Il congresso che abbiamo di fronte.

Un contributo di Luca Scacchi, Direttivo nazionale CGIL.

(qui potete scaricare l’articolo in .pdf).

Il sette giugno, con la presentazione dei documenti definitivi, ha preso il via il 18° congresso della CGIL. Un lungo percorso, iniziato in realtà a marzo con la preparazione e la discussione delle prime bozze, che si concluderà a Bari il 25 gennaio 2019.

Questo lungo congresso si snoda in un periodo denso, in cui si intrecciano processi ed eventi di lunga portata. Tre, in particolare, i tratti di fondo di questa fase: la crisi, la disarticolazione del sistema produttivo (quindi sia delle offensive padronali, sia delle lotte di resistenza), la saldatura tra classi subalterne e movimenti politici reazionari.

 Primo, la crisi. In questi mesi dati e analisi diverse hanno sottolineato le incertezze della ripresa. La salita del dollaro (e la conseguente instabilità dei mercati “emergenti” come Turchia e Argentina). La frenata tedesca (nel primo trimestre l’economia della Germania è cresciuta della metà rispetto all’anno precedente). Le preoccupazioni per il Quantitative Easing (la riduzione, quindi, dell’iper-liquidità di questi anni e la possibile ripresa dei tassi d’interesse). Soprattutto, l’apertura di una serie di guerre commerciali da parte degli Stati Uniti (acciaio, alluminio, auto, IT e 5g, soia e sorgo, ecc). Tensioni che si inseriscono in un quadro internazionale tempestoso, con un conflitto mediorientale che vede oramai potenze regionali e mondiali contrapporsi direttamente sul campo (dall’Iran ad Israele, dagli Stati Uniti alla Russia), la diffusione di dittature e guerre civili in Asia e Africa, un riarmo sospinto da frizioni sempre più significative tra vecchi e nuovi imperialismi.

Il problema non è però questo o quel fattore di fragilità. Il problema non è quello di un contesto politico, più o meno esogeno, che rischia di minacciare una ripresa economica altrimenti destinata a magnifiche sorti (e anche progressive). Il problema è che in realtà non si è mai usciti dall’orizzonte della crisi. Certo, in questi anni abbiamo visto (a livello mondiale, in Europa e anche in questo paese), una ripresa del PIL, della produzione e del commercio. Questa ripresa è stata sostenuta da uno sviluppo ineguale e combinato (la crescita cinese), dall’enorme iniezione di liquidità delle banche centrali (FED, BCE, Bank of Japan e Banca Popolare Cinese), dall’espansione globale del debito (da 162mila miliardi di dollari nel 2007 a 233mila nel 2017, più del triplo del PIL mondiale). La gestione capitalistica della crisi ha cioè permesso un fragile riavvio del ciclo, con una crescita moderata e bassissimi tassi di inflazione. Le ragioni di fondo, strutturali, della crisi iniziata nel 2007 non sono però state affrontate. C’è ancora troppo capitale, troppa capacità produttiva, troppi squilibri, un profitto troppo scarso. È una crisi generale di cui ancora non si vede la svolta. Il fattore esogeno che determina precipitazioni politiche (dai nazionalismi ai conflitti dispiegati) è allora proprio quello della crisi, di una dinamica economica ancora non risolta e non risolvibile in tempi brevi.

In questo sfondo, non si vede la possibilità di una nuova stagione di grandi avanzamenti dei salari e dei diritti sociali, più o meno nel quadro di un rinnovato compromesso tra capitale lavoro (a livello nazionale o continentale). Non che nel pieno di una crisi sia “oggettivamente impossibile” ogni conquista. Non è così. Le forme di regolazione del lavoro, il livello generale dei salari e dei diritti, si sono sempre costruiti prima di tutto sul piano dei rapporti di forza. Non sui margini “strutturali”, ma sulle dinamiche del conflitto di classe. Così, nella crisi, è persino possibile costruire grandi patti sociali: ad esempio, il “new deal” americano (il “nuovo corso” o, meglio, il..”nuovo patto”), cioè un sistema pubblico di difesa del lavoro (Social security act, National Labor Relations Act, Civilian Conservation Corps, ecc), è stato costruito nel pieno di una grande depressione. A permetterne lo sviluppo non furono i margini oggettivi di una ripresa del ciclo (che arrivò solo nel dopoguerra, dopo le grandi distruzioni di uomini e capitali del lungo conflitto, facilitando la diffusione del cosiddetto “welfare state”), quanto invece lo sviluppo di un’ampia e radicale conflittualità operaia (fondazione del CIO e grandi scioperi del biennio 1934-1936), anche nel quadro della vittoria della rivoluzione in Unione sovietica e della competizione politica con il movimento comunista internazionale. Il punto che si vuole qui sottolineare, allora, non è “l’impossibilità oggettiva” di ottenere conquiste in questa fase storica: il punto che si vuole sottolineare è solo che il campo delineato dalla crisi non è quello di una ripresa che aumentando produzione, produttività e profitti, apre anche spazi oggettivi ad una ripresa del movimento sindacale e quindi di diritti e salari. Ogni spazio dovrà invece esser conquistato, aperto a forza incidendo nella carne viva degli interessi di un capitale colpito dalla crisi.

