AG FP 29/30.05.17: l’ordine del giorno dell’OpposizioneCgil

Il testo della risoluzione presentata all'Assemblea generale, sulla "riforma Madia" ed i prossimi rinnovi contrattuali.

Ordine del Giorno Assemblea Generale FP CGIL 29/30.05.17

(qui potete scaricarlo in .pdf)

Il 19 maggio, il Consiglio dei ministri ha approvato i decreti a lui affidati dalla legge delega sulla riorganizzazione della Pubblica Amministrazione. L’Assemblea Generale della FP CGIL esprime in merito un giudizio negativo.

Il senso del provvedimento, infatti, è in netta continuità con tutte le controriforme di questi anni contro i lavoratori pubblici. Se da un lato si eliminano le famigerate, quanto assurde e irrazionali e peraltro mai ancora applicate, fasce per la premialità (25/50/25) previste da Brunetta, dall’altro si conferma pienamente proprio quell’impianto autoritario, competitivo e neoliberista delle leggi 165 e 150.

Si allargano i criteri per la stabilizzazione di una (piccola) parte dei precari, ma nulla è certo, visto che gli Enti Pubblici “possono” (non “devono”) effettuare bandi di concorso riservati ad una parte di essi. Inoltre dai percorsi eventuali di stabilizzazione sono vergognosamente esclusi gli interinali e i ricercatori. Si istituisce un “polo unico” delle visite fiscali che “armonizza” orari e condizioni di pubblici e privati, dovremo allora impedire che di questa “armonizzazione” paghino le conseguenze i lavoratori privati.

Il pur parzialissimo riequilibrio tra legge e contrattazione previsto nell’intesa dello scorso 30 novembre è in buona parte smentito dal testo, in cui viene sostanzialmente mantenuto:

  • il ruolo subordinato dei contratti pubblici rispetto alle disposizioni normative in merito alla prestazione ed all’organizzazione del lavoro, come il potere delle amministrazioni nella gestione concreta delle diverse strutture (ingabbiando la contrattazione, in quanto è la norma che stabilisce a priori i limiti e gli stessi indirizzi degli accordi, sia nel primo sia nel secondo livello);
  • il sistema degli “atti unilaterali” degli Enti qualora la contrattazione fosse in una condizione di stallo e pregiudicasse “la funzionalità dell’azione amministrativa”.
  • l’attribuzione del trattamento economico accessorio in modo differenziato, sulla base della valutazione delle performance (pagelle definite anche discrezionalmente dai dirigenti): il contratto dovrà definire criteri organizzativi ed individuali tali da garantire che una “significativa differenziazione dei giudizi corrisponda un’effettiva diversificazione dei trattamenti economici correlati”;
  • il vincolo, sia per le progressioni economiche (PEO) sia per quelle di carriera, ad una valutazione positiva negli anni precedenti, quindi solo per quote limitate del personale (colpendo al cuore la contrattazione di secondo livello avvenuta in tutti gli ultimi anni in moltissime amministrazioni);
  • una forte limitazione del turn over, con l’adozione di un “Piano triennale dei fabbisogni” che prevede esplicitamente “obiettivi di contenimento delle assunzioni”, semplicemente non più causali (in base alle cessazioni), ma “in base agli effettivi fabbisogni” (non si sa come e da chi stabiliti);
  • il licenziamento per “insufficiente rendimento” per 3 anni di seguito, in pieno stile brunettiano, valutazione che, come spiegato sopra, non avrà nulla di oggettivo e potrà diventare un’arma di ricatto nei confronti di lavoratori e sindacalisti combattivi, coloro che non potranno garantire un adeguato rendimento per motivi di salute ecc..
  • un codice disciplinare, per quanto possibile, ulteriormente restrittivo rispetto a quanto indicato dalla precendente norma di Brunetta.

Su questo esito pesa la scelta di aver sottoscritto l’intesa del 30 Novembre che la Madia ha ulteriormente peggiorato, e la decisione di essersi limitati alla presentazione di emendamenti che, seppur importanti, non hanno cambiato radicalmente l’impostazione che solo una vera mobilitazione (che non è mai partita né sul piano generale, né articolata sui territori), avrebbe potuto invece determinare.

