Il nostro NO al Contratto Sanità

Salario inadeguato, pochi diritti, ruolo della contrattazione debole

Dopo quello di Funzioni Centrali, Scuola/Università/Ricerca, Enti Locali, il 23 Febbraio è stata sottoscritta la pre-intesa del Ccnl del comparto Sanità.

La miseria di un aumento

Nei posti di lavoro e sui social si sta riscontrando, giustamente e inevitabilmente, una forte reazione negativa da parte dei lavoratori del comparto. 85 euro medi lordi e arretrati con cifre assolutamente insufficienti dopo 9 anni di blocco. Anni in cui tutti i lavoratori hanno mediamente perso almeno 250-300 euro al mese nelle loro buste paga (dati della Cgil). Buste paga ancor più inadeguate, in quanto parliamo di lavoratori professionalmente preparati di un servizio pubblico fondamentale che garantisce il diritto alla salute, in Italia, percepiscono una tra le retribuzioni più basse d’Europa nonostante le straordinarie competenze e le responsabilità.

A dire il vero, la parte del rinnovo contrattuale sugli incrementi economici dello stipendio tabellare, nonostante sia stata comprensibilmente quella che ha fatto più scalpore, è quella che ha sorpreso meno, visto che è l’esito dell’intesa del 30 Novembre 2017 sottoscritta da Cgil, Cisle e Uil e il governo. Purtuttavia, a quegli 85 euro ci si arriva con l’aggiunta di un “elemento perequativo” di circa 20 euro parametrati all’inverso (la cifra più alta per le qualifiche più basse) da corrispondere nel periodo 01-04-18 al 31-12-18. E dopo? Dopo – ci dicono – ci sarà il nuovo rinnovo del contratto 2019-21. Insomma, un aumento di 85 euro ma… col trucco.

Era prevedibile, come avevamo segnalato, che questo contratto avrebbe approfondito tendenze corporative già forti nel comparto. Se oggi nel dibattito rischiano di passare certe tesi di “sindacati di categoria” e si sviluppano ulteriori divisioni tra i lavoratori questo è anche e soprattutto responsabilità dei vertici sindacali e di chi ha sottoscritto questo contratto assolutamente inadeguato.

L’analisi sulla parte economica non deve mettere in secondo piano una critica alla parte normativa che pure ha la sua rilevanza e che non ci consente di dire che questo sia un buon contratto.

Ci sono davvero “sostanziali miglioramenti”? NO

Per Cgil Cisl Uil questo contratto è un punto di partenza e contiene sostanziali miglioramenti. Per non essere unilaterali è corretto menzionare l’acquisizione di alcuni nuovi diritti. I permessi per le visite specialistiche, i congedi per le donne vittime di violenza, l’applicazione dei diritti alle parti coinvolte nelle unioni civili, i tempi di vestizione/svestizione riconosciuti nell’orario di lavoro (ma perché solo a coloro che garantiscono la continuità assistenziale sulle 24 ore?). Tuttavia non ci sembrano sufficienti per considerare questo contratto acquisitivo.

Sono stati davvero cancellati gli effetti della Legge Brunetta? Formalmente l’indicazione di quella norma che prevedeva il 25% dei bravi a cui dare il massimo dei premi, il 50% dei medi e il 25% dei cattivi a cui non dare nulla, non c’è più (per essere precisi quella norma non è mai stata applicata), tuttavia più che cancellarla questo contratto ne ha pienamente confermata e legittimata l’idea di fondo.

D’ora in poi, infatti, i premi individuali andranno obbligatoriamente differenziati, i lavoratori saranno soggetti a valutazione da parte dei dirigenti e “i migliori” (secondo questo sistema di valutazione) dovranno percepire almeno il 30% in più degli altri. Il ruolo della contrattazione è di stabilire la quota dei “meritevoli”. Il Contratto, inoltre, dichiara che almeno il 30% delle risorse dei fondi contrattuali deve essere destinato ad “obiettivi organizzativi ed individuali” riducendo la disponibilità economica per pagare indennità e istituti contrattuali (reperibilità, straordinario ecc…). Insomma al sindacato il compito di contrattare i numeri della divisione tra lavoratori.

L’art 83 indica misure per disincentivare elevati tassi di assenza del personale ed esplicita che qualora dovessero concentrarsi in maniera anomala e in continuità con le giornate festive e di riposo settimanale oltre che nei periodi in cui è elevata la domanda di servizi (?!?!) non saranno eventualmente incrementate le risorse che finanziano indennità, premi e fasce economiche. Un ulteriore elemento di divisione tra i lavoratori. Se non è “brunettismo” questo…

Si disapplica la norma sulla Mobilità del precedente Contratto Nazionale, la modalità con la quale i lavoratori della sanità potevano variare la propria sede di lavoro e avvicinarsi al proprio territorio di origine su base volontaria.

Sui contratti a termini le Aziende Sanitarie e Ospedaliere, oltre ai 36 mesi, potranno derogare di ulteriori 12 mesi. Dov’è finito il contrasto alla precarietà?

La ciliegina sulla torta è l’introduzione, in ambito di contrattazione decentrata, anche per i lavoratori della Sanità, del Welfare integrativo utilizzando risorse economiche che sarebbero destinate a premi e fasce economiche. Tra questi servizi ci possono essere anche polizze sanitarie integrative erogate dal Servizio sanitario nazionale. Insomma, non c’è modo più chiaro per dire che la Sanità pubblica già da tempo non è né universale e men che meno gratuita.