 

Secondo, le ristrutturazioni del lavoro e le offensive padronali. In Italia, la crisi ha colpito con forza: due recessioni ed una lunga depressione, in cui il PIL diminuito del 10% e la capacità produttiva di oltre il 20%. Una crisi che si è innestata su un lungo ciclo di riorganizzazione produttiva (iniziato dopo il 1992), segnato prima dalla svalutazione e poi dalla successiva entrata nell’euro, dal blocco dei salari (accordo del ’93, con lo spostamento sui profitti di 10 punti del Pil), dalla precarizzazione (Pacchetto Treu e Legge Biagi), dal crollo degli investimenti (nel 2009 di oltre il 35% rispetto al ’92), da esportazioni (primo avanzo commerciale nel 1992, nel 2007 circa il 30% del PIL) e imponenti privatizzazioni (91 miliardi di euro, con la svendita di banche, acciaierie, Alitalia, Eni, Enel, Telecom, autostrade, …).

Elaborazione DIPE e IRES FVG su dati Istat

Questa lunga riorganizzazione è stata sostanzialmente improntata sulle piccole-medie imprese (in grado di sfruttare svalutazioni, precarietà e bassi salari), sostenute anche nella loro espansione in meridione (“patti territoriali” e “contratti d’area”) e nell’Europa centro-orientale (delocalizzazioni). Mentre le grandi imprese, in assenza di una politica industriale ed investimenti pubblici (infrastrutture, istruzione e ricerca), hanno faticato ad inserirsi nei processi aggregativi continentali, come a svilupparsi nelle nuove tecnologie o nella gestione dei nuovi ambiti di valorizzazione capitalista dei servizi.

In questo quadro, con la crisi del 2007 il sistema produttivo italiano si è frastagliato. Non è scomparso (come talvolta si suppone, guardando solo su una parte del quadro: l’eclissi di alcune imprese storiche e di alcuni settori di punta; l’estrema precarizzazione nei servizi). Eravamo e rimaniamo la seconda potenza manifatturiera del continente. L’articolazione duale del tessuto produttivo (grandi imprese private, a cui si aggiungeva l’industria pubblica; piccole imprese e distretti) si è però scomposta in diverse direttrici.

Le grandi imprese hanno ridotto fatturato e manodopera. Ad esempio, tra quelle più grandi, dal 2007 al 2016 Eni è passata da 87 a 55 miliardi di fatturato, Telecom da 31 a 19 miliardi, Finmeccanica (poi Leonardo) da 13 a 12 miliardi, Poste da 10 a 8 miliardi. In vent’anni, Fiat (FCA) ha ridotto i dipendenti da 240mila a 80mila, Poste da 237mila a 141mila, FS da 180mila a 66mila, ENI da 127mila a 33mila, Telecom da 125mila a 61mila, Enel da 114mila a 33mila, Finmeccanica (poi Leonardo) da 60mila a 45 mila. Certo, ci sono anche eccezioni: ad esempio Luxottica passa da 5 a 9 miliardi di fatturato (da 60 a 82mila dipendenti) ed ENEL da 44 a 70 miliardi (sebbene riduca nello stesso tempo i dipendenti da 74 a 62mila), mentre calano di poco i dipendenti Benetton (da 67mila di Ragione ai 64mila di Edizione) e Saipem (36mila da 33mila), e li aumentano per espansioni o acquisizioni Almaviva (da 9mila a 43mila), Pirelli (da 30mila a 37mila), Salini (da 15 a 34mila), Fincantieri (da 9mila a 19mila) e Coop (da 20 a 23mila). La caduta degli occupati tra 2007 e 2016 ha interessato in particolare gli operai (-8%), mentre sono aumentati gli impiegati (+1,5%, soprattutto dai gruppi maggiori che hanno esternalizzato o ridotto la produzione, calando al 50% la manodopera operaia).

