CD CGIL. L.Scacchi: una vertenza generale, un’opposizione di massa.

Intervento di Luca Scacchi al Direttivo CGIL del 23 luglio 2018

Nella sua relazione, se non ho capito male, la segretaria generale ha proposto di darci un’asse generale di risposta alla profonda crisi politica e sociale che stiamo vivendo, all’azione demagogica e populista del governo Lega e 5stelle, attraverso una prospettiva europea. Cioè attraverso il rafforzamento democratico e sociale della UE. Andando forse anche oltre quanto definito e proposto nei nostri testi congressuali, ha quindi ripreso e tracciato una valutazione sostanzialmente positiva delle ragioni fondanti dell’Unione Europea, del suo ruolo politico e sociale (la lunga pace postbellica, lo sviluppo economico attraverso la costruzione di un mercato continentale, la possibilità di esser forza di bilanciamento nella competizione internazionale e nella globalizzazione). Ha posto quindi la necessità di riscoprire e ridare un senso di massa a queste ragioni fondanti della costruzione europea. Contro le proposte neoliberiste e le politiche di austerità che negli anni passati hanno dominato nelle istituzioni e nei governi europei. Contro i ripiegamenti nazionalisti, sovranisti e populisti che sono oggi senso comune e asse di governo di questo paese. Su questo ha quindi proposto di incentrare la nostra iniziativa: dall’autunno sino alla prossima primavera, nelle prossime assemblee congressuali e nelle mobilitazioni sulla prossima legge di bilancio, anche per sviluppare un orientamento di massa europeista in vista delle prossime elezioni europee. Il compagno Megale, nel suo intervento, ha ricordato poi che questa costruzione europea, contrapposta alle politiche neoliberiste come ai ripiegamenti nazionalisti, ha già visto nel passato un protagonismo sindacale: proprio 25 anni fa, il 23 di luglio del 1993, la CGIL ha promosso e firmato un accordo quadro sulla contrattazione che è stata parte fondante della costituzione materiale dell’Unione Europea, di una sua declinazione sociale e partecipativa.

Ecco, io credo che proprio non ci siamo. Credo cioè che questo asse strategico sia politicamente sbagliato, inadeguato a rispondere alla grande crisi aperta dal 2007/08, all’offensiva padronale in corso, alla saldatura tra classi subalterne e movimenti politici reazionari realizzatasi lo scorso 4 marzo. Non solo: credo sia anche una proposta contraddittoria, in primo luogo contraria agli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, alla nostra stessa funzione di rappresentanza delle classi subalterne.
Da una parte, come anche ricordato dal compagno Botti nel suo intervento, questa Unione Europea ha soprattutto il volto dell’austerità, della deflazione dei salari, dei tagli allo stato sociale (“il modello sociale europeo è morto”, come disse Draghi nel 2012). È ricordata dalle classi subalterne italiane e di tutto il continente soprattutto per le sue politiche padronali, dirette a favorire finanza e grande capitale: dallo strangolamento della Grecia di Tsipras all’imposizione del fiscal compact in tutti gli stati dell’Unione.
Non è però solo questo il problema. Non è solo una questione di immagine, di vissuto delle classi subalterne, di percezione sociale diffusa. Non è solo il problema della declinazione regressiva, liberale e filo-padronale che l’Unione Europea ha avuto in questi ultimi decenni. Il problema è che anche la costruzione più partecipativa, solidale, concertativa dell’Unione Europea è stata pagata a caro prezzo dalla classe lavoratrice, del nostro paese e di tutto il continente. Perché qualunque patto sociale in questi decenni è stato semplicemente uno strumento di limitazione e controllo dei diritti e dei salari. Prendiamo ad esempio l’accordo del ’93, richiamato prima da Megale come un elemento costitutivo di quest’altra Europa. In realtà a livello di massa non è ricordato come un momento progressivo e di avanzamento sociale per lavoratori e lavoratrici. In realtà, e soprattutto, non lo è stato: i quindici anni in cui quest’accordo è vissuto (1993/2008) hanno visto un sostanziale congelamento dei salari, con il trasferimento di almeno 10 punti del PIL dal lavoro ai profitti. Il secondo tempo promesso di una politica sociale di piena occupazione e rafforzamento del welfare non solo non si è visto, ma al suo posto abbiamo invece conosciuto quindici anni di privatizzazioni, liberalizzazioni e tagli alla spesa pubblica. Come possiamo allora pensare che questa strategia possa trovare un consenso di massa? E soprattutto, come possiamo pensare di riproporla oggi, dopo dieci anni di una grande crisi che è ancora lontana da esser superata e che ha ulteriormente ristretto margini e disponibilità padronali?
Inoltre, mi sia concessa anche una breve riflessione sulla lunga pace postbellica. Sino al crollo del muro di Berlino, l’assenza di conflitti continentali dispiegati ha trovato origine e sanzione più nell’equilibrio della guerra fredda che nell’azione europea. Con il crollo dei muri, infatti, è finita anche la pace nel continente. Ero giovane, ma ricordo distintamente a Trieste il rumore degli aerei da guerra che bombardavano la Slovenia. E poi il lungo massacro croato e bosniaco, l’assedio di Sarajevo, le pulizie etniche ed i campi di concentramento per i civili. E dopo la Bosnia, il Kossovo. Guerre balcaniche in cui le responsabilità e anche la mano europea è stata netta ed evidente. E dopo, ancora, gli interventi in Irak, Afghanistan, Libia e Nordafrica. Allora questa lunga pace europea è stata prima una pace del terrore e poi una serie ininterrotta di guerre esportate dalla stessa Unione Europea nei propri confini, per fissarli e consolidarli. Davvero allora pensiamo che questa Europa sia un’Europa di pace? A me è sembrata più un’Europa di pattugliamenti navali e hotspot, fili spinati e bombardamenti, proiezioni di potenza ed interventi militari.

