AG CGIL. L.Scacchi: manca un punto di vista di classe.

Intervento di Luca Scacchi all’Assemblea Generale CGIL sul mezzogiorno, Lecce 14 e 15 settembre 2017.

Arrivo a questa Assemblea Generale sul mezzogiorno, qui a Lecce, dalla parte opposta del paese. Fisicamente e socialmente: la Valle d’Aosta. Una realtà alpina, una regione autonoma, un’area con uno dei PIL procapite più alti del nostro paese. Eppure una dimensione non completamente aliena dai discorsi di oggi. Fino a qualche decennio fa la Valle d’Aosta era infatti zona di povertà: qui, ad esempio, negli anni ’60 c’è stato l’ultimo comune italiano raggiunto dall’elettricità. Problemi che in parte persistono anche oggi (a partire da una ferrovia che per arrivare a Milano prevede tre cambi e 3 ore e mezza di viaggio). Contraddizioni occultate negli ultimi 35 anni, ma non risolte, da un Autonomia finanziaria che si è sostenuta soprattutto su fondi esogeni (esterni alla Valle): l’Iva di importazione, i trasferimenti statali, l’imposizione su aziende con sede legale in Valle ma filiere disperse sul territorio nazionale. E così oggi un bilancio dello stesso ordine di grandezza di una regione come quella che ospita questa assemblea, vede più del 15% delle proprie entrate provenire dalla Heineken, che ha proprio in Valle la propria sede legale italiana ed uno dei suoi stabilimenti (vedi qui un’analisi sull’evoluzione storica del bilancio della Regione Autonoma Valle d’Aosta). Un’autonomia fondata sulla birra non ha grandi prospettive di sviluppo. E soprattutto, proprio come il mancato sviluppo del mezzogiorno, questa autonomia dopata ha favorito la costruzione di un sistema politico e sociale ripiegato su stesso, ossificato e asfissiato da un clientelarismo opprimente.

Allora, in primo luogo, voglio sottolineare la necessità di aprire una discussione approfondita sull’esperienza reale delle Autonomie, sulla versione deformata e autocentrata a cui spesso hanno concretamente dato vita provincie e regioni autonome. Anche in questo quadro, ritegno fondamentale contrastare quel federalismo potenziato che si sta oggi provando a rilanciare attraverso i referendum in Lombardia e Veneto. Delle consultazioni simboliche, ma politicamente rilevanti, promosse dalla Lega e sostenute da un ampio fronte, anche di centrosinistra. Come hanno detto altri, è fondamentale che sin da oggi, proprio da Lecce, la CGIL scenda in campo con una posizione chiara, esplicita ed inequivocabile, contro quei referendum e contro questa proposta politica. Qui e ora: costruire un argine rispetto ad una narrazione che sta diventando dominante, che si sta imponendo come senso comune, anche se non soprattutto perché nessuno la contrasta apertamente. La CGIL, che è ancora una delle poche organizzazioni di massa nel paese, che ha nel suo cuore la difesa dei diritti e degli interessi del lavoro, ha da questo punto di vista una responsabilità cruciale.

Allora, in secondo luogo, il mezzogiorno è stato ed è presente anche nel nord del paese. Lo sviluppo capitalista non è mai stato lineare e progressivo, diversamente da come ci raccontano tante teorie e manuali del pensiero unico dominante. Il sottosviluppo e le disuguaglianze territoriali non sono una patologia del sistema. Non sono un inciampo delle magnifiche sorti progressive del libero mercato. Non sono il semplice prodotto della geografia. E neppure l’inevitabile risultato di un’arretratezza sociale o culturale.

