Le ragioni del no all’alternanza scuola-lavoro ….

.... (anche quando a promuoverla è la Cgil). Un articolo di Marina Boscaino.

Pubblichiamo, condividendolo pienamente, questo articolo di Marina Boscaino (insegnante di un liceo romano, da sempre attiva in difesa della scuola pubblica e della Repubblica), pubblicato pochi giorni fa su il Blog di Micromega.

Ci verranno a dire che è meglio occupare gli spazi per evitare che li occupino altri. Aggiungeranno che si tratta di un intervento per curvare il processo nella direzione giusta. Non voglio, con questo mio intervento, rischiare di essere annoverata tra gli odierni detrattori del sindacalismo, la cui fondamentali presenza e libertà organizzativa sono garantite dall’art. 39 della Costituzione. Eppure la notizia che la Cgil in alcune regioni di Italia stia scendendo in campo per proporsi come partner di alternanza scuola-lavoro non può che lasciare sbigottiti ed interdetti. È di questi giorni la presentazione di un progetto che coinvolgerà in Lombardia circa 200 ragazzi. Ma, basta guardare rapidamente sulla rete, le proposte in questo senso coinvolgono evidentemente altre regioni di Italia, dal Veneto alla Puglia.

Del resto, Susanna Camusso, intervistata da Ferruccio de Bortoli a metà di settembre, aveva affermato: “Il tema non è il posto fisso, ma condizioni di lavoro senza sfruttamento”. Lo stesso discorso vale per l’alternanza scuola-lavoro, che “sarebbe uno strumento buono, ma fatto nel modo in cui è stato fatto ha provocato solo disastri”. È invece “il momento di lavorare insieme affinché funzioni, affinché non sia un tappabuchi ma un percorso formativo per gli studenti, e che li prepari alla trasformazione permanente che li attende nel mondo del lavoro”. Non vogliamo certo rubare il mestiere al segretario nazionale della Cgil. Ma qualche dubbio ci è venuto: siamo sicuri che la “trasformazione permanente” vada necessariamente nella direzione dell’interesse generale e dello sviluppo del paese o non sia piuttosto un fattore di crescita o di garanzia dei profitti di impresa? Siamo convinti davvero che l’espressione “mondo del lavoro” sia ancora utilizzabile sul piano dei diritti e delle relazioni e non debba essere invece sostituita con l’espressione “mercato del lavoro” o non debba prevedere l’inserimento dell’aggettivo “neoliberista”?

Il tema – usando questo abusato intercalare – è, invece, per molti di noi che lavoriamo a scuola, l’inaccettabilità di questo provvedimento. Non solo – come ha affermato Francesco Sinopoli, segretario della Flc-Cgil – perché “L’alternanza scuola lavoro introdotta con la legge 107/2015 anche ai licei e per 200 ore nell’ultimo triennio, distoglie gli studenti dallo studio curriculare e si è rivelata, in qualche circostanza, una perdita di tempo ed anche peggio. (…) La scuola della legge 107, voluta da Renzi e dalla ministra Giannini, e confermata dalla Fedeli, non è buona affatto. Per trovare una conferma, basta tornare alle parole della ministra Fedeli al Sole24ore nella lunga intervista di domenica 20 agosto. L’ideologia ‘della formazione del capitale umano’ di cui parla la Ministra non solo non mette al centro gli apprendimenti ma piega la scuola all’interesse di brevissimo periodo del sistema produttivo italiano con tutti i suoi attuali limiti: specializzazione produttiva su beni a basso valore aggiunto e ricerca costante di realizzare il profitto giocando su costo del lavoro e orari. Di questa deriva è figlia anche l’alternanza scuola lavoro nelle modalità con cui è stata concepita ed attuata. Si sta costruendo un alibi affinché le aziende continuino a disinvestire in formazione assecondando l’idea folle che la scuola possa assolvere ad un compito che spetta alle imprese”; ma anche perché l’alternanza costituisce uno degli strumenti che questo governo ha ideato per creare e riprodurre in vitro il modello antropologico del lavoratore-Jobs Act: totalmente inconsapevole dell’esistenza del sindacato, della sua storia, della sua funzione costituzionale; pertanto, inconsapevole dei propri diritti, della funzione del contratto, della dignità del lavoro. Di una storia di decenni e decenni di lotte operaie e sindacali, di conquiste e sacrifici, di scioperi, cortei, presidi, repressione, carcere: identità.