No. Non dobbiamo proporre questa prospettiva europea, non dobbiamo inseguire un’unificazione continentale funzionale alla competizione, ai blocchi commerciali e monetari, alle politiche di potenza ed imperialiste. Dobbiamo anzi proporre e perseguire una sua rottura, per costruire un’Europa veramente dalla parte del lavoro.

In questo quadro, dobbiamo agire anche contro il governo di Lega e 5stelle. Alcuni interventi che mi hanno proceduto hanno richiamato il carattere fascista di questo governo, o di alcune sue forze costitutive. Richiamo tutti i compagni e le compagne ad un’opportuna sobrietà politica. Perché le parole hanno un senso ed una profondità che non dobbiamo ignorare. Proprio la nostra organizzazione, allora la CGL, si dovette confrontare con un governo fascista, con il primo regime fascista del continente (e, tra parentesi, vale forse la pena ricordare che allora non diede una brillante prova di sé, né nel contrastare l’ascesa del fascismo né nell’opporsi al regime, con un gruppo dirigente che ne promosse “l’autoscioglimento” nel 1927). Oggi non siamo di fronte ad un governo che agisce una violenza sovversiva dall’alto, una rivoluzione passiva repressiva. E nel contempo, ci sono delle forze fasciste. Realmente fasciste. Le conosciamo bene: sono quelle che da mesi consolidano la loro presenza in molti territori, attaccano le nostre sedi, organizzano ronde nelle strade e sulle spiagge del nostro paese. Contro di loro dobbiamo sviluppare il massimo del contrasto politico, oltre che un’attiva ed autorganizzata “vigilanza democratica”. Non sono queste, però, oggi le forze di governo.

