Dir.FLC – F.Locantore: bocciamo il ccnl istruzione&ricerca

Intervento di Francesco Locantore al direttivo nazionale Flc-Cgil del 15 e 16 febbraio e ordine del giorno presentato dall'area “Il sindacato è un'altra cosa – Opposizione in Cgil”

Care compagne e compagni, farò quattro considerazioni su questa ipotesi di contratto del comparto istruzione e ricerca.

La prima considerazione riguarda la modalità di questa trattativa. Una contrattazione che nella sostanza si è svolta in 18 ore dopo 9 anni di vacanza contrattuale, senza piattaforme chiare e senza il coinvolgimento dei lavoratori nella mobilitazione, che potesse supportare la trattativa e portarci a delle conquiste. Senza neanche un chiaro mandato degli organismi dirigenti della Flc su cosa si poteva e si doveva trattare, su quali fossero i paletti oltre i quali non andare.
Siamo usciti dalle ultime due riunioni del direttivo naizonale con la proposta di riattivare la mobilitazione, proposta mai attuata e si è così arrivati a chiudere l’ipotesi di contratto.
E’ già uscito materiale a difesa dell’ipotesi firmata senza che ci potessimo pronunciare nei comparti e in questo direttivo. Sono sconcertato dal fatto che la Cisl – ma ho sentito alcune considerazioni in questo senso anche nella relazione del segretario – valorizza i risultati di questo contratto in base a quello che ci sarebbe potuto essere secondo le fake news che sono girate sui social network nelle settimane precedenti la trattativa. Non si può, non è onesto raccontare un contratto in base a ciò che non c’è e non è mai entrato in trattativa. Guardiamo invece a quello che c’è.

Questo mi porta alla seconda considerazione: questa ipotesi di contratto è un risultato netto negativo. E’ chiaro per i comparti università, ricerca e Afam, lo ha ammesso in qualche modo lo stesso segretario nella sua relazione. Ma questo è vero anche per la scuola.
Intanto sulla parte economica è inaccettabile il fatto che, mentre si sono persi oltre 300 euro tra salario nominare e salario reale, con il contratto se ne recuperano solo 75 medi. Questo significa ratificare una diminuzione del salario nei nostri comparti di oltre 200 euro al mese.
Neanche si può raccontare che gli aumenti sarebbero in media di 90 euro. L’elemento perequativo non si può considerare un aumento! Sono soldi che vengono tolti da due mensilità del 2018 e spalmati sulle altre 10, per il solo 2018. Non sono aumenti contrattuali. Né valgono come aumenti quelle risorse trasferite dal Fis, che già era una componente del salario degli insegnanti, su altre voci stipendiali. Inoltre si perde il primo scatto di anzianità nella scuola, cosa che non avevamo accettato nel 2011 e che costituiva una battaglia storica della Flc.
A fronte di questo risultato economico nettamente negativo, che non è possibile nascondere ai lavoratori nelle assemblee, anche la parte normativa è negativa, anche per la sezione scuola, in cui non si ottiene niente e in alcuni passaggi addirittura si peggiora.
Abbiamo fatto una battaglia contro la legge 107 che spero non venga messa in soffitta oggi, contro il bonus premiale per il merito dei docenti, che divide la categoria. Se avessimo trasferito tutti i 200 milioni stanziati dalla 107 su una componente fissa dello stipendio, potremmo dire di aver sterilizzato una parte di quella riforma, ma questo non è avvenuto. A regime solo 40 dei 200 milioni (il 20%) vengono trasferiti sulla RPD. Il resto va in contrattazione.
Certo, la valutazione del merito c’era già, in una legge che la Flc non ha condiviso e contro cui dice di voler continuare a battersi. Oggi però la valutazione del merito c’è anche in un contratto che si propone alla Flc di sottoscrivere, con un meccanismo di scarica barile della responsabilità su come questi soldi verranno attribuiti sulle nostre Rsu. Io considero questo risultato un ulteriore arretramento.
C’è inoltre l’arretramento sulla questione della mobilità. Non c’era neanche nella 107 il vincolo triennale sulla mobilità una volta ottenuta l’istituzione scolastica richiesta. Questo è un peggioramento netto anche rispetto alla normativa vigente. E non è correttodire che abbiamo già scardinato la chiamata diretta con il contratto di mobilità. Io sono forse tra i pochi che ha portato fino in fondo la battaglia sulla mobilità nella mia vecchia scuola, ottenendo che il collegio votasse una delibera in cui si diceva di voler utilizzare il punteggio di mobilità per l’assegnazione dall’ambito ala scuola. La dirigente ha emanato d’imperio i suoi criteri ignorando del tutto la delibera del collegio. La Flc, tramite un avvocato, ha allora diffidato la dirigente, che si è disinteressata anche della diffida. A quel punto l’avvocato della Flc di Roma e Lazio ci ha consigliato di desistere, perché a normativa vigente in ultima analisi i criteri sulla chiamata diretta spettano al dirigente, nonostante il contratto di mobilità. Tantomeno la chiamata diretta è scardinata da questa ipotesi di contratto.