Si aggiunga l’obsolescenza lavorativa: che senso ha formare oggi diciassettenni per 400 ore, sottraendoli alla scuola (soprattutto quelli del liceo, destinati ancora a molti anni di studio), quando probabilmente tra un lustro molti di quei lavori non esisteranno più? Qualcuno, poi, ha ventilato a più riprese la necessità di richiedere una certificazione anti-mafie ai soggetti accreditati. A che punto siamo con l’attivazione di tale necessaria precauzione? Temiamo che il percorso non sia mai stato avviato.

Analfabeti della cultura della dignità del lavoro, ecco cosa stanno tentando di inserire nel futuro mercato del lavoro; ai quali sarà più facile imporre condizioni e sottrarre diritti; che sarà possibile flessibilizzare oltre la flessibilità, precarizzare oltre la precarietà. È qui che il più grande sindacato italiano potrebbe interrompermi, sostenendo che proprio per questo è necessario l’intervento concreto: infliggere una sterzata al processo di degenerazione che l’alternanza sta producendo. La Cgil non può certamente ignorare che l’alternanza oggi si sta configurando come lavoro desalariato, decontrattualizzato, spesso privo di qualsiasi seppur remota contiguità con il percorso di studio: bassa o bassissima manovalanza a tempo determinato; come sfruttamento precoce di ragazzi vincolati dall’obbligo di svolgimento di un monte ore enorme – 200 ore per i licei, 400 per l’istruzione tecnico-professionale. Abbiamo giustamente gridato allo scandalo per l’alternanza spesa presso McDonald, presso gli autogrill, nelle parrocchie e – persino – alle feste del Pd. L’alternanza scuola-lavoro presso la Cgil, però, è davvero la più drammatica concretizzazione di una triste contraddizione (e non sarà la prima, né l’ultima) profonda: politica, culturale, sindacale.

Inoltre, il più grande sindacato italiano dovrebbe tenere a mente quanto è accaduto poco più di un anno fa: la promozione da parte di Flc-Cgil (insieme a Cobas e Unicobas) di una raccolta di firme per un referendum contro i punti più odiosi della legge 107 (la cosiddetta Buona Scuola); 4 quesiti, uno dei quali proprio contro il vincolo orario obbligatorio di alternanza scuola-lavoro. Ancora Sinopoli: “Ricordo che come Flc abbiamo cercato di raccogliere le firme per un referendum che abrogasse proprio l’alternanza obbligatoria. Avevamo ragione come sulle altre materie oggetto dei nostri quesiti. Battaglie che nei contenuti vanno tutte rilanciate” (sic!). La raccolta fallì per pochissime firme; certamente non fu estranea al fallimento – tra le altre cause – la forte frattura interna tra la confederazione e il comparto scuola e, nell’ambito di quest’ultimo, tra favorevoli e contrari a quella campagna referendaria. Eppure, io – che ho trascorso i 3 mesi della campagna, giorno dopo giorno, ai banchetti per la raccolta firme – ho visto con i miei occhi amici e compagni della Flc di Roma e del Lazio dare l’anima affinché la raccolta stessa riuscisse, come in altre zone di Italia: mi chiedo cosa pensino adesso.

Chiunque, infatti, faccia riferimento alla Cgil – a prescindere dalla categoria di appartenenza – dovrebbe essere d’accordo sul fatto che la scuola sia luogo di emancipazione; è innegabile che un lavoratore più colto – anche un giovane diplomato – sarà un lavoratore e un cittadino migliore. Da qualche decennio, invece, l’offensiva dell’ideologia dell’impresa sta pervicacemente – e non senza risultati, a quanto pare – tentando di ridurre i diritti del lavoro e quindi l’emancipazione dei lavoratori. Il lavoro, oggi più che mai, è ridotto a merce, deprivato di quella valenza nobile che il primo comma del primo articolo della Costituzione repubblicana gli assegna. Che senso ha, di conseguenza, pensare di contribuire a preparare gli studenti a un rapporto con il lavoro sapendo che – nella stragrande maggioranza dei casi, oltre che nelle intenzioni del legislatore – essi verranno inseriti in un contesto che ha lo scopo evidente di renderli acquiescenti alla violenta egemonia della cultura di impresa? Che senso ha contribuire a radicare ancora di più l’idea che il sapere del III millennio non possa essere arricchimento disinteressato per il pieno sviluppo della persona umana e per la partecipazione, ma debba essere a sua volta merce, variabile dipendente esclusivamente dal mercato del lavoro contingente (opzione che, peraltro, non interesserebbe nemmeno a quelle famiglie legittimamente preoccupate per il futuro dei figli e – quindi – non contrarie all’ingresso nel percorso di istruzione di esperienze lavorative)? Perché, infine, avallare la peggiore legge inflitta all’istruzione italiana e al diritto all’apprendimento degli studenti?

Marina Boscaino

(4 ottobre 2017)

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