Il cuneo “stipendiale”: salario e profitti nella crisi.

Un contributo di Luca Scacchi, CD CGIL

Sulla reale natura del “cuneo fiscale” e le manipolazioni del salario sottese all’utilizzo di questo termine.

In queste settimane, nei commenti e nelle interviste delle pagine economiche, si trova un gran parlare dell’ipotesi di tagliare il famigerato “cuneo fiscale”. Questa operazione è infatti prevista dal governo Gentiloni nel DEF (il Documento di Economia e finanza, che traccia le relative strategie di intervento per l’anno in corso): è uno dei punti del PNR (il Programma Nazionale di Riforma), quella sezione del DEF che riporta lo stato di avanzamento delle “riforme” avviate, gli squilibri macroeconomici, le priorità ed i principali interventi programmati. Tale strumento, nella retorica del governo e di molti commentatori, dovrebbe sostanzialmente rispondere alla richiesta oramai quasi unanime delle banche centrali, oltre che di molti economisti, di aumentare i salari per sostenere la domanda interna. Dovrebbe cioè permettere di aumentare i redditi delle cosiddette “famiglie”, in modo di far crescere i consumi e sostenere la piccola ripresa economica in corso, al momento sostanzialmente basata su esportazioni, ricostituzione ciclica delle scorte e sostegno agli investimenti (industria 4.0 e superammortamenti). Quindi su fattori congiunturali, incerti nella loro dinamica e comunque insufficienti per un rilancio dell’insieme del tessuto produttivo italiano.

Non è così. In primo luogo, il cuneo non è “fiscale”. In secondo luogo, con questa manovra non si aumentano i salari. In terzo, ed ultimo luogo, in questa fase non c’è nessuna pressione per aumentare i salari, ma anzi a contrario si sta tentando di ridurli.

Primo. Di cosa parliamo realmente, quando ci si riferisce al cosiddetto “cuneo fiscale”? Con questo termine di solito si indica la significativa differenza tra lo stipendio netto mensile (quello effettivamente versato sul conto corrente del dipendente) ed il relativo costo che il datore di lavoro sostiene per versare quello stipendio. In generale, sia nel pubblico sia nel privato, se poniamo a 100 euro una retribuzione lorda, lo stipendio netto è pari a circa 66 euro: la retribuzione meno la quota individuale dei contributi previdenziali (i versamenti INPS, formalmente chiamata indennità Invalidità Vecchiaia e Superstiti, intorno al 9% della retribuzione), a cui poi si sottraggono le tasse (per uno stipendio medio possiamo considerare un IRPEF intorno al 27%, da imputare sui 91 euro rimasti, quindi circa 24 euro). Il costo complessivo del lavoro, invece, è pari a circa 141 euro (la retribuzione lorda, più circa 24 euro di contributi INPS a carico del datore di lavoro, più circa 7 euro di TFR, 8 euro di tredicesima, 2-3 euro di altri contributi e tassazioni). In pratica, rispetto allo stipendio netto in busta paga (66 euro), il costo complessivo del lavoro (141 euro) è più del doppio. Questo differenza sostanziale (75 euro) sarebbe il cosiddetto cuneo fiscale.
Il problema è che in questo cuneo di fiscale c’è proprio poco. Quel poco, per di più, è sostanzialmente a carico del lavoratore. Infatti, sui 75 euro del cosiddetto cuneo, la componente propriamente fiscale è intorno a 26-27 euro, di cui 24 sono di IRPEF del singolo lavoratore (cioè quello che si dichiara nel modello 730). Ma allora gli altri 48 euro da cosa sono composti? Da quote di salario “differito”, che il lavoratore non intasca subito ma si vedrà assegnare in altri momenti: 33 euro di INPS (9 a suo carico e 24 a carico dell’azienda, che determineranno poi la sua pensione), 7 euro di TFR (che intascherà al momento della cessazione del suo rapporto di lavoro, o negli anticipi che richiederà in un momento di bisogno) ed 8 euro di tredicesima (che vedrà a fine anno).
Allora quando il governo, la stampa e la televisione parlano di ridurre il cosiddetto “cuneo fiscale”, intendono in realtà toccare il salario differito. La riduzione dell’IRPEF per i lavoratori dipendenti non viene quasi mai presa in considerazione. Come mai? Le entrate complessive dello Stato (e le relative spese) si aggirano intorno ai 520 miliardi di euro (dati 2015): 480 miliardi circa derivano da entrate tributarie (tasse varie) e di questi 187 miliardi sono di IRPEF (circa il 39%), poco più di 136 miliardi di IVA e solo 40,4 miliardi derivano dall’IRES (imposta sui redditi delle società). L’IRPEF, quindi, copre la grande parte delle entrate dello Stato e l’80% dell’IRPEF deriva da lavoratori dipendenti (54%) e pensionati (26%). Ridurre l’IRPEF ai lavoratori dipendenti, allora, metterebbe a rischio i conti pubblici, a meno che non si aumentano significativamente le tasse sull’impresa, sul capitale o sulla rendita (i grandi patrimoni). Di conseguenza, quando si parla di riduzione del “cuneo fiscale”, di solito si vuole solo ridurre i contributi previdenziali (INPS). TFR e tredicesime non le si toccano perché tutti sono consapevoli del valore di queste voci salariali (lo si è visto nei primi anni duemila, quando si è provato a dirottare i TFR nei fondi pensione e la stragrande maggioranza dei lavoratori non ha accettato). Ed aumentare le tasse ai padroni, o ai molti ricchi, non è proprio il caso!

