AG CGIL. L.Scacchi: così andiamo a sbattere!!

Intervento all'Assemblea Generale CGIL - 10 e 11 luglio 2017 - Roma - Centro congresso Frentani.

La relazione del segretario ha toccato molti punti: il quadro generale della crisi, i migranti e le guerre; la politica economica ed il profilo dell’esecutivo Gentiloni (cuneo fiscale e defiscalizzazioni); le nostre relazioni con CISL-UIL e le difficoltà di un’azione comune per la loro condivisione di questa politica; il confronto con Confindustria e le sue difficoltà; il lungo percorso comune che permette oggi di rilanciare un’unità di gestione tra i gruppi dirigenti di FIOM e CGIL (con la proposta di Landini in segreteria), il percorso politico e temporale del nostro prossimo congresso.

Da questa relazione mancano però due elementi fondamentali.

Il primo, di cornice: manca il riconoscimento della netta sconfitta che abbiamo subito. Un gruppo dirigente ha il dovere di esser chiaro. La nostra strategia referendaria, che serviva a dare gambe alla Carta dei diritti, si è risolta in una nostra disfatta. Prima la Consulta ha decapitato il referendum più significativo (quello sull’articolo 18). Poi il governo ha evitato il voto su voucher e appalti, per introdurre entro maggio una nuova disciplina del lavoro iper-precario. E l’INPS oggi attiva una sua regolamentazione ulteriormente peggiorativa. Non solo ci ritroviamo in una situazione peggiore di prima dal punto di vista normativo, ma il PD è riuscito ad evitare il voto popolare (una sconfessione politica della politica economica renziana) e nel contempo a rafforzare il protagonismo dell’Esecutivo, in linea con il suo indirizzo istituzionale, travolgendo ogni rispetto delle prassi e delle regole democratiche. La nostra risposta a questa prepotenza è stata insufficiente, senza prospettiva (ed infatti il 17 giugno non abbiamo registrato una grande partecipazione di massa).

Il secondo elemento che manca è la prospettiva. Questa sconfitta rende evidente una profonda difficoltà strategica. Nell’autunno 2014, quando Renzi iniziò la sua offensiva padronale contro il lavoro e contro il sindacato, reagimmo con la mobilitazione (prima un corteo nazionale di ottobre, poi lo sciopero generale a dicembre con la UIL). Poi, con l’approvazione del Jobsact, arenammo nel nulla quell’iniziativa. Si decise di interrompere lo scontro e spostare la resistenza sul fronte contrattuale: l’obbiettivo era circoscrivere le nuove libertà di licenziamento, demansionamento e telecontrollo attraverso i CCNL. Quella strategia si è rivelata, come era ovvio, illusoria: in una stagione segnata dalla crisi, con la diffusione di una contrattazione difensiva (cassa integrazione e licenziamenti), era impossibile resistere categoria per categoria. La stagione contrattuale 2015-2017, infatti, è stata caratterizzata da rivendicazioni salariali minime (tra i 50 ed i 100 euro), per di più scambiate con un significativo aumento del controllo padronale sulla prestazione di lavoro (orario, organizzazione, flessibilità) oltre che con la generalizzazione del welfare integrativo. Si scelse quindi nel 2016 di cambiare nuovamente cavallo, puntando su una primavera di carta: una strategia referendaria per mettere alle corde Renzi e le sue politiche. Il risultato di questa  scelta non è stato positivo.

Il punto, soprattutto, è che ora non si capisce più come proseguiamo questa resistenza. Qual è la nostra strategia oggi? Dalla relazione della Camusso, francamente, non si capisce. Certo, abbiamo il Piano del lavoro e la Carta dei diritti. Quelli però non sono una strategia, sono solo nostre intenzioni (un politica economica centrata su investimenti e consumi; una legislazione inclusiva del lavoro che riconosca diritti generali e organizzazioni sindacali). Al di là del merito delle proposte (che abbiamo a suo tempo criticato, ma che comunque la CGIL ha assunto), come si pensa concretamente di provarle a dargli gambe, una volta che si è abbandonato la strada del conflitto, si è ritenuto impraticabile quella contrattuale e si è subito una sconfitta su quella referendaria? Solamente con l’iniziativa giudiziaria, i ricorsi a Strasburgo o alla Consulta? Non mi sembra il caso, ma questa Assemblea Generale non sembra indicare nessuna altra strada.

Non solo. Come abbiamo visto, come ha detto anche il segretario, il governo Gentiloni sta sviluppando una politica economica in piena continuità con il governo Renzi. Prosegue cioè un’iniziativa volta a gestire la crisi riducendo il costo del lavoro, cioè il salario globale dei lavoratori. E’ questo il senso, come ricordato dalla stessa Camusso, del DL 50/2017, che per la prima volta introduce una decontribuzione secca su una parte dello stipendio (800 euro dei premi di produzione): è una diminuzione netta di salario, che colpisce lo stipendio differito (i contributi pensionistici), pari a circa 160 euro netti a testa (per molti, una parte rilevante degli aumenti contrattuali di questa stagione). Il governo ha annunciato la generalizzazione di questa politica, intervenendo sul “cuneo fiscale” (che in realtà, come sappiamo, è un cuneo salariale, fatto soprattutto di stipendio differito). Il rischio, magari dopo tre anni di contributi figurativi finanziati dalla fiscalità generale, è che questo taglio diventi strutturale, riducendo il salario complessivo di tutti i lavoratori e le lavoratrici (molti i commentatori e gli economisti che si sono già espressi in questa direzione). E nel frattempo la “Fornero” prosegue imperterrita e vedremo per la fine dell’anno il nuovo ed automatico aumento dell’età pensionabile.

