CD CGIL. L.Scacchi: le responsabilità della Cgil.

Intervento di Luca Scacchi al Direttivo Cgil, 10 marzo 2018.

In questa riunione del Comitato Direttivo, da ieri stiamo discutendo del voto avvenuto, di quali potranno esser le sue conseguenze sulla dinamica politico-sociale, sulle relazioni sindacali e sulla stessa CGIL. Io la prendo da un punto di vista diverso e mi chiedo quali siano state le responsabilità della CGIL nella determinazione di questo risultato.

Il voto del 4 marzo, infatti, avrà probabilmente un profilo storico. Come quello del 1948 (egemonia DC), del 1976 (emersione del PCI oltre il 30%) o del 1994 (Berlusconi). Un voto cioè che da una parte segna una discontinuità netta con la stagione precedente, dall’altra traccia i contorni di un nuovo scenario.  Qual è la cifra di questo voto? Lo hanno detto moltissimi interventi: la scomparsa se non la marginalizzazione della sinistra e l’emersione di due destre di massa: la Lega con il suo nuovo profilo nazionale e nazionalista (al 20% nelle ex-regioni rosse, al 14 in Lazio ed al 5 nel Sud), il Movimento5stelle al 20% al nord e quasi al 50% nel sud. Il punto che hanno segnalato quasi tutti/e, è che questo successo è in larga parte basato sul lavoro (occupato e disoccupato). Infatti, è proprio tra i lavoratori dipendenti ed i disoccupati che queste forze registrano il maggior consenso. Ed anzi, in particolare nel lavoro organizzato, come quello operaio (dalle fabbriche della bresciana a Pomigliano). Il segno storico di queste elezioni è allora una profonda sconnessione tra le classi subordinate di questo paese e la sinistra. Il PD non solo ha visto un pauroso arretramento, ma soprattutto come ha detto qualcuno si è oramai definitivamente trasformato in un partito liberale di massa (e l’ipotesi di una candidatura a segretario di Calenda, circolata in queste ore, è indicativa di questo passaggio al di là della sua realtà e della sua realizzabilità). Il resto delle forze che hanno un sia pur vago richiamo al lavoro, raccolgono un consenso marginale.

Se questo è lo scenario, la domanda che pongo è allora se come CGIL non abbiamo anche noi una responsabilità in questo passaggio, nella deconessione tra classi subalterne e sinistra. Perché non credo sia solo una questione di mancato incontro tra “domanda” e “offerta” (anche a causa di un’offerta poco credibile). Credo sia una deconessione più profonda, che riguarda un senso comune di massa e quindi poi anche identità, immaginari e appartenenze sociali. Quello che possiamo definire la coscienza politica di una classe. Sicuramente questo risultato è l’effetto di processi di lungo periodo, che non interessano solo il nostro paese ma tutto il continente. Però la CGIL è un’organizzazione di 5 milioni di uomini e donne, strutturata e radicata: possibile che non possa agire una controtendenza, possibile non porsi per noi almeno il problema?