Secondo. Con questa manovra, non si aumentano i salari. La proposta nel DEF è proprio quella di tagliare i contributi previdenziali (si parla di 4/5 punti percentuali). Si prevede di scalarli “equamente” dai due “fattori della produzione”: 2 punti o poco più dai lavoratori (che quindi registrerebbero un piccolo aumento del loro stipendio netto); 2 punti o poco più dai datori di lavoro (padroni e amministrazioni pubbliche, che quindi non verserebbero una parte del salario differito). In pratica, si percepirebbe un piccolo aumento di stipendio (vedendosi aumentare il netto in busta paga), mentre in realtà il salario complessivo diminuirebbe di un paio di punti percentuali (o poco più). Ovviamente, sapendo che questa operazione sarebbe sic et simpliciter una riduzione di stipendio (tra l’altro sotto forma di riduzione delle pensioni, già colpite da Fornero e simili), si ipotizza che questi contributi siano comunque versati, utilizzando a questo scopo risorse pubbliche (con un fondo di qualche miliardo di euro). Essendo il tutto molto oneroso, si parla di farlo valere solo per una quota ridotta di lavoratori (i neoassunti, giovani, solo per i primi tre anni). Tutta l’operazione, allora, sarebbe al fondo quella di prevedere che una piccola quota del salario differito sia versata in realtà dallo Stato. Non tanto quindi un aumento dei salari, quanto un sostegno alle imprese ed al limite all’occupazione giovanile. Non finisce però qua. Diversi voci (vedi ad esempio Petrini sulla Repubblica del 4 luglio) vedono l’opportunità e forse la necessità di trasformare questo intervento congiunturale (di durata limitata) in strutturale (valido per sempre), semplicemente confermando tale riduzione contributiva anche quando l’intervento pubblico verrà meno (cioè, a quel punto, riducendo effettivamente il salario!).
Troppo audace? In realtà, questa operazione è già stata effettuata, in piccola scala, nella manovrina economica dello scorso aprile. Nel DL 50/2017, infatti, si prevede sic et simplicter una decontribuzione del premio di risultato (20 punti percentuali su circa 24 dei datori di lavoro, totale per i lavoratori), per un massimo di 800 euro e solo nelle aziende che prevedono un’organizzazione del lavoro “partecipativa” (ma non meno dispotica). In pratica, i lavoratori soggetti a questa decontribuzione sui PdR “vedranno” un aumento in busta paga di 70 euro, mentre in realtà perderanno circa 240 euro di contributi previdenziali dell’azienda (cioè circa 160 euro netti di stipendio complessivo). Il precedente, allora, è già stato introdotto (sebbene in forma molto più limitata). L’intervento del governo sui neoassunti, con il sostegno dei versamenti contributivi nei primi tre anni, non solo non aumenta effettivamente lo stipendio, ma potrebbe quindi mascherare una riduzione generalizzata del salario, con conseguenze significative su tutto il corso della successiva vita lavorativa.

