CGIL VdA. L.Scacchi: lo scontro di classe oggi è su salario, orario e regionalizzazione.

Intervento di Luca Scacchi al Direttivo CGIL della Valle d’Aosta, 19 aprile 2019

In primo luogo, ringrazio Vilma [segretaria generale CGIL VdA] e la segreteria per questa riunione: un Direttivo dedicato alla situazione politico-sindacale e le prossime mobilitazioni (17 maggio sciopero della conoscenza, 14 giugno metalmeccanico; 1° giugno corteo dei pensionati, 8 giugno pubblici). Ringrazio per due ragioni. Primo, perché spesso in questo Direttivo il confronto era, come dire, secondario rispetto ad altre questioni di carattere organizzativo o finanziario. Secondo, perché dal congresso in poi questa non è la prassi della CGIL: da gennaio, infatti, non si è riunito il Direttivo nazionale e non discuterà ancora per diverso tempo. L’assemblea generale del 4 marzo (un organismo che con gli invitati comprende quasi 400 compagni/e) si è riunita per una sola giornata (dalle 10 alle 17); il Direttivo del 6 e 7 maggio a Matera, è un’iniziativa tematica, sulle questioni della cultura, insieme alle altre confederazioni. Eppure, in questi mesi la CGIL sta conducendo iniziative significative sul fronte contrattuale, nel confronto con governo e padronato come nel quadro politico (un manifesto per l’Europa firmato non solo con CISL e UIL, ma anche con Confindustria!). Allora, appunto, ringrazio, perché credo sia importante darsi, in controtendenza, questi momenti di discussione.

In secondo luogo, ho apprezzato il punto di partenza della relazione: la situazione economica del paese e la recessione in corso. Per un sindacato, infatti, è fondamentale definire la propria azione a partire da un’analisi dalla dinamica economica e sociale. Oggi il contesto non è facile. Da due trimestri il paese registra una crescita negativa e questa recessione, al momento solo tecnica, è il segno di una crisi che sta nuovamente precipitando sul paese. Il rallentamento colpisce infatti non solo l’Italia, ma tutti i principali poli mondiali. Il nostro continente, con una significativa riduzione della produzione e della crescita sin dal suo cuore tedesco e mitteleuropeo. La Cina, che con un’espansione da tempo in lenta e costante frenata, fatica ancora ad uscire da un modello di sviluppo centrato sugli investimenti (oltre il 40% del PIL) ed oggi è segnata dall’espansione di un debito (pubblico e privato) che ne moltiplica le linee di faglia. Gli Stati Uniti, che dopo una delle più lunghe stagioni di crescita dal dopoguerra (a giugno saranno 120 mesi, pari solo al ciclo “clintoniano” degli anni novanta), vedono oggi i tassi di interesse dei titoli di stato triennali raggiungere quelli decennali: la loro inversione (quando al governo costa di più prender a prestito a breve termine che a lungo termine) è uno dei più evidenti indicatori di una nuova pesante recessione.

La crisi sta arrivando. Non è però una crisi nuova. Dal 2007/08 infatti questo sistema di produzione non riesce ad uscire dall’impantanamento in cui la sua stessa dinamica l’ha portato. Non riesce ad uscirne perché le sue ragioni sono strutturali. Da una parte la caduta tendenziale dei saggi di profitto, che rende sempre più difficile la riproduzione del circuito di valorizzazione del capitale. Dall’altra una generalizzata sovrapproduzione, che crea troppe merci (basti guardare la differenza tra la capacità produttiva di acciaio o di auto ed i loro mercati) e al contempo troppi capitali rispetto alle occasioni di profitto. Per evitare il crollo si gonfiano enormi bolle finanziarie, sostenute dopo il 2007/08 da montagne di debiti pubblici e privati (oltre 260mila mld di dollari, tre volte il PIL mondiale) garantiti da un enorme flusso di liquidità proveniente dalle banche centrali (le principali, FED BCE PBOC e BOJ, hanno moltiplicato i propri bilanci da 4mila mld di dollari nel 2007 a 20mila nel 2017: è il 30% del PIL mondiale). Questo precario squilibrio, questa gestione capitalistica della crisi, si è retta grazie alla continua espansione americana e cinese. La loro messa in discussione rischia oggi di rimettere tutto in gioco. E precipita una competizione sempre più stringente tra i diversi poli mondiali, che come ha notato la relazione, nella lunga crisi vede rimessi in discussione precedenti equilibri e sfere di influenza. Una crescente tensione internazionale che mette in campo non solo scontri monetari e conflitti commerciali, ma anche la moltiplicazione di vere e proprie guerre (anche ai nostri confini, come in Libia).