Due i punti in particolare che voglio sottolineare.
Il primo è di ordine astratto, ma che può avere conseguenze molto concrete. La segretaria, nella sua relazione introduttiva, ha sottolineato l’importanza del nostro ruolo confederale, perché “la confederalità è un valore: il valore della solidarietà con gli altri lavoratori e lavoratrici”. Ecco, la CGIL (come molta altra sinistra nelle ultime decadi) si è molto immaginata come soggetto fondato sui valori. Il valore della solidarietà, ovviamente, è una bella cosa: l’impegno etico sociale verso gli altri non è mai da disprezzare. Non credo però sia questa la matrice fondante della nostra organizzazione. La CGIL, infatti, si è proposta fin dalla sua fondazione di organizzare il lavoro in una società capitalistica. A partire cioè dalla constatazione di una contrapposizione diretta ed irriducibile fra gli interessi di due diversi soggetti: il lavoro ed il capitale. In questo quadro, la CGIL si pensa come sindacato di tutto il lavoro, indipendentemente dalla sua forma e dalle sue soggettività (genere, etnia o professionalità). Perché in un modo di produzione capitalista, alla fine, la miglior possibilità di difendersi contro i datori di lavoro è proprio quella di raccogliere solidariamente (in una comunità di interessi) tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici (occupati/e e disoccupati/e). Allora non siamo semplicemente un “sindacato dei valori” attento agli “altri” (a chi non ha un contratto o viene da un altro paese ed è da “includere” a parità di diritti e salari): siamo un sindacato generale, che riunisce tutto il lavoro in contrapposizione con gli interessi di imprese e classi dirigenti. Lo abbiamo sottolineato poco, in questi anni. Nelle pratiche e nelle nostre narrazioni. E così, probabilmente anche noi abbiamo contribuito a sfumare le identità, a sbiadire le contrapposizioni e quindi ad indebolire la coscienza di classe.
Il secondo, invece, è di ordine molto concreto, ma con conseguenze che possono esser di lungo periodo. Negli ultimi dieci anni, segnati dalla Grande Crisi, la CGIL ha dovuto affrontare ripetuti attacchi al lavoro: dalla Fornero al Jobsact, dal progressivo taglio dello stato sociale (sanità, scuola, servizi di base) ad una politica salariale centrata su defiscalizzazioni e controllo delle prestazioni. A questi attacchi, abbiamo reagito con difficoltà ed incertezza. Presi dal timore di portare fino in fondo lo scontro (che avrebbe potuto metter in discussione “equilibri e compatibilità”, ed anche farci perdere), abbiamo accennato delle risposte sociali per poi arretrare o disperderle nel nulla. Non mi riferisco solo alle oramai famigerate 3 di sciopero sulla Fornero, ma anche al vuoto seguito allo sciopero del 12 dicembre 2014 (Jobsact), all’incapacità di riprendere iniziative di lotta contro la Buonascuola dopo la sua approvazione, anche solo all’ultima iniziativa sulle pensioni contro automatismi e disuguaglianze (lo ricordo a tutto il Direttivo, ufficialmente “è ancora in corso la mobilitazione”, dopo i cortei dello scorso 2 dicembre, ma  a quattro mesi di distanza ancora non si sa come e quando: è semplicemente aperta, in forma indeterminata, cioè nel vuoto…). In questo quadro, poi, siamo stati protagonisti di una pessima stagione contrattuale, centrata su uno scambio tra aumenti risicatissimi (praticamente l’inflazione) con welfare e flessibilità nei contratti di secondo livello, per di più in forme diverse tra le diverse categorie. Una stagione che ha tenuto sempre il conflitto in tono minore (o non lo ha tenuto affatto, basti pensare all’assenza di ogni sciopero nel pubblico nonostante le numerose occasioni, dalla continua dilatazione dei tempi alla Madia). Questo vuoto (di iniziativa, di lotte, di prospettiva), ripetuto in più occasioni e situazioni, ha segnato un profilo di fase. Un’intera stagione è passata con lotte generali mai partite o inconcluse. In questo vuoto, le destre sociali hanno offerto accoglienza a quel disagio e a quelle rivendicazioni, dandogli nuove forme e appartenenze (la difesa della comunità nazionale, l’abbattimento della casta o la proposizione di nuove comunità telematiche partecipative).

In questo quadro, mi sia concesso, sono stupito dall’assenza pressoché totale in questo nostro dibattito (anche nella relazione, se non sbaglio), di ogni considerazione e persino riferimento alle prossime elezioni RSU del pubblico impiego (17-19 aprile). Lì saremo al voto direttamente noi. Il bilancio di questi anni, e di questa pessima stagione contrattuale (conclusasi proprio nel pubblico nelle scorse settimane), troverà un momento di verifica. Con la possibilità, per di più, dell’emergere di nuovi soggetti (ad esempio nella scuola ANIEF), in sintonia con alcuni profili di queste nuove destre sociali. Vedremo se, e come, questi processi più complessivi arriveranno a toccare anche la rappresentanza sindacale. Esserne più consapevoli, soprattutto nella campagna elettorale incipiente, sarebbe forse stato utile.

Ho sottolineato in particolare questi  elementi perché la relazione, e molti interventi, hanno ribadito invece l’importanza di una sorta di testarda continuità nella nostra azione, anzi persino accentuando le su direttrici di fondo: in particolare sulla priorità di ottenere accordi con le controparti (a partire proprio dal pessimo accordo quadro con Confindustria appena sottoscritto) e sul rafforzamento dell’unità con CISL e UIL (nell’ottica di ribadire ruolo e profilo dei sindacati confederali). Non solo: il dibattito di questi due giorni è stato impregnato anche dell’incipiente confronto congressuale. Alcuni interventi hanno sottolineato la necessità non solo di rafforzare l’interlocuzione e l’unità di azione con CISL e UIL, ma anche la necessità aprire una nuova fase per superare la storica divisione sindacale tra CGIL CISL e UIL. Come ho già detto, la CGIL ha per me una chiara matrice: il riconoscimento di una contrapposizione strutturale tra gli interessi del capitale e quelli del lavoro. All’interno di questa matrice, hanno poi vissuto storicamente diverse sensibilità politico-sindacali (comuniste, socialiste, socialdemocratiche, laburiste, riformiste, conflittuali, operaiste, rivoluzionarie, ecc). In ogni caso, in questo quadro la CGIL si è sempre collocata nel campo del “movimento operaio” e della sinistra. Non capisco allora la proposta di aprire oggi, proprio oggi, un processo di convergenza e magari progressiva unificazione con altre matrici sindacali. Al di là delle scelte che hanno tracciato storicamente le differenze (sindacato dei lavoratori o sindacato degli iscritti, accettazione o rifiuto del modello Marchionne, ecc), al di là dei comportamenti (complicità, opportunismi e degenerazioni “stipendiali”), queste organizzazioni sindacali hanno infatti diverse matrici proprio perché non riconoscono una contrapposizione di interessi tra capitale e lavoro (in generale e nello specifico delle diverse aziende). Avviare un processo di unificazione con loro, oggi (in questo nuovo ed incipiente contesto storico), vuol dire allora avviare un’uscita anche della CGIL dal solco del movimento operaio e quindi della sinistra. Certo, forse questo potrebbe rappresentare proprio un possibile percorso di ricollocamento e sopravvivenza burocratica. Ma al prezzo di sbiadire definitivamente, se non escludere, la matrice originaria della Cgil. Cioè portando un ulteriore colpo, forse per diverso tempo, alla possibilità di riconnettere una dimensione di massa ad una prospettiva di trasformazione della società centrata sugli interessi del lavoro.