Il governo che abbiamo di fronte è comunque un governo reazionario. Senza particolari contraddizioni o articolazioni. Certo, Lega e 5stelle sono soggetti diversi (per storia, caratteristiche e basi sociali di riferimento). Certo, queste destre sono molto diverse da quelle che abbiamo conosciuto in questi decenni, in cui profondi erano i tratti liberali, liberisti, individualisti. Entrambi queste soggetti politici condividono però una matrice reazionaria comune, che le ha portate non casualmente a governare insieme e che potrebbe permettergli di consolidare un blocco reazionario nei prossimi anni. Entrambi, infatti, si costituiscono intorno agli interessi e alla rappresentanza di alcuni settori di piccola e media borghesia (la Lega agli imprenditori dei distretti e delle PMI; i 5stelle ai nuovi professionisti del terziario avanzato). Entrambi, soprattutto, propongono una rappresentazione comunitaria della realtà (gli uni intorno al popolo padano prima ed italiano poi, gli altri intorno al cosiddetto “popolo della rete”). Rispondono alla scomposizione sociale ed alla diffusa insicurezza, sviluppando politiche securitarie e anche politiche protettive. Con questa operazione politica ed identitaria, in maniera anche più radicale di Renzi, cancellano ruolo e funzione dei cosiddetti corpi intermedi: nella loro rappresentazione comunitaria non esistono infatti interessi e punti di vista diversi, non esistono lavoratori e padroni, ma solo corpi molecolari della comunità generale. Così facendo, come sempre è accaduto, permettono alle classi dominanti di mantenere il comando in un tempo di crisi. La nostra azione di contrasto a questo governo deve esser quindi netta e radicale, perché è un governo costitutivamente antisindacale e contro il lavoro.

La segretaria generale, nella sua relazione, ha quindi richiamato l’opportunità di costruire nel prossimo autunno una mobilitazione ampia e significativa, anche in previsione della prossima legge di bilancio in cui alcuni nodi del cosiddetto “contratto di governo” arriveranno al pettine. Una mobilitazione rivendicativa, centrata su parole d’ordine in grado da una parte di riunificare un mondo del lavoro scomposto, dall’altra di orientarne le aspettative di cambiamento su obbiettivi precisi, realmente dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici.
Sì. Sono d’accordo. Serve proprio costruire una vertenza generale. È necessario cioè portare in campo una opposizione di massa dal versante dei lavoratori, delle lavoratrici, dei precari, dei disoccupati. Sostenere e diffondere la resistenza contro ogni provvedimento e ogni offensiva di stampo padronale, generalizzare le lotte, sviluppare un fronte unico di massa e di classe unendo tutto ciò che l’avversario vuole dividere. Ricostruendo quindi nelle lotte, in coordinamenti e assemblee di delegati/e, una piattaforma generale che tracci un confine chiaro tra chi sta di qua e chi sta di là: chi sta dalla parte del lavoro e chi sta con i padroni.
In questa vertenza generale, però, sono fondamentali due cose. Da una parte dobbiamo esser chiari e coerenti, in particolare tra rivendicazioni (generali) e comportamenti (contrattuali): se diciamo, come anche è stato detto e ripetuto da questo palco, che dobbiamo lottare per un Servizio sanitario nazionale pubblico e per un welfare universale, dobbiamo allora contrastare tutte le forme di finanziamento privato e di differenziazione del welfare, contrattuale o territoriale. E questo deve poi valere con altrettanta nettezza e coerenza per tutti gli altri eventuali punti, come la cancellazione del Job Act e di tutte le leggi di precarietà o la redistribuzione generale dell’orario di lavoro a parità di salario. Dall’altra, questa vertenza generale non può prescindere da un ritorno reale nelle piazze, da scioperi articolati e generali in grado di segnare il paese e le coscienze, riportando in campo un movimento di massa in grado di stravolgere l’agenda politica e sociale dei prossimi mesi.

Infine, mi sia concesso un ultimo passaggio sul congresso. Eliana prima, in particolare, e Mario poi hanno sottolineato esplicitamente, con chiarezza ed esempi concreti i problemi che abbiamo riscontrato nelle scorse settimane. Atteggiamenti e comportamenti che rischiano di segnare pesantemente, e gravemente, il nostro confronto. Non ci torno. Quello che mi ha colpito, e che vi voglio sottolineare, sono invece alcune risposte ed alcuni interventi da questo palco.