In questa crisi strutturale il capitale lotta per sopravvivere e riprodursi. Colpendo il lavoro. Di fronte ad una compressione generalizzata dei margini di profitto, di fronte ad un’aspra competizione internazionale, le imprese tendono infatti a colpire il lavoro aumentando lo sfruttamento. Questa gestione capitalistica della crisi, cioè, spinge a ridurre le produzioni (occupando meno persone), aumentare l’orario di lavoro e a rendere i salari più flessibili (riuscendo quindi ad abbassarne, all’occorrenza, persino gli importi nominali). Ed inoltre, nel quadro della tremenda espansione del debito, anche la strada delle politiche keynesiane si fa sempre più impervia: ad esser colpiti infatti non sono solo i salari (diretti e indiretti, come le pensioni), ma anche quelli sociali (i servizi universali come sanità, scuola, trasporti e assistenza), con l’aperto smantellamento dei sistemi di welfare nei paesi europei (vedi Draghi nel 2012).

Davanti alle lacrime ed al sangue di queste politiche, in questi ultimi anni è cresciuta nel mondo (e nel nostro paese) una diversa proposta di gestione capitalistica della crisi. Sono cioè cresciute forze reazionarie e di destra, che hanno saputo sviluppare un’egemonia nelle classi subalterne. Movimenti, partiti e governi (da Orban a Trump, da Erdogan a Bolsonaro, da Kaczyński a Duterte) che rispondono alle paure ed alle rabbie diffuse con opzioni autoritarie: da una parte acuendo la competizione internazionale con politiche militariste e razziste; dall’altra sviluppando politiche sociali selettive; in ogni caso inscrivendo tali politiche nell’obbiettivo di fondo del rilancio delle imprese nazionali, subordinando quindi ad esse bilancio pubblico, servizi sociali e politiche sul lavoro. È questo il segno anche del governo giallo-verde di questo paese qui.

In questa primavera abbiamo però visto un vento nuovo. Non è stato tanto il corteo sindacale del 9 febbraio, quanto le successive mobilitazioni di marzo. Il 2 a Milano contro il razzismo ed il pregiudizio. L’8 in tutta Italia per lo sciopero delle donne. Il 15 la mobilitazione mondiale sul clima e l’ambiente. Il 23 con decine di migliaia di persone a Roma per la manifestazione nazionale notav e dei movimenti per la difesa del territorio. Ed infine il 30 a Verona, contro il tentativo reazionario di tornare a promulgare in Italia una politica bigotta sulla famiglia e sulla gestione delle relazioni personali. Questo vento è importante. Però se non si struttura nella durezza dell’organizzazione contrapposta degli interessi sociali, se non riesce a poggiarsi sulla forza dei conflitti del lavoro, se non sviluppa una progettualità anticapitalista, rischia di esser disperso dalla storia e dalle cose. Dal risultato elettorale del 26 maggio ed un rinnovata egemonia politica reazionaria. Dal precipitare della crisi e della recessione, con la rabbia e la disperazione delle periferie. Dal moltiplicarsi dei conflitti e delle guerre, con la conseguente militarizzazione delle nostre società e delle loro prospettive.