Nel contempo, distretti e piccola impresa diffusa hanno vissuto la crisi in modo drammatico. Tra 2006 e 2016, la loro base produttiva si è ridimensionata (solo nei distretti hanno chiuso 1500 aziende). Sono però emerse gerarchie e agglomerazioni, che hanno permesso di ampliare il fatturato (+12,3 miliardi). Ed è da qui che sono emerse alcune piccole multinazionali, centrate sulle esportazioni, che costituiscono la spina dorsale del cosiddetto quarto capitalismo, industriale e con una base operaia prevalente (62% nel 2016).

Per tutti, in ogni caso, le difficoltà sono ancora evidenti e, come segnala Mediobanca, la redditività ante crisi rimane lontanissima (come, d’altronde, gli investimenti: -34,9% per l’industria pubblica e -21,8% per il privato).

Ogni realtà ha affrontato e sta affrontando questa situazione con strategie diverse. Alcune grandi imprese sono diventate perno di multinazionali (da FCA a Luxottica), altre ancora sono state acquisite da grandi gruppi stranieri (Pirelli in Chemchina, Terna in State Grid; Ansaldo STS in Hitachi) o fondi internazionali (a partire da Blackrock, oggi il principale protagonista alla Borsa di Milano), mentre dal crollo dei distretti sono emerse imprese leader continentali o mondiali nei propri settori (Mapei, Brembo, Lavazza, ecc), ed altri sono rimasti ripiegati su un mercato nazionale segnato da una domanda interna statica.

Così, alcuni (piccoli, medi e grandi) inseguono la competizione sui mercati mondiali, rilanciando automazione e produttività: sono cioè entrati da tempo nell’industria 4.0, digitalizzando e integrando servizi commerciali, logistica e produzione (pensiamo alle isole della Brembo, il tracciamento dell’Avio Aereo, le postazioni connesse dell’Alstom, il controllo di qualità in GKN, i team Ducati, la Spina Pirelli o i sensori lungo le tradizionali linee Electrolux). Non a caso alcuni settori (gruppi maggiori e quarto capitalismo) hanno aumentato gli investimenti rispetto al 2007 (+4,9%). Un’automazione che, lungi da liberare il lavoratore o anche solo alleviarne la fatica (se non come effetto eventuale e secondario), è diretta a saturare macchine e uomini, intensificare i ritmi e ottimizzare la produttività. Il comando sul lavoro è infatti spesso rafforzato, integrato in un sistema di controllo che manda informazioni continue su cosa fare e quando farlo. Lavoratori e lavoratrici tendono quindi a diventare più “cognitivi” e formati, ma nel contempo più dequalificati. La cifra dei cambiamenti è allora la modificazione di mansioni e manodopera, il controllo della prestazione finalizzata all’estrazione del plusvalore relativo (intensità del lavoro), la disponibilità anche ad aumentare il salario (nel quadro dei margini di produttività), ma in stretta relazione con queste dinamiche.

Così, altri (piccoli, medi e grandi) pur avendo caratteristiche simili ai primi (proiezione sulle esportazioni e gli investimenti), operano in particolare settori o in specifiche condizioni che li spingono ad esser affamati di capitali (per sostenere nuove acquisizioni e investimenti tecnologici, o per mantenere margini di profitto molto esili). Anche per sopravvivere alla competizione rafforzando le proprie posizioni monopolistiche per aumentare i margini di profitto. “Confessions of a capital junkie” (Confessioni di un drogato da capitale), come Marchionne titolò qualche tempo fa un documento sulle strategie FCA. Per questo, tutti i cambiamenti introdotti sono diretti sia a intensificare i ritmi (plusvalore relativo), sia ad aumentare il tempo complessivo di lavoro (plusvalore assoluto), tenendo il più possibile fermi i salari (se non riducendoli), perché l’obbiettivo primario è quello di recuperare ogni possibile margine di profitto.

Così, altri ancora (piccoli, medi e grandi) concentrano la propria produzione di merci e servizi sui mercati locali (nazionali e continentali), talvolta potendo anche contare su piccole (e grandi) posizioni di monopolio. Nel quadro dell’instabilità della crisi e dell’euro, però, la loro principale flessibilità è data dal controllo dei salari e dello sfruttamento (per adattarsi ai cambiamenti dei mercati, devono poter intervenire il più liberamente su questi fattori di produzione).

Così, infine, altri diversi articolano nel loro modo particolare queste condizioni e queste strategie, potendo contare su fattori di crescita e di resistenza diversi.