Terza considerazione: è necessario ridare la parola a tutte le lavoratrici e i lavoratori dei comparti coinvolti in questo rinnovo. Innanzitutto coinvolgendoli in una consultazione referendaria con voto segreto e certificato. Per noi la democrazia sindacale non è un optional, da usare solo quando conviene. La area “Il sindacato è un’altra cosa – Opposizione in Cgil” chiederà alle lavoratrici ed ai lavoratori di votare contro questa ipotesi di contratto nelle assemblee e nel referendum.

Ultima considerazione, per rimanere nella metafora del “campo da gioco” che è stata usata dal segretario. E’ vero che nelle ultime 18 ore di trattativa il campo da gioco era quello che era, ormai già determinato dalla controparte. Il nostro problema è come ci siamo arrivati, quali valutazioni abbiamo sbagliato sul campo da gioco. Ci è stato raccontato che Gentiloni rappresentava una svolta rispetto a Renzi e che avrebbe permesso di mettere in discussione la 107, la Brunetta e le peggiori riforme realizzate dai governi di centrodestra e di centrosinistra. Evidentemente non era così, ma qualcuno se ne è accorto troppo tardi.
Ancora oggi, invece di fare un regalo in campagna elettorale al Partito Democratico con questa firma, si poteva, e si può ancora, fare diversamente. Si può ritirare la firma da questa ipotesi, non firmare il contratto definitivo, si può aprire una nuova stagione di mobilitazione tra le lavoratrici e i lavoratori, per determinare un campo da gioco diverso e quindi entrare nella partita per raggiungere un risultato favorevole per i lavoratori che rappresentiamo.

Francesco Locantore

 