Lo sviluppo capitalista è infatti diseguale e combinato: si costruisce proprio attraverso disequilibri e divergenze, all’interno di mercati tra loro fortemente interconnessi. Da una parte sfrutta la divisione internazionale del lavoro, differenziando territori e formazioni sociali; dall’altra estende il suo dominio, subordinando i mercati alla sua accumulazione attraverso politiche imperialiste. Lo stesso sviluppo determina quindi arretratezze, degrado, il deterioramento dei tessuti produttivi e dei rapporti sociali. Se prendiamo ad esempio l’Europa, vediamo che alcune aree che 50 anni fa erano tra le più povere, sono oggi quelle con un maggior reddito procapite (grazie alla crescita di un importante tessuto produttivo): pensiamo alla Baviera in Germania, alle Fiandre in Belgio, a Lione in Francia, al sud dell’Inghilterra. Nel contempo, però, possiamo notare che le regioni che 50 fa erano le più ricche e industrializzate, sono oggi segnate da disoccupazione e frammentazione sociale: il nord della Germania (i cui differenziali economici e sociali, come recentemente sottolineato anche dall’Economist, stanno diventando più significativi di quelli tra est e ovest), la Vallonia, il Pas de Calais, Glasgow o Liverpool.

La particolarità dell’Italia è che questo ciclo combinato di sviluppo e inviluppo è avvenuto sostanzialmente nel nord: pensiamo ad esempio al Veneto o alla bergamasca, o alla stessa Valle d’Aosta, che nel dopoguerra erano ancora terre contadine segnate dalla povertà e dall’emigrazione, ma che hanno conosciuto negli ultimi decenni un significativo sviluppo (il nordest e la terza Italia). Il sud è però estraneo a questi processi. Qui divergenze e disuguaglianze hanno semplicemente continuato a riprodursi, se non a crescere con la precipitazione della Grande Crisi. Anche questo, non è un misterioso incidente della storia o un destino ineluttabile. Un blocco di potere si è costruito e consolidato su questo sottosviluppo: una borghesia parassitaria è cresciuta e si è fatta sistema, anche attraverso la costruzione di alleanze nazionali conservatrici. E’ un fenomeno che ha radici profonde, sin dall’unità nazionale, che si è replicato e riprodotto nei diversi passaggi storici, anche dopo la crisi del ’92 e con la cosiddetta seconda repubblica. Anzi, proprio negli ultimi decenni, grazie al federalismo ed alle maggiori autonomie territoriali, è un blocco di potere che si è consolidato.

Allora non è un semplice problema di programma. Non siamo di fronte ad una semplice inadeguatezza, ad un’incapacità politica o culturale dei governi degli ultimi 25 anni. Non è neppure la semplice conseguenza di una cronica scarsità di investimenti pubblici, determinata dalla lunga stagione dell’austerità e dalla Grande Crisi. Il punto, infatti, è che dobbiamo rompere un blocco sociale dominante, che gestisce e riproduce questo inviluppo. Il primo compito che abbiamo di fronte è allora quello di tessere, agglutinare, sviluppare un blocco sociale alternativo, in grado di battersi contro gli attuali assetti di potere, nel mezzogiorno e a livello nazionale.