Ho capito forse male, o davvero qualcuno ha rivendicato da questo palco non solo la possibilità, ma anche l’opportunità di tenere le nostre assemblee congressuali nelle sedi del Partito Democratico? (Perché così abbiamo un’occasione di poter dimostrare la nostra autonomia, parlando male del PD nella loro casa?????). Qualcuno ha retoricamente chiesto se ci sono problemi in questa scelta. Si, ci sono. Io ne ho. Non solo ho il problema a tenere riunioni ufficiali della nostra organizzazione (tanto più un congresso) in una sede di partito (in una qualunque sede di un qualunque partito), ma tanto più ho un problema che queste riunioni vengano tenute nella sede di un soggetto che ha condotto negli scorsi anni una politica esplicitamente e radicalmente antisindacale, e che ancora oggi ha non casualmente presentato, sul Decreto dignità, emendamenti contro lavoratori e lavoratrici.

Ho capito forse male, o davvero una segretaria generale di categoria ha rivendicato da questo palco che i compagni e le compagne che hanno impedito a dirigenti di categoria e confederali di poter presentare il secondo documento in alcune assemblee, sono da comprendere perché avranno avuto le loro ragioni di turbamento e arrabbiatura? Ho capito cioè male, o si è accolto e sostanzialmente rivendicato da questo palco comportamenti e atteggiamenti esplicitamente lesivi non solo della pari dignità dei documenti, ma anche delle stesse regole congressuali?

Ho capito forse male, o davvero si è sostenuto in questo dibattito che il problema dei compagni e delle compagne della SAME di Treviglio, che tanto turbamento e tanta arrabbiature suscitano nei dirigenti della loro categoria, è la loro azione contrattuale “al ribasso”, con la firma di un accordo aziendale che sdogana la flessibilità spacciandolo per riduzione di orario? Certo, l’accordo della SAME regola la flessibilità oraria. Non può esser che così, dato che proprio il CCNL metalmeccanico firmato dalla FIOM ha sdoganato definitivamente straordinari obbligatori e ampia multeperiodalità negli orari. Il contratto SAME ha però posto chiari vincoli a questa flessibilità. Vincoli collettivi, validi per tutti e non flessibili per i singoli: gli straordinari e le flessibilità non possono applicarsi il sabato, la domenica e nel periodo estivo (Treviglio è al nord, ma nella pianura fa caldo!); la flessibilità in salita non può superare le 42 ore settimanali, invece che le 48 previste dal ccnl. Non solo, questo accordo ha per di più stabilito che in tutti i reparti produttivi, in cambio di questa flessibilità limitata, l’orario di lavoro settimanale passasse per tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici a 38 ore, a parità di salario. Se questo è un accordo al ribasso, valutate voi. Io mi limito a sottolineare che magari i CCNL e gli altri accordi aziendali prevedessero questi limiti e queste riduzioni d’orario.

Sottolineo questi interventi, la loro inusualità ed il loro contenuto, perché credo che qui si evidenzi non solo un problema specifico nella conduzione delle assemblee e del nostro confronto congressuale, ma anche una degenerazione più generale della nostra organizzazione. La segretaria generale segnalava nella sua relazione i limiti della nostra confederalità, la tendenza delle nostre strutture a focalizzarsi sulle proprie realtà, con la conseguente difficoltà a condurre e far vivere rivendicazioni e azioni generali, rivolte all’insieme del mondo del lavoro. Io credo ci sia anche un ripiegamento organizzativo, una balcanizzazione strisciante, per cui ogni struttura, ogni categoria o territorio, pensa di declinare in maniera relativamente libera ed autonoma prassi, regole e modalità della discussione. Vivendo conseguentemente ogni confronto generale come un’intrusione da parte di corpi estranei, tanto più quando i soggetti che ne sono portatori provengono da altri territori o altri settori (anche se dirigenti Cgil). Come talvolta mi pare vivano come aliena ed alienante la semplice applicazione di regole e prassi confederali, anche solo le regole previste nel nostro regolamento congressuale. Allora, se la segretaria generale ha fatto appello alla necessità di un salto di qualità politico nei prossimi mesi, per renderci capace di sviluppare un’azione generale in grado di far fronte alle necessità ed ai compiti di questa difficile fase, credo anche che proprio nella fase congressuale dobbiamo porci il problema di affrontare e superare questi limiti, queste strettoie, queste degenerazioni della nostra costituzione materiale.

Luca Scacchi

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