NO alle grandi opere. Verso il 23 marzo

Eliana Como e Serafino Biondo, a Messina, assemblea NO Ponte-NO grandi opere. Verso la manifestazione del 23 marzo a Roma

Sarebbe ridicolo, se non fosse criminale, che in questo paese si sia davvero tornati a parlare del ponte sullo stretto di Messina e che ci sia ancora una classe politica, a cominciare dal presidente della Regione Sicilia, che lo considera una opera “necessaria”. Basterebbe il rischio sismico e idrogeologico della zona ad archiviare la discussione come farsesca. Oltre al fatto che il ponte collegherebbe due deserti infrastrutturali, da una parte e dell’altra, e che le priorità sono altre: dalla messa in sicurezza del territorio alla rete viaria regionale (incredibilmente ancora a binario unico, condizione che rende i treni non soltanto lenti, ma soprattutto pericolosi). Per non parlare dell’emergenza occupazionale: piuttosto che ritirare fuori il ponte, il presidente della Regione si preoccupi che il tasso di disoccupazione giovanile è superiore al 50%. Così come, dall’altra parte dello stretto, ci si preoccupi delle condizioni disumane in cui vivono migliaia di migranti, braccianti agricoli. L’ultima tragedia, annunciata, nella baraccopoli di San Ferdinando è di appena qualche giorno fa.

Queste considerazioni non riguardano soltanto il ponte, ma tutte le grandi opere, di cui questa è soltanto la più assurda ma non l’unica altrettanto dannosa. Che si chiami TAV o MUOS o Terzo valico o TAP, il punto vero è che tutte le grandi opere rispondono agli interessi della finanza, del grande capitale, dei costruttori e di tutte le mafie. Interessi che vengono prima di qualsiasi buon senso o di qualsiasi analisi costi-benefici. E soprattutto prima del legittimo e democratico diritto delle popolazioni di decidere sul proprio territorio per impedirne la devastazione.
Non è un caso se, proprio ora, la grande borghesia italiana è tornata a chiedere le grandi opere e lo sblocco dei cantieri già aperti, fino – addirittura – al ponte sullo stretto. Le chiedono come volano degli investimenti in quella che prevedono essere una nuova fase recessiva, anche a fronte di un nuovo quadro politico. Stanno semplicemente rivendicando i loro interessi, quelli appunto della grande finanza e del capitale. Che non sono i nostri!

Per questo penso che il sindacato non possa avere dubbi sulle grandi opere. Mi spaventa quando sento parlare di “patto dei produttori”, perché il sindacato deve rivendicare i propri interessi di classe, avendo un punto di vista autonomo anche sul modello di sviluppo: su cosa e come lo si produce. Non si possono inseguire gli interessi del grande capitale sulla testa delle popolazioni, sia sulle grandi opere, sia sui grandi eventi (vedi Expo), compreso l’enorme bagaglio di corruzione e criminalità che sempre si portano dietro. Bisogna rivendicare le nostre priorità, che sono lo stato sociale, le infrastrutture dei pendolari, la messa in sicurezza delle case, delle scuole e, non meno importante, del patrimonio artistico (anche quello crolla un pezzo alla volta a ogni temporale). Bisogna avere il coraggio di dire che con queste opere diffuse di messa in sicurezza dei territori si crea molta più occupazione e che comunque lavoro e sviluppo non possono mai venire prima della devastazione del territorio.
Per questo per noi è importante la partecipazione alla manifestazione del 23 marzo a Roma, per il clima e contro le grandi opere. Ci saremo e faremo il possibile perché questa discussione entri, ai vari livelli, anche nella Cgil.

Un’ultima cosa. Ogni volta che si parla del ponte sullo stretto di Messina, si fantastica di avanguardistici progetti di ingegneria civile, che farebbero il vanto dell’Italia, proiettandola tra le grandi potenze del mondo. Se le imprese e la Confindustria vogliono davvero dimostrare che il nostro non è il paese degli anni 50, invece che sognare improbabili ponti sospesi per aria su una delle zone a maggior rischio sismico del mondo, si preoccupino piuttosto di investire i loro soldi nella sicurezza sul lavoro. L’anno scorso sono morte sul posto di lavoro 700 persone, fino a 1500 se si contano quelli morti in itinere. Per non parlare di come si lavora e si vive nelle campagne intorno ai campi di raccolta dell’agricoltura. Ecco, questo sì che è un paese fermo agli anni 50. Altro che il ponte sullo stretto!

Eliana Como, intervento alla assemblea NO Ponte

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