ODG presentato dall’area sindacatoaltracosa

Il direttivo nazionale Flc esprime la propria contrarietà all’ipotesi di rinnovo contrattuale firmata lo scorso 9 febbraio.
In primo luogo per quanto riguarda la parte salariale gli aumenti, sono in realtà del 3,48%: non 85 euro medi per il comparto, ma bensì circa 75. Sono distribuiti proporzionalmente nei vari inquadramenti e livelli, senza nessuna riduzione della “forbice retributiva”, senza nessuno sforzo strutturale per valorizzare “prioritariamente i livelli retributivi che più hanno sofferto la crisi economica ed il blocco della retribuzione”.
Inoltre, per il personale di scuola e Afam (ma non per l’università, sottolineando le differenze tra le diverse se­zioni), è stato ottenuto un ulteriore aumento “accessorio” (solo su 12 mensilità e senza TFR): 10/15 euro mensi­li lordi per la Retribuzione del Personale Docente e intorno ai 9€ per il Compenso Individuale Accessorio del personale ATA. A questo scopo vengono usate varie risorse, compreso una parte ridotta del “bonus” della Legge 107 (sui 200 milioni previsti, è destinato a questo scopo 70 milioni per il 2018, 50 milioni per il 2019 e solo 40 milioni a regime!).
Infine, per evitare che emerga l’evidente differenza con gli 85 euro “promessi” (dall’accordo del 30 novembre e la propaganda di questi mesi), è stato utilizzato un artificio contabile (la cosiddetta “perequazione”): gli aumenti partono solo dal primo marzo (invece che dall’inizio del 2018) e con i soldi di gennaio e febbraio si aggiunge ad alcuni un compenso temporaneo (anche questo senza TFR), per far arrivare tutti/e più o meno sugli 80 euro. Un compenso che però svanirà come neve al sole il 31 dicembre 2018.
Se si considera che la perdita di salario, nei nove anni di vacanza contrattuale, può esser calcolata mediamente in oltre 300 euro mensili, con questo contratto si ottengono quindi strutturalmente solo 75 euro di aumenti medi, sancendo nei fatti una diminuzione dei salari di ben più di 200€ al mese.
Nella scuola viene istituito un Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa, che riunisce vari elementi del FIS, il “fondino” di valorizzazione dei docenti da 30 milioni di euro previsto dalla legge di bilancio 2018 e so­prattutto larga parte dei fondi del bonus della Legge 107 (a regime, ben 160 sui 200 milioni di euro previsti). Questi soldi saranno distribuiti anche per premiare il lavoro docente (nella quantità prevista dalla “buona­scuola”), esplicitamente secondo le finalità dei commi 127 e 128 dell’articolo 1 della Legge 107 (cioè quelli che prevedono di “valorizzare il merito del personale docente”, “dal dirigente scolastico con motivata valutazione” e “sulla base dei criteri individuati dal Comitato di valutazione”). Certo, si prevede la contrattazione dei “criteri generali” per la sua distribuzione a livello di istituzione scolastica. Però, appunto, solo dei “criteri generali”, senza intaccare l’impianto stabilito proprio dai quei commi della 107, esplicitamente richiamati. Si è passati dalla rivendicazione dell’abrogazione del bonus al suo inserimento, anche formale, nel corpo del contratto.
Per le università, invece, vengono previste due cose. Da una parte, una parte limitata del personale (gli “eccel­lenti”?) dovrà ricevere dei premi maggiorati (con una maggiorazione che non deve esser inferiore al 30% dei premi attribuiti al personale valutato positivamente). Dall’altra è stata prevista la possibilità di conquistare le PEO in forma generalizzata, come adesso, senza limitarle solo ad una parte selezionata del personale (e preve­dendo anche una progressione in più per ogni livello): questa possibilità, però, sarà limitata (come adesso) dalle risorse a disposizione nei bilanci degli Atenei (e quindi si concretizzeranno soprattutto, se non solamente, nelle università “virtuose”, cioè quelle più ricche che potranno godere anche come delle flessibilità in merito previste dalla Legge di Bilancio 2018). Quindi le possibilità di aumento del salario accessorio non saranno per tutti: non in tutti gli Atenei PEO generalizzate, solo per pochi i “superpremi”.
Per gli Enti di ricerca, la possibilità delle progressioni di carriera è stata di fatto rimandata ad un comitato pari­tetico, che in una sequenza contrattuale proverà a modificare gli inquadramenti e i loro attuali vincoli.
Infine, con questa ipotesi di contratto si ribadisce la marginalizzazione delle progressioni stipendiali automati­che. Nella scuola si riconosce lo scippo del primo gradone, che non era stato accettato nel 2008 e che invece oggi viene siglato (per cui i neoassunti dovranno aspettare ben nove anni prima di percepire il primo scatto di anzianità). Nelle università il personale contrattualizzato continua a non avere nessun meccanismo certo ed esi­gibile per le progressioni stipendiali (anzianità).
Si profila così una composizione degli aumenti salariali (e quindi in prospettiva dei salari) che, lungi dal mante­nere l’unità del mondo del lavoro e tantomeno proporsi una progressiva riduzione delle disuguaglianze, rischia di determinare progressive divergenze nella categoria, se non vere e proprie fratture.
Dal punto di vista normativo, se si riconquista un ruolo nella contrattazione su vari aspetti, i provvedimenti tan­to contestati della legge 107 vengono confermati e ricondotti nel CCNL (a partire, come detto, dal bonus per il merito dei docenti, che viene inglobato nella contrattazione senza stravolgerne i principi). La questione delle sanzioni disciplinari per i lavoratori della scuola viene rinviata ad una ulteriore sequenza contrattuale che dovrà concludersi entro luglio 2018. E’ previsto un peggioramento sulla mobilità del personale della scuola, che dopo aver vista soddisfatta una richiesta di mobilità, sarà soggetto ad un vincolo triennale di permanenza nella scuola assegnata. Un peggioramento ulteriore, quindi, delle condizioni di lavoro nella scuola. Inoltre, anche se in alcu­ni aspetti viene salvaguardato o riconquistato uno spazio di contrattazione, in altri viene tracciata una sostanzia­le compressione del ruolo delle RSU, con l’istituzione di una nuova modalità di relazione sindacale (il “con­fronto”: un’imitazione di trattativa, che non produce nessun impegno vincolante), a cui vengono demandati ele­menti centrali dell’organizzazione e dell’orario di lavoro.
Questa conclusione era invocata da più di un mese, dai giornali e non solo. Da quando cioè era stata firmato il primo rinnovo delle Funzioni centrali. Il governo e l’Aran volevano infatti replicare sic et simpliciter quella pessima soluzione (che confermava la “Madia-Brunetta” e concedeva aumenti ridottissimi, ben sotto anche il solo recupero di quanto perso in questi anni). Il Partito Democratico ed i suoi alleati volevano provare a ricon­quistare la fiducia di un milione e duecentomila lavoratrici e lavoratori (quasi un milione solo nella scuola), con la prospettiva di qualche aumento prima del voto di marzo. Le segreterie dei tre sindacati confederali hanno ac­cettato questa impostazione, da una parte non convocando nessuna mobilitazione, dall’altra acconsentendo ai ritmi assurdi imposti dalla controparte. Una trattativa che quindi si è consumata, dopo un avvio stentato, prati­camente nello spazio di un pomeriggio ed una notte senza nessun reale coinvolgimento della categoria.
In conclusione, il rinnovo del CCNL, che poteva essere una occasione di riscatto delle lavoratrici e dei lavorato­ri dell’istruzione e della ricerca, rischia di trasformarsi in un’ulteriore umiliazione.
Il comitato direttivo nazionale della Flc Cgil dà quindi mandato alla segreteria di non firmare il contratto e or­ganizzare da subito la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori con assemblee in tutti i luoghi di lavoro e uno sciopero generale dei comparti coinvolti, per riaprire la trattativa contrattuale su altre basi e sulla base di una piattaforma di recupero del potere d’acquisto perso e di superamento del quadro legislativo determinato dal­le riforme della PA e della legge 107.

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