Il nostro spazio: #RIBelleCiao!

Relazione di Eliana Como alla prima assemblea nazionale di #RIBelleCiao! a Torino 28 giugno

1. Uno spazio nostro, se e come lo vogliamo.

Questa è la prima volta che organizziamo una assemblea femminista delle compagne dell’area. È una scommessa. Iniziamo a confrontarci per capire se vogliamo provare a andare avanti e come. L’esito non lo do per scontato. Io e altre, a cominciare dalle compagne di Torino, che si sono incontrate già anche a livello territoriale, l’abbiamo fortemente voluta questa assemblea, perché ne sentiamo il bisogno.

Per me, il bisogno è, prima di tutto, quello di confrontarci tra di noi sulle questioni di merito (poi ne proporrò alcune, ma soltanto come spunto per iniziare). In secondo luogo, ho il bisogno di capire se e come possiamo intervenire su questi temi, prima di tutto nella nostra pratica sindacale e poi, anche, nel rapporto con la Cgil e, magari, con il movimento di NUDM, almeno per quelle che vi partecipano. Sento, poi, il bisogno, lo dico francamente, anche di confrontarmi con voi su come stiamo noi come donne nella Cgil ma anche nell’area. E mi piacerebbe confrontarmi anche su come proviamo a rendere “femminista” (o almeno un po’ più femminista) la nostra modalità di gestire e costruire l’area, complessivamente, a cominciare da come intendiamo il modello di leadership (dalla portavoce a tutti i livelli).

Credo sia, in poche parole, il bisogno di costruire uno spazio nostro, quello a cui credo in tante ci stiamo affezionando e identificando, cioè lo spazio delle #RIBelle (a volte, in realtà, anche fuori da noi: RIBelleciao fa il verso in maniera carina a Belleciao, ma parla anche direttamente di un modo di essere e di sentirsi di tante compagne, anche fuori da questo schema. Ci sono compagne che si sentono #RIBelle anche nella maggioranza o fuori dalla Cgil).

Di questo spazio, personalmente, sento molto la mancanza in Cgil. Lo dico perché, almeno in Fiom, una volta c’era: era quello delle Metalmeccaniche e di Fatica e Libertà, l’inchiesta sulle condizioni di lavoro delle donne nel settore, da cui partì una riflessione anche politica con assemblee delle delegate. Me ne ero occupata proprio io, allora, di quella inchiesta, perché era il mio lavoro. Oggi, anche solo per questa circostanza, sarebbe semplicemente cestinata! Io quello spazio non lo vedo più, non in Fiom, ma almeno, ma credo anche in altre categorie. O meglio, c’è uno spazio formale (c’è in quasi tutti i livelli categoriali e territoriali della Cgil), ma rischia di essere, appunto, solo formale e ingessato, come qualsiasi altro spazio misto della nostra organizzazione, ingabbiato dalle logiche politiche, di potere piuttosto che congressuali. Anzi, a volte, lo dico con tristezza, forse è persino più ingabbiato di altri spazi misti. La discussione che c’è stata in Fiom sullo sciopero dell’8 marzo non ha ammesso replica, usando proprio l’argomentazione che la riunione delle donne al Congresso (quella in cui furono invitate le compagne di NUDM di Bologna) non si era espressa per lo sciopero. Argomentazione incredibile, perché lo sciopero non era stato all’odg di quella assemblea né tanto meno era stato proposto nella introduzione. Come dire: ufficializziamo in una riunione in cui lo sciopero non è a tema che “le metalmeccaniche hanno deciso che lo sciopero non è a tema”.

Quindi, a me manca uno spazio nostro. Non c’è mai stato, di fatto, nell’area. Non so dire perché o forse preferisco non dirlo. Preferisco dire che finalmente ce lo siamo più o meno costruito noi in questi mesi, anche e soprattutto sul lavoro che abbiamo fatto per lo sciopero dell’8 marzo e per la manifestazione di Verona. Tanto da arrivare all’appuntamento di oggi. Appuntamento per il quale, non a caso, ci siamo ritagliate uno spazio specifico, centrale e non marginale. Non è stato il solito “le compagne si riuniscono a margine della festa, la sera prima piuttosto che la mattina dopo, oppure a notte fonda”. L’assemblea di oggi, per me (questo lo dico da portavoce dell’area) non è meno importante di quella che avremo domani mattina. È vorrei che tutte (ma soprattutto tutti) ne fossimo consapevoli. Domani di certo lo ripeterò nell’introduzione al coordinamento nazionale.