Non solo. Negli scorsi mesi il governo ha approvato la riforma Madia (la revisione del rapporto di lavoro pubblico, su Testo unico e “Brunetta”) e pochi giorni fa il MEF ha dato le sue indicazioni per i rinnovi contrattuali (ha vistato l’atto di indirizzo su cui l’Aran avvierà la contrattazione). I rinnovi dei CCNL nel pubblico partono quindi da un combinato disposto di vincoli, che stravolgono senso e lettera dell’intesa del 30 novembre. Da una parte la Madia impone una significativa differenziazione nella distribuzione del salario accessorio (riducendo nel contempo le progressioni economiche e di carriera ad una ristretta minoranza), dall’altra il MEF assegna al salario tabellare sono una parte limitata degli aumenti (che quindi saranno inferiori, per la maggioranza dei lavoratori, agli 85 euro indicati il 30 novembre). Inoltre, mentre nell’intesa era prevista l’attivazione di un meccanismo di salvaguardia per il bonus Renzi, oggi il MEF indica che questo meccanismo sarà solo eventuale, ed in ogni caso a risorse invariate (cioè i lavoratori rischieranno di perdere con il bonus quanto guadagnato con il contratto, oppure di avere aumenti molto ridotti). Il contratto dei pubblici, più di 3 milioni di lavoratori, rischia quindi di chiudere questa stagione dei rinnovi con ancor meno soldi dei metalmeccanici (nonostante i sette anni di blocco) ed un netto peggioramento delle condizioni della contrattazione articolata.

Se questo è il quadro (da una parte l’empasse di fronte all’offensiva padronale del governo, dall’altra il rischio di un nuovo sfondamento su salario differito, pensioni e sul fisco, oltre che nei ccnl pubblici), allora credo sia proprio necessario un ripensamento strategico. Al Direttivo di aprile la Camusso aveva sottolineato che con la campagna referendaria la CGIL aveva sollecitato, ed intercettato, una richiesta di protagonismo che avevamo canalizzato su un terreno nuovo, non su quello classico del conflitto. Ecco, questo nuovo percorso ci ha portato in un vicolo cieco. Allora è necessario riprendere la mobilitazione. Non semplicemente costruire uno sciopero generale. E’ necessario riprendere una fase di conflitto sociale, per battere questo governo e la sua politica economica nelle piazze. Per la conquista di un vero contratto per i lavoratori pubblici, oltre i vincoli del 30 novembre. Per impedire lo scatto in avanti dell’età pensionistica. Per evitare decontribuzioni e defiscalizzazioni. Ma non solo: per ribaltare i rapporti di forza ed il peggioramento progressivo delle condizioni di lavoro, normative e salariali, che abbiamo conosciuto in questi anni

Qui stanno le radici di una diversa linea della CGIL. Tutti hanno sinora sottolineato la nuova unità di gestione della CGIL. Questa è la cifra dell’ingresso di Landini in segreteria. E’ un’unità della maggioranza della CGIL, è la sua ricomposizione con il gruppo dirigente FIOM. Come ha detto la Camusso, è un’unità che si sta costruendo da lungo tempo, nella progressiva convergenza dei percorsi FIOM e CGIL: dalla sospensione delle lotte contro il Jobsact dall’accettazione del Testo unico sulla Rappresentanza del 10 gennaio, dalla primavera di carta al rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Al congresso questa linea proverà a presentarsi unitariamente, saldandosi nella conferenza di programma e probabilmente nella proposta di un assetto condiviso dei nuovi gruppi dirigenti. Non sarà però l’unica linea in campo. Il congresso della CGIL infatti non sarà del tutto unitario: come OpposizioneCgil presenteremo un documento alternativo, secondo le regole dell’attuale Statuto.

Diversi interventi hanno ricordato, compreso il segretario, che quest’autunno si concluderanno i lavori della Commissione sulle regole congressuali. Questi lavori, di fatto, sono appena cominciati. E’ allora evidente che, lungi da intervenire al di fuori della dinamica congressuale, le regole si definiranno nel pieno della definizione degli schieramenti del prossimo congresso. Negli ultimi 25 anni, la CGIL ha costruito prassi e modalità di riconoscimento delle proprie pluralità e dei propri pluralismi, fondati programmaticamente. E’ evidente che la nostra è una posizione, un’opposizione, fondata programmaticamente. In una tragica fase storica in cui tutti i partiti, e quelli della sinistra in particolare, sembrano definire le proprie dialettiche su logiche maggioritarie e autoritarie, portando inevitabilmente a scomuniche e scomposizioni, ci auguriamo allora che questa dinamica venga evitata in CGIL. Per questo chiediamo che la CGIL confermi la propria matrice politicamente plurale e, a pochi mesi dalla partenza del congresso, si confermino le regole che abbiamo praticato in tutti questi anni.

In conclusione. In queste settimane c’è una frase che ha conquistato i titoli dei giornali. Attenzione, così si rischia di andare a sbattere. Ecco, lo sviluppo della stagione contrattuale e della campagna referendaria, mi portano a dire che davvero stiamo rischiando di andare a sbattere. Rispetto alla dinamica politica, invece che la scomposizione e la frattura, questo gruppo dirigente sta reagendo compattandosi. Stringendosi vicini vicini. Può esser una razione umanamente migliore. Noi però riteniamo che più che abbracciarsi, sarebbe utile anche provare a girare un po’ il volante, cercando di spostare la nostra traiettoria. Svoltare e tornare al conflitto, quindi, per difendere salari, diritti e condizioni di vita e di lavoro di tutti e di tutte.

Luca Scacchi

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