Europa. Non è il nostro appello!

Sull'appello per l'Europa firmato da Cgil Cisl Uil e Confindustria

L’Appello per l’Europa firmato ieri da Cgil Cisl Uil e Confindustria (leggi qui il testo) è molto di più di una irrituale esortazione ad andare a votare alle elezioni europee. Il fatto di essere fuori luogo è forse soltanto l’ultimo dei problemi. Il testo è un vero e proprio manifesto di una idea di Europa in cui sindacati e padroni si siedono dalla stessa parte del tavolo per rivendicare investimenti, infrastrutture e mercato unico. In se stesso è un atto politico preciso, che conferma una scelta di campo: l’unità sindacale di Cgil Cisl e Uil da una parte, il Patto dei produttori con la Confindustria dall’altra. Più che un cambio di passo della Cgil è una subordinazione agli interessi delle imprese.

Nel testo, l’Europa dell’austerità e delle politiche di rigore è evocata come qualcosa di lontano, quasi un fenomeno astrale non controllabile, di cui non ci sono cause e di cui nessuno ha responsabilità. Il tema ambientale, della riconversione e delle politiche di sviluppo sostenibile è affrontato con generiche dichiarazioni di intenti. Il benessere dei lavoratori viene insieme a quello delle imprese e si basa su competitività, investimenti in infrastrutture, grandi concentrazioni di capitali e istituzionalizzazione del dialogo sociale. Crisi e recessione si combattono con meccanismi di supporto al reddito e alla domanda interna, vedi bene, “finanziato senza pesare sulle imprese”. In questo testo, semplicemente, non c’è il lavoro. Non c’è la sua autonomia dall’impresa e dal capitale. Non una parola su salario, pensioni, diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, condizioni di ricatto nelle imprese e precarietà. E, ovviamente, non c’è una parola sulla riduzione dell’orario a parità di salario. Non una parola che sia una sulla sicurezza sui posti di lavoro. Che tristezza, poi, “l’Erasmus in azienda”: secoli e secoli di storia europea dell’università, del sapere e della conoscenza critica gettati in pasto alla formazione di risorse umane a uso e consumo delle imprese, per una sorta di apprendistato europeo.

Che poi si scriva, come si legge in premessa, che l’UE “ha garantito una pace duratura in tutto il continente” è persino un falso storico, che dimentica sia la logica della guerra fredda e dei blocchi contrapposti, che per cinquant’anni ha sovrainteso a quella pace militarizzata, sia le guerre a cui i paesi europei hanno partecipato a vario titolo negli ultimi 30 anni all’esterno o persino all’interno dei confini del continente, come quella nella ex Jugoslavia e più recentemente in Ucraina.

Sarebbe questa l’idea che la Cgil ha dell’Europa delle lavoratrici e dei lavoratori? Questa non è l’Europa fondata sul lavoro a cui si riferisce nei commenti alla stampa di oggi il segretario generale della Cgil. È l’Europa delle imprese e del capitale, in cui i sindacati si mettono docilmente a disposizione della competitività. Le stesse imprese e lo stesso capitale, che mentre si dichiara a favore dello sviluppo sostenibile, contrario ai processi di dumping sociale e sensibile all’integrazione sociale e al rispeto dei migranti, considera la sicurezza ambientale e gli investimenti un costo, delocalizza senza remore nei paesi a basso costo, sfrutta la condizione di ricatto dei migranti, attraverso leggi come la Bossi-Fini.

Davvero incredibile che non si riesca a capire che l’avanzata delle destre e delle politiche reazionarie e sovraniste in tutta Europa, a cui si guarda con preoccupazione anche in questo testo, siano esattamente il frutto di decenni di politica economica e sociale in cui gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici sono stati sviliti da quelli dell’impresa e del capitale. Un appello così, purtroppo, non ostacola la destra e il sovranismo, ma anzi lo alimenta, nutrendo le illusioni propagandistiche su cui basa il suo consenso e confermando ai lavoratori e alle lavoratrici europee che il sindacato ha scelto di sedersi dalla parte sbagliata del tavolo.

Noi crediamo nell’internazionalismo e nella necessità di unificare lotte salari e diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, al di là della loro nazionalità e al di fuori da logiche sovraniste e reazionarie. Ma se i diritti e gli interessi dei lavoratori sono ovunque gli stessi, altrettanto chiaro deve essere che essi sono ovunque in contrapposizione a quelli del capitale, qualunque sia la sua nazionalità o provenienza.

Per queste ragioni, da questo appello ci dissociamo apertamente, tanto più che ne abbiamo appreso l’esistenza dai giornali e che la firma della Cgil su di esso non è stata discussa in un nessun organismo politico, tanto meno nel direttivo nazionale.

#Riconquistiamotutto!

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