La linea che ci siamo dati non mi pare adeguata. Davanti a questa crisi e questa recessione, il documento dell’Assemblea generale del 4 marzo, le piattaforme di mobilitazione della CGIL, i nostri documenti e la nostra azione, sembrano infatti basarsi su due cardini.
Da una parte, la rivendicazione di una ripresa immediata degli investimenti, come forma di intervento anticiclico per contrastare la nuova recessione. Il problema è che questa parola d’ordine generale si focalizza sulla rivendicazione di una particolare forma di investimenti: la riapertura immediata delle grandi opere (e non la ripresa delle spese sociale, il rifinanziamento e il rilancio dei servizi universali di base come istruzione, sanità e trasporti).
Dall’altra, la richiesta di aumenti salariali significativi e generalizzati. Il problema è che questa parola d’ordine si focalizza su un particolare fronte: non quello contrattuale degli stipendi, con la rivendicazione di aumenti ben oltre la difesa del potere d’acquisto (come abbiamo affermato in tanti documenti), ma quello della riduzione dell’IRPEF per lavoratori e lavoratrici dipendenti. Cioè, viene proposto un intervento sul famoso “cuneo fiscale”, cercando spazi per gli aumenti salariali tramite la fiscalità generale e non redistribuendo in maniera diversa i profitti.
Questi due cardini non sono casuali. Dal “patto di fabbrica” al “manifesto per l’Europa”, è infatti chiaro l’asse da cui sono sostanziati. Si pensa cioè di affrontare questa stagione con un nuovo “patto dei produttori”, provando per questa via a sviluppare un contraltare al governo Lega-5Stelle. E quindi, si rivendicano investimenti, ma nella forma delle grandi opere. E quindi, si rivendicano aumenti salariali, ma riducendo il cuneo fiscale.  Cioè con rivendicazioni compatibili con il padronato. Così però ci si subordina alle sue strategie, senza cogliere le ragioni strutturali della crisi e senza difendere gli interessi del lavoro.

In questo quadro, poi, si rischia di non portare avanti con determinazione il contrasto alla regionalizzazione dei servizi universali. La proposta di autonomia rafforzata non è una semplice battaglia ideologica della Lega o di qualche governatore. È una spinta strutturale di un sistema produttivo sempre più diversificato tra le aree del paese. Non a caso è sostenuta anche da governatori e forze del centro sinistra. È una politica che, dividendo il paese, subordina definitivamente i servizi pubblici agli interessi delle imprese. Una politica che persegue lo smantellamento dei servizi universali, dividendo come ha appena detto Claudio [segretario FLC Vda] fondi e organici, stipendi e orari di servizio. Non ci sono LEA e LEP che tengono: anzi, questi sono strumenti che con la definizione di costi e fabbisogni standard subordinano i servizi alle compatibilità e le efficienze economiche. Allora, lo sciopero del 17 maggio avrebbe dovuto esser uno sciopero di tutti/e. Non solo della FLC, ma anche della FP e dei traposti, di tutta la CGIL. E, in ogni caso, deve esser sostenuto da tutti/e. Qui in Valle d’Aosta è uno sciopero particolarmente complesso, anche nella scuola, perché si tratta di lottare contro la generalizzazione, il farsi sistema, di quell’autonomia che noi oggi già abbiamo come Regione Autonoma. Per questo, come ha ricordato Claudio, come FLC VdA abbiamo intenzione non solo di portare avanti il consueto ciclo di assemblee nelle scuole, ma vogliamo anche organizzare una giornata seminariale di confronto e discussione tra RSU e dirigenti sindacali, oltre che un’iniziativa pubblica di confronto con la popolazione. Ad entrambe le iniziative, come sulla raccolta firme sostenuta da un ampio fronte sindacale (dalla CISL ai Cobas) e di associazioni e movimenti, è importante ci sia anche un sostegno attivo della CGIL e delle altre categorie.

In questa crisi strutturale, invece, un sindacato che intende difendere la forza lavoro ed il lavoro (che sono cose diverse) dovrebbe saper reagire con forza e determinazione. La risposta dovrebbe esser in primo luogo nella difesa dell’autonomia del lavoro, non nella ricerca di nuovi patti dei produttori. Altrimenti, si rischia solo di gonfiare il vento nelle vele dei movimenti reazionari, consolidare la loro presenza e il loro radicamento nelle classi subalterne e persino nel lavoro. Oggi, allora, al centro delle nostre rivendicazioni dovrebbe esserci la conquista di aumenti salariali per tutti/e (monetari e agganciati alla paga base, non variabili sul salario accessorio o sottoforma di welfare); la difesa del salario sociale (i servizi pubblici universali come sanità, istruzione e trasporti) messi in discussione da decenni di tagli e oggi a rischio di frammentazione con le proposte di regionalizzazione; una nuova battaglia generale per la riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, redistribuendolo fra tutti/e (dondolo a chi non ce l’ha, i disoccupati; aumentandolo a chi l’ha poco, come i tanti part time obbligatori; riducendolo a chi l’ha troppo, come i tanti costretti a flessibilità e straordinari).

