CD CGIL. L.Scacchi: in campo il lavoro, né con Mattarella né con SalvinieDiMaio.

Intervento di Luca Scacchi al Direttivo Cgil, 29 maggio 2018.

Due mesi fa eravamo in questa sala a discutere l’esito delle elezioni del 4 marzo. In quell’occasione, come in molte Assemblee generali nelle scorse settimane, si è sottolineato l’elemento più grave e preoccupante di quel voto: la saldatura tra classi subalterne del paese e movimenti politici reazionari. Il problema cioè non solo che una maggioranza dei consensi sono oggi di Lega e Movimento5stelle, ma soprattutto che il consenso è venuto in particolare da lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate, pensionati e pensionate. Anche, se non soprattutto, dai settori più sindacalizzati come la classe operaia centrale delle grandi fabbriche del nord e del sud (dal Veneto alla bergamasca, dall’Emilia alla Campania).

Non è solo un problema sul governo del paese (vedremo poi se, con quali tempi e in quale forma eventualmente si concretizzerà) o sulle prossime leggi che saranno approvate (che sicuramente non promettono bene per i diritti civili e sociali, il fisco ed il lavoro). È soprattutto un problema di come questo voto, l’egemonia politica di cui è risultato e che a sua volta sta producendo, stia formando coscienze, immaginari e rappresentazioni delle classi subalterne. Il senso comune, ed in particolare il senso comune popolare, trova cioè sempre più forma ed espressione prescindendo dagli interessi e dai rapporti di classe. Il lavoro sbiadisce, perché non è nei rapporti economici e nei suoi conflitti che si formano identità e appartenenze sociali, che si modellano speranze e prospettive di cambiamento, ma invece nelle nuove contrapposizioni comunitarie che questi movimenti politici promuovono e rappresentano (popolo contro casta, italiani contro immigrati, Italia contro Europa).

Sottolineo e ribadisco questo punto di vista, perché secondo me questo oggi è il primo e principale problema che la CGIL deve affrontare. Un sindacato generale del lavoro, un’organizzazione che vuole appunto rappresentare il lavoro in generale in contrapposizione con gli interessi del padronato, che affonda le proprie radici, i propri valori e programmi, nella storia del movimento operaio, non può non porsi in primo luogo l’obbiettivo di rompere questa saldatura. Perché altrimenti se questa egemonia si cristallizza e permane, non solo sono messi in discussione diritti ed interessi immediati del lavoro (che rischiano di subordinarsi e scomparire, inghiottiti ed inglobati in altre logiche), ma in prospettiva è messa in discussione la sua stessa sopravvivenza.

Il tempo però è ora. Il risultato elettorale di queste forze, l’egemonia sociale che sono riusciti a sviluppare in questi anni, le contrapposizioni di questi mesi (come d’altronde la stessa crisi politica ed istituzionale di questi giorni), sono anche espressione della grande crisi da tempo in corso. Soggetti nazionalisti, razzisti e reazionari, se non trovano un contrasto determinato, nelle piazze e nelle coscienze, da parte di un movimento di massa centrato sul lavoro, rischiano allora di consolidare questo consenso (come è avvenuto e sta avvenendo in tanti paesi, dalla Polonia all’Ungheria, dagli Stati Uniti all’India).

Il tempo, anzi, in parte è già passato. Io infatti penso che abbiamo sbagliato, come CGIL, ad aspettare inermi lo svolgimento della lunga crisi politica ed il nuovo, eventuale, governo. Bisognava portare subito in campo lavoratori e lavoratrici. Proprio quando il quadro politico era così fragile ed incerto, si doveva provare ad influenzarlo intorno a precisi interessi e rivendicazioni: l’abrogazione della Fornero, la difesa di un welfare pubblico e universale (sanità, scuola e servizi sociali), una riforma fiscale in senso esattamente opposto alla flat-tax, l’urgenza di un immediato e generalizzato aumento dei salari. Su questi temi e queste vertenze, andavano riempite le piazze nelle scorse settimane, con cortei e scioperi, a partire dai territori. Si poteva provare, cioè, a dare alla dinamica politica ed alla crisi un’altra curvatura, una diversa strada di sviluppo.

Oggi, lo hanno già detto altri interventi, penso che sia stato sbagliato schierare nettamente la CGIL con una delle due parti di questo scontro politico ed istituzionale. È stato sbagliato dire IostoconMattarella. Lo è ancor di più sviluppare questa posizione portando in piazza su questo lavoratori e lavoratrici, insieme a CISL-UIL e all’associazionismo. Perché il punto principale, sia quello politico sia (e forse soprattutto) quello nella coscienza di milioni di lavoratori e lavoratrici, non è la difesa di questa o di quella prerogativa costituzionale del Presidente della Repubblica. Punto che, tra l’altro, è molto discutibile e infatti discusso, dagli stessi costituzionalisti oltre che da milioni di cittadini. Il punto principale, invece, quello che sta dividendo il paese e le coscienze, quello che divide e alla fine in-forma gli schieramenti, è la contrapposizione tra scelte popolari e limiti imposti dall’Unione Europea. Popolo contro casta. Italia contro burocrazia UE. Guardate i titoli di tutti i giornali in queste ore, quella che sarà l’apertura dei telegiornali stasera ed è già l’argomento politico del giorno: è la dichiarazione del Commissario UE al bilancio, su come i mercati possono impartire lezioni (ed indicazioni di voto) al popolo italiano. Lo ha detto anche il segretario di Bologna, intervenuto poco fa: di questo si parla negli uffici e nelle aziende, questo commentano e discutono lavoratori e lavoratrici, su questo si dividono e si schierano.

