Ripartiamo da Almaviva!

Contro le sperequazioni prodotte da accordi che relegavano e contingentavano la gestione della crisi nelle singole sedi.

Finalmente, sulla vertenza Almaviva, giustizia è fatta! Ma non ci fermeremo qui.

Si è dovuto pazientare fin troppo affinché la verità emergesse sul dramma sociale consumatosi quella maledetta notte del 22 dicembre 2016.

Il Giudice del Lavoro di Roma ha infatti accolto il ricorso di 153 lavoratori e lavoratrici rispetto alle discriminazioni, da loro stessi denunciate, sui licenziamenti messi in atto.

Una vicenda nella quale la sovversione della realtà l’ha fatta da padrone. Nelle settimane successive all’accordo stipulato in sede ministeriale tra Governo, Azienda e maggioranza delle Rsu di Napoli si è, infatti, scatenata la bagarre degli insulti e delle responsabilità, sia da alcuni personaggi del mondo politico che da parti della platea lavorativa e sindacale nei confronti di coloro che non avevano condiviso le condizioni peggiorative dell’accordo. Un accordo che assume la forma del ricatto ma che nella sua caratterizzazione frammentaria non nasce improvvisamente quella notte. Come area di opposizione in CGIL abbiamo sempre denunciato in tutti i momenti e luoghi possibili, nelle assemblee dentro e fuori i luoghi di lavoro, nelle piazze e durante gli scioperi (sebbene l’unico post-dicembre di una certa rilevanza sia stato quello del 21 Gennaio) con raccolte firme e nei nostri organismi direttivi che la balcanizzazione della vertenza e la mancanza di un coordinamento nazionale anche di carattere movimentista, sono state la forza dell’azienda. Un’azienda che si dava l’obbiettivo di rimpinguare i margini aziendali attraverso l’abbattimento del costo del lavoro, del salario differito (tfr) e diretto (scatti di anzianità) già minimi, in aggiunta all’applicazione del controllo individuale sui dati delle performance lavorative.

La sentenza ha finalmente fatto luce su una serie di sperequazioni inammissibili (evidenti sia nell’accordo di Maggio che in quello di Dicembre 2017), in quanto un accordo sindacale non può sancire “per legge” di relegare e contingentare una crisi aziendale in singole sedi, discriminando i lavoratori sia territorialmente che economicamente, ancor di più quando la le attività sono interscambiabili tra tutti gli operatori dei diversi siti.

Adesso l’azienda dovrà reintegrare tutti i lavoratori di Roma con la restituzione di tutte le mensilità pregresse dal licenziamento illegittimo ad oggi.

Una grande vittoria per i lavoratori che non si sono mai arresi e più di tutti hanno subito le conseguenze di divisioni e ricatti sulla loro pelle, ma in generale per tutto il mondo del lavoro che con dignità non ci sta a chinare la testa davanti alle ingiustizie. La sede di Roma inoltre non è chiusa, ci lavorano centinaia di lavoratori outbound (!) ma per i dipendenti non ci sarebbero attività congrue.

Ma dicevamo che non ci fermiamo qui. Ora il Governo e l’Azienda insieme al Sindacato devono riaprire un tavolo nazionale, rigettando l’inammissibile ipotesi dei trasferimenti dei lavoratori, per pianificare un futuro più giusto ed equo e rendere concrete le azioni annunciate nei mesi scorsi contro il massimo ribasso, il dumping contrattuale, gli appalti selvaggi e le delocalizzazioni!

Sindacatoaltracosa-OpposizioneCGIL nella SLC

OpposizioneSLC@gmail.com

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