Certo, è una scommessa, come dicevamo. Non facile, come ogni scommessa, ma direi abbastanza divertente. Proviamo almeno a farla essere tale. A me il femminismo ha negli anni insegnato anche a divertirmi nel fare politica, non soltanto a vivere la militanza come un cilicio da indossare “militarmente”. Mi ha insegnato questo, oltre a evitare di prendermi troppo sul serio, per adeguarmi a modelli che non mi appartengono, o comunque non necessariamente: sono contenta che tante di voi si siano affezionate ai miei pupazzetti e soprattutto che ormai sia normale avere qualche coniglietto o qualche pulcino a ogni riunione dell’area, anche in quelle con maggiore presenza maschile. Ci vuole un po’ di ironia nella vita, soprattutto nella nostra, anzi soprattutto nella vostra che siete delegate e che siete sempre sotto attacco, spesso proprio delle nostre segreterie, non soltanto degli altri sindacati e delle controparti. E la nostra ironia è spiazzante. Qualcuno in giro so che si irrita per i miei post su FB di cappuccetto rosso contro il lupo cattivo! Forse non sanno come reagire, perché non rientra nelle loro pratiche e nei loro rituali, che sono perlopiù maschili e a cui danno per scontato che noi dobbiamo adeguarci per “sentirci all’altezza”.

Allora, è una scommessa, non facile ma che può essere divertente… ma, sia chiaro, è una scommessa collettiva e dipende da tutte noi. Non basta che sia io a volerlo (dico “io” perché sono la portavoce, ma vale per chiunque altra di voi, nei territori e nelle categorie). Se lo vogliamo, dobbiamo volerlo collettivamente (che non significa “tutte”). Quello delle #RIBelle non è uno spazio organizzato o formalizzato, per questo non è un obbligo e dipende proprio da noi se vogliamo costruirlo. E io vi dico che non lo formalizzerei proprio: più i coordinamenti donne della Cgil sono formalizzati meno funzionano… c’é la responsabile delle donne, una o due riunioni l’anno e stop. A me piacerebbe fare qualcosa di più reale, che incide nelle pratiche della nostra azione sindacale e nel modo in cui noi stiamo in Cgil e nell’area sempre, quotidianamente, non due volte l’anno.

Allora, non è un obbligo né un dovere per nessuna. E non è nemmeno detto che tutte quante abbiamo i bisogni che io ho detto essere i miei. Non è detto che tutte lo vogliamo costruire questo nostro spazio. Non è detto che tutte pensiamo di costruirlo nello stesso modo. Non è detto che tutte noi abbiamo le stesse pratiche o le stesse esperienze femministe. Confrontiamoci e capiamo se vogliamo andare avanti. Io ne ho una grandissima voglia.

Detto questo, provo a dare alcuni spunti, per provare a fare oggi una discussione di merito oltre che di metodo. E provo a farlo, cominciando dalle cose che sappiamo più o meno già di condividere, anche perché ne abbiamo già discusso, per l’8 marzo e per Verona alla nostra ultima assemblea nazionale il 15 marzo a Roma.

2. Il nostro è un approccio rivendicativo, conflittuale e di classe

Le rivendicazioni femministe che ci hanno portato a sostenere e costruire lo sciopero dell’8 marzo sono per noi imprescindibilmente conflittuali (per questo abbiamo lavorato allo sciopero e non a un convegno, a uno spettacolo o un flash mob, con tutto il rispetto per queste iniziative, che sono però altra cosa). E di classe: il nostro femminismo è quello del 99% delle donne, non quello dell’1%. È il femminismo delle operaie, delle impiegate, delle precarie, delle insegnanti, delle infermiere, delle pensionate, delle studenti. Non quello delle donne di potere. Da questo punto di vista, non abbiamo condiviso parte dell’approccio di Belle Ciao, nella cui discussione il tema della lotta per il potere delle donne è centrale, tanto da arrivare all’invito dell’imprenditrice al congresso della Fiom e della madamine SI Tav a quello dello Spi. Come ci siamo dette il 15 marzo, lo ripeto qui perchè per noi è un elemento centrale, peggio del patto dei produttori, c’è solo il patto delle produttrici.

