Tra quiete e tempesta. Si conclude il direttivo della CGIL.

Un breve resoconto, e commento, del Direttivo nazionale CGIL del 11 novembre 2018.

Ieri si è chiuso il lungo e complicato Direttivo Nazionale del 27 ottobre, in cui era deflagrata la guerra nel documento più unitario della storia della CGIL. Dopo due settimane di considerazioni social, insulti e mipiace, articoli sul Diario del Lavoro, interventi nei congressi e applausometri vari, il dibattito è tornato nel suo alveo, senza offese e scomuniche.

Qualcosa, ovviamente, è cambiato. Con l’interruzione forzata della discussione, la proposta avanzata dalla segreteria generale è cresciuta e si è affermata nel dibattito pubblico.

In ogni caso, è stata archiviata la discussione sul percorso e le regole (quasi nessuno lo mette più in discussione: molti hanno riconosciuto la legittimità della proposta e molti hanno esplicitamente dichiarato che è comunque alle nostre spalle). Diversi interventi hanno mantenuto ed anzi esplicitato le differenti posizioni, a partire dai principali protagonisti delle analisi e degli scambi pubblici di queste settimane. Anzi, finalmente è timidamente emerso anche in Direttivo, qui e lì, qualche profilo di merito: sui modelli e le pratiche sindacali (un candidato rappresenta la sua storia ed il suo percorso sindacale) e su possibili articolazioni della linea in questa fase (serve aggiornare il documento congressuale all’attuale quadro politico sociale, al governo Lega e 5 stelle).

Dopo tanto dibattito e dopo tanto litigare, comunque, non ci si è fatti mancare neppure la trattativa ed una qualche rappacificazione (sebbene, a quanto ci sembra, armata). Nella replica, infatti, la segretaria generale ha ribadito punto per punto tutte le posizioni della relazione (l’opportunità di evitare candidature clandestine o sotterranee; la necessità di portare in trasparenza il confronto sui nomi; la rivendicazione del metodo e del percorso; l’indicazione di una chiara opzione politica e di modello con la proposta di Landini, nell’impianto programmatico del documento congressuale; l’esigenza, in particolare, di aprire una nuova fase “generalista” della CGIL, a partire dalla difesa di tutte le condizioni di lavoro e quindi di avviare il superamento dei “verticalismi di categoria”; la richiesta infine, se qualcuno ha candidature alternative, di presentarle al dibattito dell’organizzazione prima del congresso nazionale di Bari). Dopodiché, proprio facilitare e forse chiamare a questo chiarimento, è stato ritirato l’ordine del giorno presentato da diversi componenti della scorsa segreteria (praticamente tutti eccetto la segretaria, i due componenti in disaccordo e il candidato alla successione), ma né è stato presentato dagli stessi uno nuovo, letto al Direttivo solo dopo la replica della segretaria generale.

Ghiselli è intervenuto e chiesto di poter definire l’ordine del giorno unitariamente in segreteria, per evitare ulteriori forzature e fratture (è forse probabile che a quel punto alcuni, se non molti, avrebbero abbandonato la sala prima delle votazioni). In questo quadro, la riunione si è interrotta per un oretta scarsa, per consentire la segreteria e la successiva valutazione dei suoi risultati dalle diverse parti. A quel punto è stato presentato un odg unitario, in cui l’unica differenza rispetto all’originario (oltre al metodo di definizione ed i firmatari) è l’inserimento di una frase: “Il Comitato Direttivo prende atto che su questo percorso si sono legittimamente manifestate differenti posizioni”.

A quel punto, Nicolosi e altri due componenti si sono astenuti, con una dichiarazione, valutando positivamente la conclusione unitaria ed il cambio di clima del confronto, ma sottolineando un problema di regole e prassi dell’organizzazione, che in questo percorso non sarebbero state rispettate comunque. Tutti gli altri hanno votato a favore.

Noi, come OpposizioneCgil, abbiamo fatto una dichiarazione di non partecipazione al voto: la dinamica di tutto il Direttivo ci è infatti sembrata segnata da strappi e forzature (a partire dalla sua interruzione), dall’incapacità di far emergere e discutere con chiarezza e trasparenza i nodi politici e di linea che sono sottesi al confronto sulle candidature, dall’assurdità e l’incomprensibilità di un confronto condotto con queste modalità (e questi toni).

In conclusione. La proposta di candidatura si è oramai imposta politicamente, ma rimangono dissensi ed articolazioni nel documento più unitario del mondo. Articolazioni e dissensi che, evidentemente, non sono solo sulla persona o interburocratici, ma relativi ad alcuni nodi politici e contrattuali. Da qui a Bari si potranno risolvere in una trattativa (su linea, equilibri e assetti), come potranno emergere e magari esplodere al congresso nazionale. A noi però ci sembra che ancora una volta si sia persa l’occasione di potersi confrontare, con trasparenza e fino in fondo, sulle diverse opzioni: non solo si è paradossalmente aperto il dibattito pubblico proprio alla conclusione delle assemblee congressuali nei posti di lavoro e nelle leghe dei pensionati, ma oggi lo si prosegue sotto un nuovo manto “unitario”, senza esplicitare le differenze, magari sino alla prossima frattura (che come il 27 ottobre, in questo modo rischia di esser scomposta e dolorosa).

LS

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