Se questo è il punto, allora credo sia importante segnalare un limite profondo di questa Assemblea Generale. Una mancanza nel nostro dibattito. L’articolata relazione della compagna Fracassi, i molti interventi, si sono concentrati sull’analisi dei dati, sui Piani e le Strategie per far riprendere investimenti e produzione nel mezzogiorno. Questa discussione però è astratta. E’ eterea. E’ estranea rispetto ai rapporti di forza materiali, all’analisi o anche solo la considerazione dei soggetti sociali concreti. La nostra discussione non dovrebbe dispiegarsi su quello che dovrebbe fare il Governo o le Amministrazioni, sulla valutazione degli interventi straordinari, delle zone speciali, degli hub o delle strategie infrastrutturali. La nostra discussione dovrebbe partire dai soggetti di riferimento. Allora nella relazione e nel dibattito, sono mancate molte voci.
E’ mancata la voce della lunga stagione di scioperi negli stabilimenti FCA del modello Marchionne: a Cassino, a Melfi, a Pomigliano, ci sono stati in questi anni, anche negli ultimi mesi, conflitti difficili, che hanno visto protagonisti lavoratori, lavoratrici e RLS spesso isolati anche nel nostro sindacato.
E’ mancata la voce del primo maggio a Taranto, in cui per diversi anni è cresciuto un concerto alternativo che ha portato anche centomila persone ha rappresentare un diverso modo di intendere il lavoro, l’ambiente, le relazioni sociali.
E’ mancata la voce dell’Ilva e della lotta per l’occupazione, ma anche per la salute ed il rispetto delle persone, con il dramma e le contraddizioni che hanno segnato e stanno tuttora segnando questa vicenda.
E’ mancata la voce delle lotte e delle manifestazioni nella terra dei fuochi, contro una gestione criminale del territorio che sta mettendo a repentaglio vita e salute di un intera area della Campania.
E’ mancata la voce di Almaviva di Napoli, che ha deciso di sottoscrivere un contratto infame, lasciando solo la sede romana, pur di salvare l’occupazione di lavoratori e lavoratrici.
E’ mancata la voce dei picchetti di Gela, dei conflitti tra lavoratori diretti, indotto e cooperative che hanno segnato la lotta al Petrolchimico qualche anno fa.
E’ mancata la voce dei riots etnici a Rosarno, della ribellione di una manodopera migrante sfruttata ed oppressa ai limiti di una moderna schiavitù.
E’ mancata la voce delle 28 settimane di sciopero alla Fincantieri di Palermo, per mantenere il diritto alla pausa mensa in uno dei suoi reparti.

E’ mancata la carne ed il sudore, il cuore e la passione, il sangue ed anche la merda dei processi e dei soggetti reali che oggi animano il conflitto sociale nel sud, proprio contro quel blocco di potere che lo tiene in una condizione di inviluppo. Voci, lotte, movimenti, resistenze che sono spesso frammentate, slabbrate, sporche, complesse, contraddittorie, talvolta cattive: perché si sviluppano in un territorio segnato dal degrado, dalla povertà, dall’assenza di speranza.
Il problema principale che abbiamo oggi di fronte, cioè, non è quale Piano ci vorrebbe oggi per far uscire il Sud dal suo degrado. Non è la valutazione di quale Programma di Buon governo sarebbe migliore, quali strumenti sarebbero più adatti (un’agenzia nazionale unica o le Zone Economiche Speciali). Il problema principale che abbiamo di fronte è come connettere queste voci disperse e contraddittorie, come farle dialogare e come riuscirle a saldarle, come dargli una prospettiva e una speranza. Cioè, come costruire un blocco sociale alternativo, capace di scendere in campo e provare a rompere la lunga egemonia del blocco conservatore (come altre volte il sud è stato capace di fare, dai Fasci siciliani alle occupazioni delle terre nel dopoguerra, dalle lotte per la casa ed il lavoro negli anni ’70  ai 21 giorni di Melfi nei primi anni duemila).

E’ mancato, cioè, il punto di vista del lavoro. In questi anni, abbiamo sempre rivendicato la nostra autonomia. Per me l’autonomia della CGIL, in primo luogo, non è indipendenza dalle tessere di partito che qualcuno di noi può avere in tasca. E neanche da questo o quel governo amico. In primo luogo, autonomia è la capacità di rappresentare l’indipendenza del lavoro dal capitale. E’ la capacità di avere un punto di vista di classe. Il nostro primo compito è allora quello di organizzare questa autonomia e svilupparla in una dimensione di massa. Proprio noi, che siamo un sindacato generale e nazionale, e forse solo noi nell’attuale fase storica, possiamo costruire un movimento in grado di liberare le potenzialità del sud. Per farlo, però, non possiamo che partire da queste voci, dalla capacità di riunire, rappresentare ed organizzare il conflitto contro questo blocco di potere che dura oramai, veramente, da troppo tempo.

Luca Scacchi

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