Il tema centrale non è il tetto di cristallo, cioè la possibilità delle donne di accedere ai livelli apicali nelle aziende (così come un approccio di genere all’interno della Cgil non può essere limitato a quante sono le donne che diventano segretarie generali, soprattutto se quelle stesse donne sono scelte con i meccanismi di potere dell’organizzazione, tipicamente maschili, e non prendono in considerazione il tema di genere, se non come facciata o alla fine del loro mandato, come la nostra ex segretaria generale.

Quindi, il nostro problema non è quante donne segretarie ci sono nella nostra organizzazione, ma che spazio e che pratica di genere c’è al suo interno. Così come nei luoghi di lavoro, il problema non è il tetto di cristallo, almono non prioritariamente, ma sono i salari e le condizioni di lavoro di chi ci sta sotto. Anche per questo Belle Ciao non basta, perché non ha un approccio dichiaratamente di classe e conflittuale. Non a caso ha rifiutato lo sciopero dell’8 marzo e non ha saputo interloquire con NUDM. O meglio, ha scelto l’interlocuzione con Cisl e Uil e le donne di una certa politica.

Il nostro approccio di classe non è del tutto scontato nemmeno nel movimento di NUDM, dove convivono posizioni anche diverse, lo sapete, ma al quale credo sia importante continuare a partecipare come abbiamo fatto fin qui, cercando, cioè, un rapporto con loro, lavorando attivamente alla costruzione dello sciopero, ma con le nostre posizioni, la nostra autonomia, il nostro punto di vista. Che è, almeno per me, quello delle condizioni di lavoro, dei salari, delle condizioni di ricatto, delle condizioni materiali delle donne e delle lavoratrici che sono necessariamente intrecciate con il tema della violenza contro le donne, così come il sistema capitalistico è intrecciato con la cultura patriarcale. Le discriminazioni delle donne sui posti di lavoro sono funzionali alla loro oppressione nella società e viceversa. Con questo non voglio dire che la violenza contro le donne appartenga soltanto a uno strato sociale, non è così e spesso la subiscono anche professioniste affermate. Il punto però è mettere in discussione un intero sistema di sfruttamento, a partire proprio dalle condizioni di lavoro. Non basta dire che siamo contro la violenza, se poi accettiamo che le donne siano sempre pagate meno e più discriminate sui posti di lavoro. Senza considerare che per tante donne liberarsi da situazioni di violenza all’interno delle famiglie è difficile proprio perché non sono in condizione di rendersi autonome economicamente, perché hanno un salario basso, un lavoro precario e incerto, magari una pensione da fame anche se è tutta la vita che faticano. Poi considero ovvio che chi fa la sindacalista, come noi, è chiamata a difendere le condizioni di tutti, uomini e donne. Questo non è in discussione. Noi donne dobbiamo essere le prime, però, a capire che c’è una condizione di genere da combattere: che i salari sono bassi per tutti, è vero, ma per le donne lo sono sempre di più; che le condizioni di lavoro sono pessime per tutti, ma per le donne è sempre peggio; che la precarietà è un problema per tutti, ma le donne sono le più colpite. Non si migliorano, cioè, le condizioni di lavoro di nessuno, se non si mette in discussione il più generale sfruttamento delle donne.

3. Il rapporto con NUDM e l’8 marzo 2020

Poi, di certo, le nostre rivendicazioni non coincidono necessariamente né si limitano a quelle di NUDM. In particolare a me non ha mai convinto la proposta del reddito di autodeterminazione, preferisco rivendicare l’orario di lavoro (la riduzione per chi lavora troppo e l’aumento per chi lavora troppo poco), il controllo dei ritmi, il controllo della prestazione e dell’orario (contro la flessibilità e le aperture domenicali e festive, per esempio), i bassi salari, il sottoinquadramento e la endemica precarietà di alcuni settori a larghissima presenza femminile (pensate agli appalti e subappalti dei servizi, al tessile, alle catene di montaggio di elettrodomestico e elettronica, al turismo, alla grande distribuzione e via dicendo).