In questo quadro, è venuto meno un baricentro finanziario e politico del capitale italiano. Il “salotto buono” delle grandi famiglie e dei suoi funzionari (gli Agnelli, i Pirelli, i Pesenti, i Cuccia), in grado di dare e all’occorrenza di imporre un asse di regolazione al sistema produttivo, si è disarticolato lungo le diverse vie imposte dalla crisi. E conseguentemente, si sono frastagliate le politiche padronali (e le conseguenti pressioni sulle politiche economiche nazionali): dalla moltiplicazione dei contratti nazionali alle divisioni in Confindustria, dal modello Marchionne a quello Luxottica. Le linee dell’offensiva padronale battono allora strade molteplici e talvolta divergenti. Come, dal lato del lavoro, domina un’evidente dispersione delle lotte: ogni categoria ed ogni realtà, ogni impresa ed ogni territorio, sembra attestarsi su punti di tenuta e caduta diversi, determinando una significativa difficoltà a far circolare e diffondere i conflitti (perché diverse sono condizioni, temi, strumenti, percorsi e anche le composizioni di classe che le sostengono).

Anche se emergono alcune costanti, come nell’ultima stagione contrattuale: l’obbiettivo di rendere variabili i salari nominali (spostando gli aumenti sul salario accessorio, legandoli strettamente a parametri prestazionali mutevoli), l’inserimento del welfare nel trattamento economico (anche sotto forma di buoni spesa), l’intensificazione del controllo e dei ritmi di lavoro, la flessibilizzazione anche individuale degli orari sfumando le diverse qualità del tempo (tempo ordinario e straordinario, notturni, feste e festivi).

In questo quadro, si colloca anche il tramonto dei patti sociali (un controllo dei salari in cambio di politiche pubbliche espansive e di sostegno, un secondo tempo sempre promesso e mai realizzato), con una forte pressione a subordinare il sindacato agli interessi delle imprese (dai modelli aziendalistici di FCA alle logiche partecipative della CISL, dal controllo di delegati e conflittualità del testo unico sulla rappresentanza del 10 gennaio alle regolamentazioni per il controllo dello sciopero evocate e talvolta realizzate negli ultimi anni).

 

Terzo, la saldatura tra classi subalterne e movimenti politici reazionari. Le elezioni del 4 marzo hanno avuto un profilo storico. Come quelle del 1948 (egemonia DC), del 1976 (PCI oltre il 30%) o del 1994 (Berlusconi). Un voto cioè che segna una discontinuità con la stagione precedente e traccia i contorni di un nuovo scenario (magari instabile, come la stagione dell’unità nazionale e quella dei governi Berlusconi/Prodi, ma in ogni caso diversa). Le tendenze che hanno determinato questi risultati si stavano sviluppando da oltre un decennio. Si sono però concretizzate oggi in forma eclatante: il successo della Lega (al 20% nelle ex-regioni rosse, al 14 in Lazio ed al 5 nel Sud), il Movimento5stelle al 20% al nord e quasi al 50% nel sud. Un consenso elettorale basato in particolare sul lavoro (occupato e disoccupato), ed anzi in particolare nel lavoro organizzato, come quello operaio (dalle fabbriche lombarde a Pomigliano o Melfi).

Il governo che sta nascendo in questi giorni (dopo le fiducie delle camere e le nomine di sottosegretari e viceministri) è un governo reazionario. Non solo per Salvini. Certo, il Movimento 5 Stelle ha avuto sin dalle sue origini tratti progressisti: la partecipazione, i diritti, l’uguaglianza, il coinvolgimento di esponenti ed attivisti dei movimenti. Però Lega e 5 stelle sono entrambe formazioni reazionarie. Entrambe, infatti, si costituiscono intorno agli interessi e alla rappresentanza di alcuni settori di piccola e media borghesia (la Lega agli imprenditori dei distretti e delle PMI; i 5stelle ai nuovi professionisti del terziario avanzato). Entrambe, soprattutto, propongono una rappresentazione comunitaria della realtà (gli uni intorno al popolo padano prima ed italiano poi, gli altri intorno al cosiddetto “popolo della rete”), in cui sono cancellate differenze sociali e diversità di classe. Sono forze “reazionarie”, allora, perché promuovono la nostalgia di un tempo mai vissuto: il “ritorno” ad un mondo idealtipico, mai esistito e mai esistibile, in cui la vita sociale e l’economia è dominata da piccoli imprenditori e autoproduttori cognitivi, protetti dallo Stato dalla famelica grande finanza e dai sicofanti al suo servizio (la BCE, le banche, la casta, Roma Ladrona, ecc). In questo modo, occultano ogni contrapposizione sociale nelle loro comunità immaginate, in primo luogo tra chi possiede capitali e mezzi di produzione (il padronato) e chi vende il proprio tempo a questi imprenditori (il lavoro). Così facendo, come sempre è accaduto, permettono alle classi dominanti di mantenere il comando in un tempo di crisi.