Titolarità alla contrattazione? “Poteri certi a Rsu”? Non ci pare proprio

Non è questa la sede per entrare in ogni minuzioso dettaglio del Contratto Nazionale su cui, eventualmente, ci riserviamo di approfondire in seguito. Ma uno dei capitoli che più colpisce negativamente, nonostante possa apparentemente essere d’impatto minore agli occhi dei lavoratori,  è quello sulla contrattazione e il ruolo di Rsu e sindacati. Su questo tema vale la pena dire qualcosa in più.

Dopo il blocco della contrattazione nazionale e aziendale attraverso gli interventi di Brunetta, infatti, l’accordo del 30 Novembre e questo contratto avrebbero dovuto essere la svolta e, comunque, un’inversione di tendenza in merito alla possibilità dei lavoratori e dei loro rappresentanti di incidere nei negoziati.

Indubbiamente sono indicate diverse materie oggetto di contrattazione che con Brunetta erano di pertinenza esclusivamente aziendale, tuttavia il contratto stabilisce un termine di 45 giorni (eventualmente prorogabili di ulteriori 45), dopo i quali gli Enti possono procedere unilateralmente su:

  • l’utilizzo delle risorse economiche dei fondi contrattuali
  • i criteri per l’attribuzione dei premi e delle progressioni economiche orizzontali
  • il salario accessorio
  • il welfare integrativo
  • l’elevazione di indennità di reperibilità e lavoro notturno

Le aziende, inoltre, potranno valutare unilateralmente altre realtà lavorative in cui introdurre la reperibilità, eventualità che prima richiedeva un verbale di accordo.

La “concertazione” viene sostituita con una nuova modalità di relazione sindacale, il “confronto” che si avvia dopo richiesta delle Rsu e dei soggetti sindacali entro 5 giorni (sì proprio 5!) dall’invio dell’informazione da parte dell’Amministrazione. In questo caso il termine massimo del confronto è di 30 giorni poi, tanto per non cambiare, l’azienda potrà procedere da sola.

Per chiudere il cerchio, come se non bastassero tutte le leggi che, dalla 146/90 in poi, sono intervenute a gamba tesa sul diritto di sciopero e che di fatto ne impediscono l’esercizio nel pubblico impiego, sono state inserite le clausole di raffreddamento che impediscono alle rappresentanze sindacali di procedere ad iniziative di lotta entro il primo mese del negoziato.

Noi, francamente, non vediamo una gran riconquista della contrattazione e ci sembra di poter dire che questo contratto è in continuità con la fase degli ultimi 10 anni e, se svolta si tratta, è la legittimazione di politiche che hanno colpito le condizioni di lavoro, i salari dei lavoratori e, di conseguenza, dei servizi pubblici.

Non c’è buon contratto senza lotta

Ciò che si critica non è il lavoro tecnico di questa e di tutte le delegazioni trattanti ma è il percorso che ha condotto alla sottoscrizione di questo e degli altri contratti pubblici.  Qualsiasi accordo è sempre il risultato dei rapporti di forza tra le parti.

Al di là della propaganda che è seguita alla firma del contratto, fatta eccezione per gli scioperi generali confederali su temi generali (molto pochi anche quelli), sono quasi assenti le iniziative di sciopero di lavoratori pubblici sul contratto proclamati dal 2010 ad oggi. Gli ultimi risalgono addirittura alla primavera del 2016 quando le categorie dei pubblici di Cgil Cisl Uil fecero gli scioperi regionali. Quasi due anni fa!

La Fp Cgil per porre in evidenza un senso di “conquista” del Contratto ricorda che si è mobilitata in questi anni. Il concetto di “mobilitazione” assume un significato sempre meno concreto nell’epoca in cui i vertici sindacali hanno clamorosamente abbassato il profilo dell’iniziativa e i lavoratori sono tenuti in stato passivo. Di quale mobilitazione parliamo? Delle manifestazioni a Roma di sabato che per 2-3 anni di seguito si sono susseguite in autunno? Dei presìdi davanti a Prefetture o sedi istituzionali con qualche decina o centinaia di delegati con bandiere come quelle visti il 5 febbraio scorso?

Senza lotta nessuna conquista è possibile e anche questo contratto lo dimostra. Quello che è ancora più grave, dal nostro punto di vista, è l’attacco allo sciopero del 23 febbraio scorso, giorno della firma della preintesa, indetto da alcuni “sindacati di categoria”, sostenuto anche da alcuni sindacati di base.

Che sindacati corporativi, dopo che per anni sono stato sostanzialmente assenti, alla vigilia del rinnovo delle Rsu, strumentalmente, indicono uno sciopero con una piattaforma non condivisibile siano da criticare non vi è dubbio, ma il rispetto per chi lotta e sacrifica parte del proprio ridotto stipendio non deve mai mancare. Ancor più se, chi sciopera, lo fa per un contratto che manca da quasi 10 anni!

I lavoratori dei servizi pubblici meritavano ben altro che un contratto del genere. Tutte le ragioni qui esposte ci inducono a sostenere la nostra contrarietà a questa preintesa, contrarietà che invitiamo i lavoratori ad esprimere nella consultazione che si terrà nelle prossime settimana e dovrebbe concludersi entro il 23 marzo prossimo.

Tutte queste ragioni ci spingono a lavorare, con sempre maggior convinzione, per cambiare radicalmente la strategia della Cgil.

Il Sindacato è un’Altra Cosa – OpposizioneCgil nella FP

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