Credo che dobbiamo essere capaci di interloquire con le nostre ragioni con il movimento. Interloquire significa ascoltare tanto quanto provare a farsi ascoltare, sapendo che non saremo d’accordo su tutto. Noi (tanto più la Cgil) facciamo fatica a rappresentare una parte di quel mondo del lavoro iper-precario di tante giovanissime donne di NUDM. Altrettanto evidente, però, è che molta parte del movimento di NUDM non conosce il mondo del lavoro delle tante donne che invece noi incontriamo quotidianamente. Abbiamo a volte linguaggi diversi, priorità diverse. Ma è utile, reciprocamente, il confronto.

A proposito: il prossimo 8 marzo nel 2020 sarà di domenica. È aperta una discussione nel movimento. Noi stesse abbiamo detto a Torino, all’assemblea nazionale di NUDM, che per noi sarebbe importante spostare lo sciopero a una giornata lavorativa (è chiaro che nella grande distribuzione si lavora anche di domenica, ma questa non è la normalità di quasi tutti gli altri posti di lavoro, scuola compresa). C’è forse la possibilità di tenere due date, se ne sta discutendo (domenica e lunedì, per esempio). Questa sarebbe una soluzione che io auspico perché consentirebbe di tenere insieme i vari modi che fin qui abbiamo avuto di intendere lo sciopero (produttivo, riproduttivo, dei generi, del consumo), senza doverne sacrificare uno per l’altro. Dando anche bene conto di come la settimana lavorattiva delle donne (tra lavoro produttivo e riproduttivo) non si limiti affatto al classico lunedì-venerdì, anche escludendo le tante che lavorano regolarmente di domenica come nel commercio. Anche per una operaia che non fa i turni, spesso il sabato è giornata di lavoro, perché deve recuperare in casa tutto quello che non è riuscita a fare in settimana.

Comunque, ne discuteremo, probabilmente la data alla fine sarà il frutto di una decisione internazionale. È chiaro che se lo sciopero fosse solo di domenica,ci lavoreremo lo stesso, ma la portata per noi sarà un’altra e anche la discussione all’interno della Cgil sarà un’altra. In qualche modo anche per la Cgil sarà più facile sottrarsi da uno sciopero di domenica, inteso perlopiù (salvo alcuni settori) come sciopero del consumo, dai generi e riproduttivo. Già quest’anno uno degli argomenti è stato: la Cgil fa solo scioperi VERI, non simbolici. E’ una strumentalizzazione, perché NUDM ha sempre detto di intendere lo sciopero come sciopero produttivo, oltre che riproduttivo, dai generi e dal consumo. Lo sciopero dell’8 marzo è stato anche la classica astensione del lavoro. Tanto più lo sarebbe stato, se la Cgil, anziché sottrarsi, ci avesse lavorato, come abbiamo fatto noi.

Anche per questo, come sapete alcune di noi, insieme a alcune attiviste di NUDM, tra cui Marina Turi e Barbara Bonomi Romagnoli, abbiamo scritto una lettera a Maurizio Landini dopo la sua intervista alla Rossanda che titolava Un altro genere di sindacato è possibile. Non ritorno sui contenuti della lettera, perché la conoscete tutte. Dico solo questo: non abbiamo avuto risposta, né, d’altra parte, ci aspettavamo di averla. Però in quella lettera abbiamo detto esattamente questo: ma come? Sostieni che non c’era il tempo per costruire lo sciopero! Non è vero perché ne abbiamo iniziato a parlare a novembre. Il tempo c’era, è mancata la volontà politica. Se anche fosse, ora manca un anno al prossimo 8 marzo, parliamone. Silenzio. Da questo punto di vista non so se vale la pena riprendere quella lettera. Anche per dire: ma perché non rispondi! Anche se forse sarebbe utile sciogliere prima la questione della data del 2020.