Questo governo si è quindi formato non perché Lega e 5stelle sono le due forze che hanno vinto le elezioni, ma perché le loro nature e i loro programmi sono amalgamabili (se le loro ragioni sociali fossero state antitetiche, un discorso non sarebbe nemmeno cominciato). Certo, hanno identità e storie diverse, rappresentano diversi settori sociali, ma hanno una matrice comune su cui possono sviluppare un’azione comune. Il programma di governo, il famoso “contratto”, è espressione di questa natura e di questa possibilità: dalla Flat-tax (la diminuzione radicale delle tasse ai padroni) al reddito di cittadinanza (nella versione reale dei 5stelle, non quella evocata, l’individualizzazione monetaria dei servizi sociali in un regime di lavoretti obbligatori a basso stipendio); dalla repressione dei migranti ad una maggior liberalizzazione della legittima difesa, da nuove politiche protezioniste ad un rinnovato protagonismo sovranista. In questo quadro, allora, si collocano le ancora incerte ed ambigue proposizioni sull’euro: non la messa in discussione radicale dell’austerità e del carattere padronale dell’Unione Europea, ma la costruzione di politiche economiche in grado di salvaguardare maggiormente il capitale nazionale (questa è l’evidente cifra, politica e autobiografica, del neoministro Paolo Savona). Certo, in questo quadro ci saranno anche singoli provvedimenti positivi, che esalteranno la differenza con i governi liberali a guida PD o Forza Italia. Molti governi reazionari attuano infatti politiche di protezione sociale: ad esempio quello fascista realizzò non solo i treni in orario, ma anche le bonifiche, le ferie e le colonie estive, l’IRI e l’INPS. La matrice di questo governo è però la stessa di Kaczyński in Polonia e Orban in Ungheria, di Trump negli USA e di Modi in India: nazionalismo ed intolleranza, repressione delle diversità, disgregazione e repressione di classe. Il problema è che questi governi reazionari sono arrivati al potere anche grazie ad un diffuso consenso delle classi subalterne.

Questa saldatura, certo, potrebbe esser solo temporanea. Le diversità che pure esistono tra le due forze ed i due elettorati (in particolari su alcune questioni inerenti ai diritti civili o ai territori di maggior consenso e quindi maggior attenzione) potrebbero precipitare in dinamiche impreviste e poco controllabili. Pratiche clientelari e di sottogoverno, a cui sono soggette più facilmente proprio forze giovani ed indistinte come i 5stelle (come vediamo nelle recentissime vicende romane), potrebbero incrinare rapidamente il rapporto con l’opinione pubblica. Non solo: i limiti strutturali che hanno segnato Renzi (la crisi perdurante, l’austerità e il blocco della spesa pubblica) agiscono anche oggi e possono quindi logorare questa saldatura, a partire dalla difficoltà di concretizzare le aspettative elettorali e le promesse del contratto di governo.

Il potere però è anche strumento di costruzione del consenso e di sua stabilizzazione. Anzi, è soprattutto strumento di costruzione del consenso (come spesso ricordava Andreotti: “il potere logora chi non ce l’ha”). Non solo questo governo può realizzare provvedimenti di grande impatto e sostegno sociale (dalla riforma a quota 100 della “Fornero” alla legittima difesa, dal respingimento delle navi ai porti alla repressione degli zingari). Esiste anche la possibilità che si costruisca, in una grande potenza europea, una gestione capitalista della crisi centrata su protezionismo e dazi, sostegno pubblico all’impresa e ripresa della spesa, controllo sociale e bassi salari, nazionalismo corporativo e repressione delle minoranze. Esiste cioè la possibilità che, sulla scia delle destre mondiali (da Orban a Trump), si consolidi nel nostro paese un ciclo di medio o anche lungo periodo, in cui queste forze politiche riescano a stabilizzare e magari anche rinsaldare la loro saldatura con le classi subalterne. E che questo avvenga anche perché la sua opposizione politica rimane sostanzialmente dominata da un impianto liberale (PD e dintorni), mentre la sua opposizione sociale rimane dispersa, non riuscendo a ricomporsi intorno all’asse del lavoro e dei suoi interessi generali.