Terzo. L’obbiettivo di fondo che in questa fase il padronato si sta ponendo, infatti, non è quello di aumentare gli stipendi (per rilanciare la domanda aggregata), quanto quello opposto di ridurre i salari (per aumentare i margini di profitto in una fase di calo strutturale della produzione). In questi dieci anni di crisi il PIL italiano è calato di quasi il 10%, mentre la sua capacità produttiva si è contratta di circa il 20%. Questa Grande Crisi non è stata originata semplicemente dall’ipertrofia della finanza mondiale (le “bolle” dei subprime e dei derivati) o dagli squilibri internazionali (la globalizzazione della produzione e dei mercati). Entrambi questi processi, infatti, cercavano semplicemente di introdurre delle controtendenze rispetto alla difficoltà di fondo del modo di produzione capitalista: una cronica sovrapproduzione di merci e di capitale, a fronte di una progressiva riduzione del saggio di profitto (accelerata proprio dagli ormai incessanti investimenti tecnologici). L’obbiettivo di fase che il padronato si sta proponendo, quindi, non è quello dell’aumento della domanda globale (spesa pubblica e salari), per cercare di conquistare una nuova domanda alle sue merci invendute, quanto quella di aumentare la percentuale di profitto per ogni unità di capitale investito (quindi per ogni merce prodotta), al fine di conquistare spazi di valorizzazione per la quantità immane di capitale accumulato. Cerca cioè affannosamente occasioni in cui investire, che siano in grado di offrire un credibile ritorno su questi investimenti. Per fare questo, tre sono le strade principali. La prima è quella di conquistare condizioni monopolistiche, od oligopolistiche, in grado di assicurare sovrapprofitti determinati dalla posizione dominante (è la corsa, in corso, alla concentrazione su poche grandi imprese, in grado di controllare il mercato, imporre i prezzi ed anche il ritmo degli investimenti). La seconda strada è quella di individuare nuovi prodotti, nuove occasioni di mercato, in grado di assicurare gli ampi margini di profitto che solitamente assicurano queste nuove realtà (pensiamo alle nuove merci dell’ICT, ma anche alla messa a valore di servizi che precedentemente non erano soggetti al mercato capitalista, come i beni comuni). La terza, infine, è quella di aumentare lo sfruttamento del lavoro. Da una parte aumentando l’estrazione di plusvalore (estendendo l’orario di lavoro o incrementandone l’intensità, cioè aumentandone la produttività), dall’altra diminuendo il salario.
E’ questo il segno di tutta la stagione contrattuale dopo il 2007/08. Estensione dell’orario (vera e propria come nel CCNL dell’igiene ambientale, o attraverso straordinari obbligatori, riduzione delle pause, flessibilizzazione degli orari) e intensificazione del lavoro (ritmi, premi, Ergo-UAS, ecc). Come anche riduzione dei salari. Non semplicemente moderazione o controllo degli stipendi: vera e propria riduzione, anche nominale, del salario. Certo, come già notava Keynes negli anni venti, i salari nominali tendono ad esser poco elastici (a non diminuire con la stessa facilità con cui aumentano, semplicemente in seguito alle diverse condizioni del mercato). La forza lavoro, essendo fastidiosamente collegata a persone in carne e ossa, con proprie aspettative e desideri, tende a resistere quando vede peggiorare le proprie condizioni di vita: attivamente (con scioperi o proteste) o passivamente (gli anni settanta ci hanno regalato tra le altre cose alcuni slogan, utili a condensare i concetti.. un famoso slogan di allora mi sembra il più adatto a farmi capire: a salario di merda, lavoro di merda). Non essendoci una particolare inflazione, poi, non si può sperare nella sua dinamica progressiva per diminuire i salari (come nella stagione precedente, dopo il 1992, quando si era sospesa la scala mobile).
Allora, tutta questa fase è dominata dai tentativi di ridurre il salario attraverso meccanismi non immediatamente percepibili. Ad esempio incrementando la quota variabile dello stipendio complessivo (legandolo quindi all’effettiva prestazione lavorativa, come presenze e straordinari, o ad indici di qualità e produttività). O sostituendo i contratti dei lavoratori con altri, meno “onerosi” (precariato, sottoinquadramenti, stipendi di ingresso, ecc). Infine, spostando quote di salario fra le sue diverse componenti (il salario diretto, come lo stipendio; il salario differito, come TFR e contributi pensionistici; il salario indiretto, come gli sgravi fiscali, i contributi pubblici e i servizi sociali universali). Come abbiamo visto, muovendo gli importi da una all’altra, i lavoratori e le lavoratrici possono addirittura percepire un aumento dello stipendio, quando a conti fatti si trovano in complesso meno soldi in tasca.

Allora, ed in conclusione: impariamo a diffidare quanto si parla di cuneo fiscale. Nessuno in questa fase ci regalerà un aumento dei redditi o dei salari. Al contrario, in questa fase di crisi vanno difese le condizioni di lavoro ed il salario nel suo complesso, proprio facendo molta attenzione a tutte le sue componenti ed a qualunque manipolazione che su di esse viene giocata.

Luca Scacchi

 

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