4. Contrattazione di genere, salario, sicurezza

Ho detto prima quali sono per me i temi prioritari di un nostro approccio femminista e di genere: orario di lavoro, condizioni, ritmi, part time involontari. A questi sono di certo legate altre due questioni fondamentali, a loro volta intrecciate: salari e pensioni. Le donne in Italia continuano ad avere salari mediamente più bassi degli uomini e conseguentemente pensioni più povere (anche per i percorsi più discontinui e precari). Il tema però non può essere affrontato come parità salariale tout court. Non so se capisco male, ma anche la legge islandese di cui tanti parlano (secondo me avendo letto soltanto il titolo) non è diversa da quanto per legge è previsto in Italia. A parità di mansione, inquadramento, settore e orario, un datore di lavoro non può pagare una donna meno di uomo, nemmeno in Italia. Il punto è che normalmente le donne sono adibite a mansioni più basse e quindi con inquadramenti inferiori, sono impiegate largamente in settori a basso valore aggiunto, dove non si fa la contrattazione di secondo livello (pensate alla grande distribuzione commerciale), spesso sono costrette a part involontari o comunque fanno meno straordinario (perché sono meno disponibili, che lo straordinario lo fanno già a casa, ma anche perché viene chiesto più spesso agli uomini lo straordinario). O magari perché sono più spesso assenti a causa della ineguale divisione del lavoro di cura. La questione allora va affrontata da questo punto di vista, cioè quello delle discriminazioni indirette. Sono quelle che determinano il differenziale salariale.

Da questo punto di vista, serve la contrattazione di genere? Non lo so, perché a me pare che, spesso, l’approccio che c’è dietro alla contrattazione di genere non colga questa complessità e si limiti piuttosto a una operazione di maquillage, che, ben che vada, può dare qualche beneficio nella contrattazione di secondo livello, in qualche grande azienda, quindi ancora nei settori più forti e già più tutelati. Poi non c’è dubbio che alcune rivedicazioni siano giuste (penso per esempio alla copertura al 100% dei periodi di astensione per maternità laddove non è prevista) e non c’è dubbio che riflettere su questo è utile, soprattutto per quante di noi riescono a fare la contrattazione di secondo livello. Ma credo che l’approccio della Cgil dovrebbe essere un altro (lo dirò anche stasera quando parlaremo di contrattazione nazionale con tutti). Se mi interrogo su quale contrattazione serve alle donne, non penso alla contrattazione di genere, ma a una contrattazione che aumenti per tutti il salario in busta paga, per esempio. Se l’approccio della contrattazione continua a essere buste paga leggere e poi redistribuzione al secondo livello, le donne sono penalizzate perché lavorano proprio nei settori dove si fa meno contrattazione o anche perché i PdR sono spesso vincolati alla prestazione, spessissimo addirittura alla presenza, cioè elementi che doppiamente svantaggiano le donne. Una contrattazione di genere per me è allora quella che punta al salario fisso (non voglio tirare fuori feticci, ma non a caso dicevamo che la scala mobile era unn rivendicazione femminista, perchè alzando i salari automaticamente, riduceva le discriminazioni delle donne). Per me una contrattazione di genere è quella che tenta di ridurre l’orario a parità di salario (certo, non in cambio di un maggior utilizzo degli impianti, che è l’approccio della Fiom). Una contrattazione di genere è quella che contrasta la flessibilità e il lavoro domenicale e festivo. Ma così si rafforza proprio chi ha meno potere contrattuale. Ed è inutile che firmo il lavoro di domenica nei contratti nazionali e poi parlo di contrattazione di genere in quelli aziendali, tanto per fare un esempio. E’ inutile che apro l’asilo aziendale in un grande posto di lavoro, se poi contratto il welfare aziendale e non difendo come dovrei quello pubblico e universale, per tutte e tutti. Così come è inutile, anzi doppiamente discriminante, se accetto Opzione donna senza abrogare la legge Fornero, perché la conclusione finirà per essere che le donne andranno in pensione prima ma con pensioni ancora più basse (è volontaria lo so, ma so anche quali sono le pressioni che le lavoratrici che hanno raggiunto i requisiti subiscono da parte del datore di lavoro e spesso anche dalla famiglia, se hanno nipoti o persone non autosufficienti da accudire).

Allora, l’approccio per me dovrebbe essere questo: una politica rivendicativa e di difesa del ccnl di tutt’altro tipo, servirebbe a tutti, prima di tutto proprio alle donne. Quindi bene anche discutere di contrattazione di genere (perché al secondo livello a qualcuna servirà pure), ma per me la vera contrattazione per le donne si fa se si mettono in discussione le linee stesse che in questi anni la Cgil ha sostenuto sulla contrattazione (sul salario e sugli orari in particolare).