I risultati del quattro marzo allora esprimono non solo un semplice cambio di indirizzo dell’opinione pubblica. E neppure solo un cambio di maggioranza (con il conseguente cambio di politiche, normative ed indirizzi gestionali della pubblica amministrazione). Rischiano di segnare una lunga stagione in cui il senso comune, ed in particolare il senso comune popolare, trova sempre più forma ed espressione prescindendo dagli interessi e dai rapporti di classe. Il lavoro sbiadisce, perché non è nei rapporti economici e nei suoi conflitti che si formano identità e appartenenze sociali, che si modellano speranze e prospettive di cambiamento, ma invece nelle nuove contrapposizioni comunitarie che i movimenti politici reazionari usciti vincenti dalle urne promuovono e rappresentano (popolo contro casta, italiani contro immigrati, Italia contro Europa).

 

In questo contesto difficile e complesso si svolge il lungo congresso della CGIL. Nei prossimi sei mesi, quelli in cui si dispiegheranno le assemblee di base e i congressi territoriali o nazionali, questi processi si intrecceranno e plasmeranno la realtà. La crisi e le sue contraddizioni mondiali, la ripresa dell’offensiva padronale sul fronte dei contratti e dei salari, la stabilizzazione o il progressivo logoramento della compagine di governo. Per la CGIL è allora un congresso storico, su cui si riversano enormi responsabilità.

In primo luogo, la CGIL rimane l’unica organizzazione di massa della sinistra politica e sociale. L’unica, in particolare, che può provare oggi ad aprire e poi divaricare questa saldatura tra classi subalterne e movimenti reazionari: l’unica cioè che può provare ad agire un’opposizione di massa contro questo governo, nelle piazze e nelle coscienze, in grado di ricomporre interessi ed identità di classe attraverso una piattaforma autonoma sia dall’impianto reazionario e populista di queste forze, sia da quello liberale della sua opposizione politica. Il modo con cui si è affrontato la piccola crisi istituzionale di maggio ha evidenziato tutti i limiti e le incapacità della CGIL a farsi pienamente carico di questa responsabilità: la segreteria confederale si è subitaneamente schiacciata a difesa delle prerogative presidenziali, senza capacità di distinguersi dal PD, senza la capacità di tracciare una posizione indipendente contro l’indiscutibilità delle politiche economiche europee, a difesa degli interessi del lavoro e delle classi subalterne. La rapida chiusura di quella crisi ha permesso di archiviare la questione, senza far emergere particolari fratture con la sua base sociale. Il problema però rimane. Il rapporto con il PD, le sue politiche ed il suo profilo liberale; lo sviluppo di una strategia ed un’azione in grado di dimostrare la propria autonomia dalle imprese, dai governi e dal centrosinistra; la capacità di mantenere un ruolo di massa, riuscendo a costruire mobilitazioni e smuovere coscienze: questi sono comunque i nodi che la CGIL dovrà affrontare, nell’azione e nel dibattito congressuale dei prossimi mesi.

In secondo luogo, nell’ultimo decennio il gruppo dirigente della CGIL ha costantemente ricercato un compromesso senza conflitto con il padronato. Dopo l’esplosione della grande crisi del 2007/08, infatti, era evidente l’esaurimento dello spazio per patti sociali complessivi, per una concertazione con governo e padronato: non si poteva più contenere i salari tramite l’inflazione, con la promessa di interventi pubblici successivi di sostengo a welfare e occupazione (secondo tempo che però ovviamente non arrivava mai, per i vincoli di bilancio e le politiche d’austerità). Il gruppo dirigente della CGIL ha allora testardemente cercato la cogestione della crisi e della ristrutturazione produttiva, aspirando ad un rinnovato “patto tra produttori” (dal “patto del lavoro” di Epifani nel 2009/10 al “patto di fabbrica” degli ultimi anni). Il patto tra produttori è una formula lanciata da Gianni Agnelli in una famosa intervista del 1973: la proposta di una grande alleanza tra imprenditori e lavoratori, per modernizzare il paese contro le tante rendite parassitarie (che si concretizzò poi nella sua elezione a Presidente di Confindustria e nell’accordo interconfederale sul punto unico di contingenza del 25 maggio 1975). Quel patto dei produttori era però successivo ad uno dei più significativi cicli di lotte del novecento (iniziato nel 68-69 e proseguito nei contratti del 1972-73, a partire proprio da quello FIAT successivo all’occupazione di Mirafiori): era quindi al contempo un risultato di quelle lotte e una risposta ad esse (una strategia di contenimento all’interno della fase che sarà poi caratterizzata dai governi di unità nazionale). Questo gruppo dirigente aspira oggi a quel patto in un contesto diverso, negando la necessità del conflitto proprio quando il conflitto è l’unica strategia per ottenere anche solo delle conquiste parziali (nel documento “Il lavoro è”, infatti, la parola sciopero non compare mai, quella conflitto solo sottolineare che non si vuole limitarsi alla difesa).

