CC Fiom. P.Brini: dove vuole andare la CGIL?

Intervento di Paolo Brini all'Assemblea Generale Fiom Nazionale del 18/04/2019

Compagni,
credo che per capire quali compiti ci aspettano nelle prossime settimane e nei prossimi mesi sia importante innanzitutto provare a delineare il contesto in cui ci troviamo.
Siamo entrati in un nuovo periodo di crisi economica i cui effetti più profondi vedremo probabilmente dopo l’estate, ma con due differenze sostanziali rispetto a quella del 2007. Innanzitutto la Cassa Integrazione e gli ammortizzatori sociali sono diventati pressoché inutilizzabili dopo le modifiche introdotte dal Jobs Act. Questo avrà un impatto dirompente poiché non saremo in grado di gestire la fase come in passato ed il problema dei licenziamenti si porrà con forza. A questo si aggiunge, non a caso, una spada di damocle immensa sulla testa dei lavoratori che si chiama Decreto Sicurezza e che prevede fino a 12 anni di reclusione per chi occupa una strada in più di 10 persone. Di fatto la stessa pena di un pedofilo; chi sciopera viene equiparato a chi abusa dei bambini.
Tutto questo avrà degli effetti sulla coscienza della classe così come sta già avendo degli effetti anche sul governo che è sempre più in crisi e lacerato da contraddizioni. La questione dell’aumento dell’Iva non ne è che l’ultima plastica rappresentazione. Una crisi di governo che si traduce nel tracollo elettorale dei 5 Stelle, a dimostrazione che quel voto di protesta era un voto per lo più di sinistra e di lavoratori delusi. Ma come spesso accade, le bugie hanno le gambe corte e sono bastati pochi mesi per far crollare il castello di carte grillino. Questa dinamica sta spostando sempre più a destra l’asse del governo che assume un carattere sempre più fascistoide e reazionario. Ma anche Salvini, nonostante l’effimero successo, ha le gambe corte. La può raccontare fin che vuole, ma con il fumo negli occhi di un barcone o degli zingari o dei centri sociali e chi più ne ha più ne metta non si fa mangiare la popolazione. Se dietro al razzismo fai seguire non solo la partita di giro a scopo elettorale di quota 100 e del Reddito di Cittadinanza ma addirittura l’aumento dell’Iva che avrà un impatto devastante sulle classi popolari o l’alcoltest sugli operai della Fincantieri (fatti passare per ubriaconi) in realtà come strumento evidentemente repressivo verso uno dei settori più avanzati e combattivi della classe, alla lunga i nodi vengono al pettine. Per questo noi nelle assemblee dobbiamo essere feroci contro questo governo reazionario discutendo e se necessario litigando con quei settori di lavoratori che ancora hanno illusioni in esso. Da questo punto di vista ha fatto bene Landini a chiedere la messa fuori legge immediata delle organizzazioni neofasciste.
Credo d’altro canto sia per noi essenziale rilevare l’elemento più importante di questa fase, ovvero il fatto che questo governo sta suscitando delle reazioni. Reazioni finalmente non meramente elettoraliste ma di piazza. Certo non ancora sul versante strettamente sindacale e non coinvolgendo in maniera conseguente la classe lavoratrice in quanto tale ma su terreni quali i diritti civili, la questione di genere, il razzismo e l’ambiente. Tuttavia sono mobilitazioni di massa e movimenti con cui non solo dobbiamo interloquire e a cui dobbiamo dare il nostro sostegno ma dentro cui dobbiamo stare portando avanti una battaglia “per l’egemonia” che porti a collegare tutti questi aspetti alla questione di classe più in generale e che deve portare noi a coinvolgere l’insieme del proletariato in una battaglia di sistema. Da questo punto di vista è certamente positiva la proclamazione della sciopero generale della nostra categoria per il 14 di giugno nell’ambito del percorso di mobilitazione iniziato il 9 febbraio. Tuttavia è qui che vedo la nostra contraddizione di fondo ben sintetizzata dall’emergere del dibattito sul salario minimo. Dove vogliamo andare con questi scioperi? Ho letto le ragioni addotte dalla Cgil per cui nel contesto del nostro paese siamo contrari al salario minimo e debbo dire che in astratto non fanno una piega. Non ci sono dubbi che il rischio è di far saltare i contratti nazionali e di fissare per legge al ribasso i salari. Dovremmo però chiederci perchè questa discussione ha avuto lo spazio di poter prendere piede. La risposta è molto semplice, perchè il livello dei salari nel nostro paese come emerso anche dalle ricerche della Cgil stessa sono crollati. Questa non è forse la conseguenza della politica salariale ad aumenti zero e dei contratti nazionali disastrosi che abbiamo firmato in questi anni e di cui quello dei metalmeccanici non è che l’esempio più emblematico? Non siamo forse noi tra i principali responsabili di questa situazione? Mi fa piacere sentire qui oggi aprirsi delle riflessioni critiche di bilancio sull’ultimo contratto nazionale metalmeccanici. Non ci entro per ragioni di tempo ma avremo presto occasione di fare una discussione approfondita in vista del rinnovo imminente del CCNL.