Al contrario, io penso che oggi la Cgil abbia la responsabilità di doversi muovere in direzione esattamente opposta. Essendo rimasta l’unica organizzazione della sinistra storica con una dimensione di massa, porta infatti sulle sue spalle, portiamo sulle nostre spalle, il compito di dover costruire una controtendenza. Il nostro comportamento sarà determinante. Per questo, lungi dal mettere in discussione le nostre matrici di fondo, lungi dal riproporre testardemente una linea di arretramenti che disperdono nel vuoto lotte e protagonismi sociali, dobbiamo saper costruire un segnale chiaro e forte di resistenza. Subito. Nei prossimi mesi. Non credo cioè che abbiamo bisogno solo, o tanto, di conferenze e congressi. Credo che abbiamo bisogno soprattutto di avviare nella pratica materiale dei processi sociali e politici di ripresa del lavoro.
Per questo credo imprescindibili due direttrici.
Primo, costruire subito, sin dalla primavera, una campagna sui principali temi di interesse del lavoro in questa fase: Fornero, Jobsact (non solo sui licenziamenti, ma come abbiamo visto con i braccialetti Amazon anche sul telelavoro) e Buonascuola. Non sto parlando di ennesime raccolta firme. Intendo assemblee nei posti di lavoro, mobilitazioni, scioperi e cortei sulla base di piattaforme ampiamente condivise nei posti di lavoro. Un movimento del lavoro, che in questa fase di incertezza e sbandamento, chieda e pretenda da qualunque governo (con la forza della propria mobilitazione) conquiste reali ed immediate. Evitando anche così che magari alcune di queste assumano, magari parzialmente, forme proposte dalla destra sociale che permettano di rilanciare in modi diversi (e magari accentuati) la subordinazione del lavoro.
Secondo, e forse purtroppo soprattutto: questo voto consegna un quadro diverso dei rapporti di forza tra le classi nel paese. Forse per un’intera stagione politica. Il padronato non credo che si lascerà sfuggire questa occasione storica. Qualcuno qui ha detto che Boccia non ha perso un attimo a salire sul carro dei vincitori. Io non credo sia semplice opportunismo o la riproposizione con poco stile dell’ovvio atteggiamento governista di Confindustria (prima ancora che sia delineato, o delineabile, qualunque compagine). Io credo che sia stata vista l’occasione di trasferire, nel prossimo futuro, in tutto il quadro delle relazioni sociali il fatto che questo Parlamento (al di là dei governi che ci saranno), veda una netta prevalenza di impianti antisindacali e contro il mondo del lavoro (tra Fratelli d’Italia, Lega e M5S). Credo che allora, al di là dei governi che ci saranno e delle promesse elettorali, sia alta la prospettiva di fase che ci concretizzino nuove offensive contro salari e diritti, anche in forme inedite e subdole. A noi sta allora la responsabilità storica di saper costruire una reazione determinata e di massa: non come quelle accennate, e subito rientrate, con Renzi.

In conclusione, davanti alla nuova fase, la CGIL ha grandi responsabilità che deve sapersi assumere: rilanciare l’identità, l’appartenenza, la coscienza politica di massa del lavoro; resistere e costruire movimenti generali di lotta, in grado di abbattere le controriforme di questi anni e rilanciare la difesa di salari e diritti, esser pronti a reagire con forza e determinazione ad ogni tentativo padronale di sfruttare il mutato rapporto di forza politico tra le classi.

Luca Scacchi

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