5. Sicurezza, salute riproduttiva, mobbing e molestie

Poi c’è un altro tema, che è quello della sicurezza, che è un tema che si affronta sempre in modo neutro, anche perché, banalmente, la maggior parte degli infortuni mortali avvengono nei settori più maschili. Se questo è vero, c’è però tutto il tema degli incidenti in itinere (più frequenti proprio per le donne: con una maggior incidenza all’uscita dal lavoro, quando spesso sei stanca e stai correndo a prendere i figli da qualche parte) e quello, meno tragico ma non meno grave, degli infortuni e delle malattie professionali, che colpiscono eccome le donne (spesso anche di più, anche per il carico di fatica che normalmente le donne svolgono anche nel lavoro riproduttivo) è che invece vengono considerati “neutri”. Sbagliando, perché c’è differenza tra i corpi degli uomini e delle donne. I Dpi sono “neutri”, o meglio, se penso alle fabbriche metalmeccaniche (non so altrove), significa in realtà che sono per gli uomini. Poi le donne si devono adattare. Questo approccio è sbagliato anche perché la salute di chi lavora dovrebbe essere considerata complessivamente, in rapporto anche alla propria condizione di vita. Non si può parlare compiutamente di valutazione del rischio senza tenere in considerazione, il genere appunto, ma contemporaneamente l’età, i percorsi di vita, il paese di origine, la tipologia contrattuale o la condizione familiare, quindi il carico di fatica e di stress che normalmente per le donne si aggiunge fuori dall’orario di lavoro.

Per le donne i rischi aumentano proprio a causa delle cosiddette “discriminazioni multiple“, soprattutto in rapporto all’età e per la necessità di conciliare le esigenze di lavoro e di vita.

Si parla pochissimo (e male) anche di salute riproduttiva in rapporto alle condizioni di lavoro (lavoro notturno, turni di sabato e domenica, catena di montaggio). O meglio, si affronta soltanto la cosiddetta patologia della gravidanza, che è il tema di fatto più noto, e, in parte, anche più tutelato (non per le precarie e in generale non troppo vista la recente norma che permette alle donne di restare al lavoro fino all’8 mese). In ogni caso, ancora meno e peggio, si affronta il tema dei rischi per la salute riproduttiva in senso più generale, prima della gravidanza, cioè la cosiddetta tossicità della riproduzione. Condizioni ergonomiche, organizzazione del lavoro, ritmi, carichi di lavoro e in generale la condizione di stress psicofisico legato alla condizione lavorativa influiscono pesantemente sulle funzioni riproduttive o sessuali di donne e uomini e hanno incidenza soprattutto su disturbi mestruali, infertilità (maschile e femminile) o anche aborto spontaneo nei primi mesi, piuttosto che nascita prematura (anche legato al fatto che le condizioni di precarietà spesso portano anche a posticipare la scelta della maternità). Di questo non se ne parla mica. Pro-vita e family day vari preferiscono accusare le donne, perché scelgono di lavorare, mentre per questi bigotti retrogradi dovremmo restarcene a casa a fare figli.

Abbiamo fatto bene a essere a Verona, perché è inaccettabile quella idea miserabile di società, perché decidiamo noi se e quando avere figli, per fortuna non siamo mucche da latte e il lavoro, bello o brutto che sia (è infatti rivendichiamo di migliorarlo) resta uno strumento di emancipazione e liberazione delle donne. E poi perché se tante lavoratrici rinunciano o rimandano la maternità è colpa della precarietà, del ricatto, degli asili che mancano, delle condizioni di lavoro pesanti e dei ritmi che danneggiano i corpi e la salute riproduttiva. O anche del fatto che i salari sono così bassi che uno per famiglia non basta più, anche volendo (ammesso e non concesso).

Allora, noi abbiamo fatto bene a essere alla manifestazione di Verona. E ha fatto bene anche la Cgil. Però la Cgil si decida: o si manifesta – giustamente – a Verona contro l’oscurantismo del Congresso delle famiglie oppure si va dal Papa. Che con una mano paga le bollette agli occupanti delle case e parla di giustizia sociale (miseria della sinistra politica essersi ridotti a cercare icone di questo tipo…); dall’altra, ribadisce che la vita è sacra e dono di Dio dal concepimento all’infermità della vecchiaia (altro che diritto all’aborto, al fine-vita e via dicendo).

Eliana Como

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