Ancora, condanniamo giustamente il dumping salariale dei contratti nazionali firmati da sindacati gialli e non rappresentativi ma con quale credibilità lo possiamo fare se CCNL come quello del multi servizi, che è l’emblema di questo fenomeno, sono firmati anche dalla Cgil? Non basta dire No al salario minimo, bisogna anche farsi un esame di coscienza ed un bilancio autocritico e dire dove si vuole andare dal punto di vista contrattuale.
Stessa identica contraddizione suscita la piattaforma rivendicativa con cui si chiamano i metalmeccanici alla mobilitazione il 14 giugno. Risulta davvero difficile poter motivare i lavoratori a scendere in sciopero con un misto di rivendicazioni che in parte sono astratte e generiche ed in parte sono addirittura pericolose. Perdonatemi la battuta che per ragioni di tempo mi fa essere piuttosto tranchant, ma è un po’ complicato oltre che tragicomico chiedere ai lavoratori di fare sciopero per far ottenere ai padroni i finanziamenti per l’industria 4.0! Padroni e operai non sono sulla stessa barca e ancora meno lo sono in tempo di crisi. Mi pare invece che questa piattaforma sia perfettamente in linea con il manifesto redatto alcuni giorni fa da Confindustria e firmato anche dalla Cgil. Un manifesto che è l’elenco delle richieste degli imprenditori. A leggerlo mi sono chiesto per quale ragione la Cgil dovesse firmare una roba del genere che manda in soffitta in un battibaleno la contraddizione di fondo di questa società ovvero quella tra capitale e lavoro. Perchè abbiamo sentito il bisogno di sottoscrivere e fare nostri i desiderata dei capitalisti all’Unione Europea? L’unica risposta ragionevole che mi sono dato è che in un contesto di crollo generalizzato di autorevolezza e di importanza delle cosiddette “organizzazioni di rappresentanza”, democristianamente dette corpi intermedi, ci si illude che legittimandosi reciprocamente ci si possa altrettanto reciprocamente rafforzare. Compagni su questo voglio essere molto chiaro, affidarsi alle associazioni dei padroni per sperare di salvarsi è per noi il più grave degli errori. Su questa strada finiremo per schiantarci contro un muro. Per rafforzarsi la Cgil ha una sola strada, quella di riconquistare autorevolezza e fiducia agli occhi dei lavoratori. Questa è una cosa che si può ottenere solo sul campo mettendo in atto una linea politica e sindacale e delle pratiche conflittuali all’altezza della situazione. Il problema del calo di tesseramento non è affatto, come ha detto un compagno prima, un problema matematico. Tutt’altro, è essenzialmente un problema politico. Faccio un esempio. Nel 1949 la Fiom a Mirafiori aveva 37.520 iscritti, nel 1967 glie ne erano rimasti solo 1.041. Se io analizzassi questo dato da un punto di vista matematico dovrei dire che chi è stato in Fiom Mirafiori in quei due decenni era un incapace perchè ha perso iscritti e non ha saputo farne di nuovi. Invece come sappiamo le ragioni di quel tracollo furono di ben altra natura e si devono far ricadere su ben altre spalle che quelle del singolo funzionario o delegato. Lo dico perchè se non teniamo presente questo aspetto non solo non riusciamo ad inquadrare quali sono le cause delle nostre difficoltà e quindi come risolverle, ma rischiamo di “bruciare” i compagni che si demoralizzano e gettano la spugna.
Serve una piattaforma chiara, rivendicativa e di lotta che abbia l’ambizione di portare i lavoratori a scendere in piazza per riconquistare quello che i padroni ci hanno tolto in questi anni. Credo che questo sia l’unico modo efficace per portare i lavoratori a tornare ad avere fiducia nella Cgil ma prima ancora e soprattutto ad avere fiducia in se stessi non come singoli ma come classe.
Grazie.

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