La strategia della CGIL è allora incompiuta ed inconcludente, non avendo la forza di imporre patti e cogestioni alla controparte, se non come arretramenti instabili e progressivi (tali per cui ogni nuovo grande accordo diventa semplicemente il punto di partenza del successivo sfondamento). Qui emergono allora due nodi per il futuro della CGIL, uno di carattere più politico ed uno di carattere più sindacale, che sono sottesi alla sua discussione congressuale. Da una parte, se nel confronto con il padronato serve acquisire maggior forza, se non si vuole perseguire la strada del conflitto diffuso, se le classi subalterne per di più fuoriescono dall’alveo storico della sinistra, si pone oggettivamente l’opportunità di consolidarsi attraverso l’unità organica con CISL e UIL, superando quindi la specificità politica della CGIL. Dall’altra, nei progressivi arretramenti determinati dalla costante ricerca di un grande accordo, quali punti di tenuta si individuano? Qui si pone il problema della capitolazione FIOM nell’ultimo ccnl, alcuni nodi contrattuali e sindacali che categorie e territori declinano ognuno a modo suo: in particolare sulla struttura dei salari (e degli aumenti) e del welfare (universale, territoriale o contrattuale).

Il congresso della CGIL si apre allora con una discussione profonda nel suo gruppo dirigente, intorno alle difficoltà della fase, alcuni nodi politici e anche alcuni nodi sindacali. Questo dibattito c’è, ma non si dice. La maggioranza presenta un documento unitario, per la prima volta da decenni senza neanche un emendamento, cercando di sfumare e occultare questi confronti. Per antica abitudine al conformismo di organizzazione e per contemporaneo vizio ad uniformarsi alla leadership di turno. In questo quadro, il confronto politico nella maggioranza precipita sulla successione della Camusso. Ovviamente ci sono protagonismi e scontri personali, conflitti interburocratici relativamente indipendenti da linee e contenuti politici. L’asprezza del confronto, però, è determinata anche dalla differente declinazione che personaggi come Colla, o Landini, o eventuali nuovi candidati che dovessero emergere, daranno ai nodi prima evidenziati. In questo quadro, la cosiddetta “sinistra sindacale” nella CGIL (Lavorosocietà, Fiom, Democraziaelavoro) rischia semplicemente l’evaporazione. Come la sinistra politica negli ultimi venti anni, si determina principalmente in un gioco di posizionamento e di influenza rispetto gli assi della maggioranza, perdendo spesso di vista il contenuto delle proprie battaglie e persino delle proprie parole.

 

Noi siamo qui. Il nostro documento alternativo nasce e si sviluppa in questo contesto generale, in questa discussione della CGIL. Non nasciamo però dal confronto nei suoi gruppi dirigenti. Neppure dal lungo percorso delle Assemblee generali. Il nostro documento ha le sue radici nella critica alle piattaforme contrattuali ed ai contratti di questa stagione; nella richiesta di proseguire la lotta su Jobsact, Buonascuola e Fornero; nella partecipazione a tanti cortei e mobilitazioni per riavviare movimenti di massa (dai Notav al Noexpo, dai cortei contro l’Unione Europea alla manifestazione antifascista di Macerata); nel sostegno a tante lotte nei posti di lavoro e nelle aziende (dalla Same alla Fincantieri di Palermo, dai Musei civici veneziani all’Università di Milano).

Il suo titolo, in fondo, racchiude questa ragione sociale: “Riconquistiamo tutto! 10 parole per cambiare il Lavoro e la Cgil. Per un sindacato di classe, indipendente, democratico e che lotta”. Un documento che propone un sindacato di classe (cioè consapevole della irriducibile contrapposizione degli interessi tra padroni e lavoratori) e anticapitalista (cioè consapevole che nel modo di produzione capitalista la tendenza alla crisi è immanente, che al di là dei cicli c’è un’incapacità di questa società di uscire dalla crisi: quindi ogni conquista è parziale e temporanea, se non si riesce ed abbattere questo modo di produzione e trasformare la società nel suo complesso).

