le iniziative di lotta, bisognerà agire conflitti per migliori condizioni di lavoro, che dovranno diventare lotte ambientali, antirazziste e femministe.

Delia Fratucelli
RSU Poste Italiane Torino

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