Un’ultima cosa, sulla Valle d’Aosta. Da qualche anno siamo immersi in una lunga crisi di regime. Una crisi determinata dall’esaurirsi progressivo dei pilastri che hanno sostenuto per oltre trent’anni il sistema Valle d’Aosta. A partire da un’autonomia finanziaria basata anche, se non sostanzialmente, su risorse esogene (dall’Iva di importazione ai trasferimenti dello stato, sino alla tassazione sull’Heineken). In questo quadro, abbiamo visto la degenerazione progressiva di un regime politico clientelare centrato sulla Regione, le sue spese ed i suoi investimenti. Una degenerazione in cui negli ultimi tempi, tra giunte instabili, crisi del Casinò e arresti per corruzione, è emersa con sempre maggior chiarezza anche la pervasività della ‘ndrangheta in questo territorio. A febbraio, come area programmatica, avevamo chiesto la convocazione urgente di un’assemblea regionale di tutte le RSU: la costruzione di un evento politico e sociale in Valle, in cui denunciare questa degenerazione e questa presenza. Costruendo cioè dai posti di lavoro una piattaforma ed un movimento in grado di rompere anche nella società, e non solo nei tribunali, questo regime. Un segnale politico e sociale che sinora non c’è stato. Ad oggi, la CGIL su quel fronte ha deciso di non agire. Continuiamo a chiederlo, perché oggi più che mai è necessario, dopo la condanna di Rollandin e le nuove convulsioni nei Palazzi regionali.
Non solo. Vilma [segretaria generale CGIL VdA] nella sua relazione ha parlato di un confronto positivo che si è avviato con questa Giunta, di possibili sviluppi costruttivi in particolare sul Piano del Lavoro. Non capisco. Quale futuro si può pensare di costruire in questo quadro di progressiva degenerazione e di perenne instabilità istituzionale? In questi mesi avete visto che si è sviluppato un conflitto in Università. Non entro qui nel dettaglio, riporto solo alcune considerazioni per sottolineare una dinamica che rientra in un quadro. Nell’instabilità e nella degenerazione di sistema della Valle, infatti, in assenza di un Piano di sviluppo triennale si è sviluppato il tentativo del Rettore, da mesi in minoranza negli organismi accademici dell’Ateneo, di imporre una gestione autocentrata e autoritaria (con le sue proposte di “commissariamento” che sono emerse anche sulla stampa). Una parte maggioritaria dei docenti ha quindi ritrovato voce e partecipazione, ha riattivato occasioni e percorsi di coinvolgimento. Il personale tecnico amministrativo ha trovato una sua voce, esprimendosi pubblicamente quasi all’unanimità, tornando ad eleggere il proprio rappresentante in Consiglio dell’Università e tenendo assemblee sindacali molto partecipate. Con l’occasione, tra le altre cose, siamo riusciti a nominare una RSA CGIL, anche grazie ad uno stretto coordinamento tra FLC e FP (a proposito, ringrazio qui Igor [segretario FP Vda] dell’impegno e la disponibilità mostrata con l’occasione). E si è aperta anche la strada per la costruzione nei prossimi mesi di una vera rappresentanza sindacale. Si sono cioè riattivate energie e disponibilità a lungo sopite da una dinamica di involuzione. Tutte questo non è avvenuto grazie ad un’amministrazione regionale vacua e sfuggente. Tantomeno ad un confronto più o meno positivo con essa. Si è sviluppato, invece, perché nel contrasto di una deriva si è sviluppato un punto di vista di parte.
Sviluppare il nostro punto di vista di parte è il compito principale che abbiamo oggi in Valle. Il lavoro, nella crisi di regime e di sistema che sta attraversando la Valle d’Aosta, deve cioè rapidamente trovare un proprio punto di vista generale. Per questo è urgente convocare un direttivo come questo, a maggio, specifico e tematico, di analisi e riflessione sulla Valle e sulla nostra iniziativa. Ed è quindi poi importante, a partire dalla CGIL, avviare una piattaforma generale del lavoro, da sviluppare nei luoghi di lavoro, nelle assemblee e con i e le delegati/e.

Luca Scacchi
Direttivo regionale CGIL Vda

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