È una sensibilità, una matrice, una cultura sindacale che ha una lunga storia nella CGIL. Ha sempre attraversato alcuni suoi settori di sinistra, vivendo spesso all’interno di alcune componenti (in quella comunista, in quella socialista e nella “terza componente”, in DemocraziaConsiliare e in Essere sindacato, in Alternativa sindacale e poi nella Rete28aprile). Oggi siamo piccoli: in questo complesso e difficile congresso ci muoviamo in direzione ostinata e contraria, quasi sempre fuori dalle segreterie e dall’apparato della CGIL. Davanti però alla durezza di una crisi generale, alle offensive padronali in corso, alla saldatura tra classi subalterne e movimenti reazionari, crediamo più che mai che sia necessario riprendere e diffondere una pratica sindacale conflittuale, centrata sull’autonomia del lavoro non solo dai governi, ma anche dal padronato.

Per questo negli ultimi anni, abbiamo sottolineato con sempre maggior forza la necessità di tornare a capire cosa sta succedendo nelle fabbriche, negli uffici, nelle aziende. La necessità cioè di tornare a concentrare nuovamente l’elaborazione e l’azione del sindacato nei conflitti del lavoro: salario, orario, organizzazione e diritti. Resistenze che ci sono e si sviluppano, in forme disperse ma diffuse. La pratica sindacale che proponiamo deve esser in grado di coglierle, estenderle, diffonderle, rafforzarle. Deve esser in grado di focalizzare un punto di vista di classe in questi conflitti e sul mondo. Come deve saper cogliere, nei momenti di precipitazione delle crisi e di esplosione dei movimenti, la necessità di spostare avanti le lotte. Questo è quello che proviamo a fare tutti i giorni. Di questo proviamo a parlare nel nostro documento.

Certo, sappiamo che sarebbe necessario anche molto altro.

Per evitare il consolidamento e la saldatura tra classi subalterne e movimenti reazionari per un’intera fase storica, sarebbe necessario che la CGIL impegnasse subito tutte le sue energie per riportare nelle strade e nelle piazze il lavoro, per ricostruire intorno ad esso un’iniziativa di massa ed un’identità sociale. Ora. A partire da una critica radicale a Fornero, Jobsact e Buonascuola, per riconquistare il welfare universale ed un vero piano del lavoro, per nazionalizzare sotto controllo dei lavoratori e delle lavoratrici tutte le aziende in crisi ed inquinanti (dall’Ilva all’Alitalia).

Per costruire politiche economiche dalla parte del lavoro, dovrebbe contrastare realmente (non solo a parole) il fiscal compact ed il pareggio di bilancio in Costituzione, costruendo scioperi e vertenze contro DEF e finanziarie, contro compatibilità di bilancio e politiche d’austerità.

Per contrastare la dinamica di guerra che attraversa il mondo e questo paese, dovrebbe con determinazione sostenere le resistenze dei popoli oppressi, come le lotte contro gli interventi militari e la militarizzazione delle nostre società.

Sarebbe cioè necessaria una vertenza generale. Sarebbe necessario, e sarebbe l’occasione per condensare intorno a queste parole d’ordine la lotta per una trasformazione di questo modo di produzione, l’abbattimento di una società centrata sul profitto che determina lo sfruttamento e questa crisi.

Questa infatti è quello che proponiamo alla CGIL, questi sono il profilo ed i contenuti del nostro documento congressuale. Siamo consapevoli però dei rapporti di forza, che rendono difficile concretizzare questa linea. Le dinamiche della crisi e delle lotte di massa sono comunque imprevedibili. Il punto principale per noi è quello di ricostruire una pratica conflittuale ed un punto di vista di classe, nel principale sindacato italiano, perché questa pratica e questo punto di vista riescano a vivere non solo nei suoi gruppi dirigenti, ma soprattutto in tante aziende, fabbriche ed uffici. Questa non è solo la battaglia di un congresso. Siamo piccoli, ma siamo sulle spalle di giganti: non solo chi ci ha preceduto, ma soprattutto i tanti lavoratori e le tante lavoratrici che sviluppano nei loro posti di lavoro resistenze e conflitti reali.

Sostenere e organizzare questo conflitto, permetterne lo sviluppo da lotta in sé a progetto ricompositivo del lavoro e trasformativo della società. Questa è la nostra battaglia, questa è una battaglia che vale sempre la pena di combattere.

17 giugno 2018

Luca Scacchi

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