La CGIL avrebbe dovuto esser autonoma ed indipendente da questo schieramento. Avrebbe dovuto muoversi ortogonalmente rispetto a questa divisione. Non brandendo l’arma della Costituzione e delle regole. Ad esempio, ho sentito nella discussione di oggi alcuni/e autorevoli compagni/e disquisire in maniera articolata sulle determinanti di questa crisi istituzionale, ragionando sulle forzature ripetute delle regole e delle prassi, a partire dal “contratto di governo” e da una maggioranza che si formerebbe “in modo privatistico” fuori dal Parlamento. Vorrei sommessamente ricordare che questa è una prassi consolidata della democrazia borghese italiana: un suo autorevole esponente politico, Marco Pannella (forse non tanto amico della CGIL e del movimento operaio), lo ha denunciato per anni (dalla staffetta Craxi-DeMita al patto della crostata, dal governo Letta al patto del Nazareno). Mentre forse dovremmo preoccuparci di più del rischio di un governo “tecnico” Cottarelli che non solo non sarà votato dal popolo, non solo non avrà la maggioranza in Parlamento, ma forse non sarà votato neppure da un parlamentare (un vero governo “eccezionale”, a cui potrebbe anche toccare il compito di portare avanti manovre economiche e sociale straordinarie, sotto la pressione “dei mercati e dell’Europa”).

No. Oggi il principale problema che abbiamo non è difendere questa o quella prerogativa costituzionale del Presidente della Repubblica. Il nostro compito, invece, è quello di schierare il mondo del lavoro fuori ed in contrapposizione a questa divisione: contro le politiche di austerità europee e contro le fregole populiste di movimenti politici nazionalisti o reazionari. La priorità che avremmo dovuto avere, e che abbiamo ancora oggi, è quella di salvaguardare gli interessi del lavoro: appunto contro le politiche della Ue e quelle di Lega e 5stelle. E, in questa battaglia, salvaguardare l’autonomia e l’indipendenza della CGIL (in primo luogo agli occhi, alle menti ed al cuore dei lavoratori e delle lavoratrici). Senza schiacciarci sul PD ed il centrosinistra, sulle sue mobilitazioni e sulle sue parole d’ordine in difesa (oggi) delle prerogative del Presidente della Repubblica.

Certo, dobbiamo portare i lavoratori e le lavoratrici in piazza. Come ho già detto, avremmo dovuto farlo da tempo. Però oggi dovremmo portarli in piazza su altro. In primo luogo, sulla sicurezza. Per milioni di lavoratori e lavoratrici, per milioni di persone, oggi questa parola ha soprattutto il sapore securitario delle politiche liberticide della destra reazionaria: una maggior liberalizzazione sul porto d’armi, più polizia nelle strade, repressione per mendicanti e migranti (più o meno profughi). Per milioni di lavoratori e lavoratrici però ha anche un altro valore, un altro significato, un’altra simbologia: quella tragica delle migliaia di morti e feriti sul lavoro, la lunga scia di sangue che unisce stragi ed incidenti, per la mancanza di investimenti e di controlli, per la priorità al controllo dei costi e alla salvaguardia dei profitti. Allora oggi, ad ogni strage ed a ogni morto, su questo dovremmo essere nelle piazze, per dare a questa parola e a queste politiche un altro segno ed un altro significato, in primo luogo appunto nella coscienza di massa dei lavoratori e delle lavoratrici.

E certo, dobbiamo anche essere in piazza per la crisi di questi giorni. Però con una piattaforma contro l’austerità di bilancio e contro il debito, per una politica economica dalla parte del lavoro, per abrogare la Fornero e riprendere la spesa sociale in questo paese. Qualunque governo ci sia.

Queste dovrebbero esser oggi le priorità e gli schiarimenti della CGIL. Certo, so che proprio su alcuni di questi contenuti abbiamo idee e posizioni diverse: sull’Unione Europea, sulle pensioni, sul welfare pubblico. Abbiamo un congresso e proprio lì ne discuteremo: per questo abbiamo presentato un documento alternativo. Quello che voglio sottolineare, però, è che al di là di quello che succederà nelle prossime ore e nei prossimi giorni, al di là dell’emergenza più o meno democratica dell’oggi, non possiamo pensare che nei prossimi mesi, nell’autunno di una nuova manovra economica, davanti in ogni caso al rischio di nuovi attacchi ai diritti sociali e civili, davanti alla necessità impellente di difendere i salari, la CGIL stia ferma.

Bisogna esser oggi nelle piazze, per una vertenza generale contro austerità europea e populismi, ed esserci poi anche domani, per difendere diritti e salari.

Luca Scacchi

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