Del resto è tutto il quadro nato dall’intesa del 30 Novembre sottoscritto anche dalla nostra Confederazione, compreso lo schema previsto per gli adeguamenti retributivi che stabilisce un incremento economico omnicomprensivo di 85 euro lordi medi al mese, dopo 8 anni di blocco contrattuale in cui sono stati persi circa 250/300 euro netti mensili. In queste misere cifre dovranno essere comprese anche misure di introduzione di welfare aziendale e della sanità integrativa come indicato dalla stessa intesa. L’eventuale apertura del confronto sul bonus fiscale di 80 euro mensili per i salari più bassi, a cifre date, più che risolvere il problema rischia semplicemente di aggravarlo.

La nuova stagione allora non segna “una nuova spinta alla riforma ed alla qualificazione della Pubblica Amministrazione e dei settori della scuola, università e ricerca”, come dichiarato dal governo, bensì un ulteriore passaggio dell’impoverimento dei lavoratori e delle lavoratrici, oltre che dello smantellamento della contrattazione nazionale e di quella locale. Ma l’applicazione dell’accordo del 30 Novembre scorso rappresenta un ulteriore tassello del mosaico di smantellamento del welfare universale, quale effetto delle politiche contrattuali dell’apertura anche nei comparti pubblici al welfare contrattuale, come già visto nella sottoscrizione nel corso degli ultimi anni in altri Contratti Nazionali.

Alla “riforma della pubblica amministrazione” e ai provvedimenti ad essa relativi, si somma la vicenda del ripristino, di fatto, dei voucher che chiarisce ulteriormente, qualora ce ne fosse ancora il bisogno, il livello di affidabilità del governo e dell’attuale quadro politico. Tale vicenda, in particolare, dimostra con evidenza:

  1. da che parte sta il PD e tutte le forze di governo e di opposizione, Lega e Forza Italia comprese, che hanno sostenuto l’emendamento che sta reintroducendo i voucher. Forze politiche che dimostrano che quando c’è da colpire le lavoratrici ed i lavoratori non hanno alcun problema ad unirsi;
  2. che i referendum, da soli, sono uno strumento insufficiente ed hanno un senso solo se sono ausiliari alla lotta, quella vera, che non si riduce a qualche manifestazione nazionale di sabato o a nuove raccolte di firme.

In questo quadro, sul piano delle politiche contrattuali della nostra categoria, l’Assemblea Generale indica conclusa la fase attendista e evidenzia che è giunto il momento in cui diventa necessario un immediato cambio di passo da parte della CGIL: non possiamo attendere le linee guida del governo e sederci tranquillamente ai tavoli di contrattazione, sulla base dei limiti e degli indirizzi già stabiliti da questa contro-riforma. Dobbiamo rivendicare il superamento dei meccanismi individuali di valutazione delle performance previsti dalla legge Brunetta e che la controriforma Madia, non solo conferma, ma che approfondisce attraverso il meccanismo della licenziabilità.

E’ necessario farla finita con il blocco del Turnover riproposto persino nella recente riforma Madia, ambito nel quale davvero non se ne capirebbe il senso se non la necessità stessa da parte dell’attuale governo di ribadirlo politicamente.

La stabilizzazione vera dei lavoratori precari non è né rinviabile né si può mascherare dalle attuali disposizioni che ne danno solo una vaga parvenza.

Alla contrattazione spetterebbe un ruolo di primo piano senza vincoli, né gabbie, e non un apparente “riequilibrio tra legge e contrattazione”. Va conquistata la contrattazione dell’organizzazione del lavoro.

Il CCNL deve essere rinnovato in tempi rapidi. Tuttavia, la richiesta di immediato varo degli atti di indirizzo, che la Madia dovrebbe inviare all’ARAN (cioè della piattaforma del Governo), appare inopportuna senza delle nostre piattaforme. E’ necessario, dunque, definire da subito piattaforme chiare, differentemente da quanto è avvenuto finora, con assemblee in tutti i posti di lavoro e con voto vincolante, rivendicando aumenti retributivi che prevedano di recuperare almeno quanto perso con il blocco contrattuale di questi anni e l’aumento del salario accessorio per la contrattazione integrativa.

E’ necessario rompere subito ogni indugio, definendo quanto prima nuove piattaforme contrattuali con tutti i lavoratori e lavoratrici, convocando al più presto una nuova stagione di conflitto, sia con scioperi articolati nei comparti e nei territori, sia con uno sciopero generale di tutti i lavoratori e le lavoratrici del pubblico impiego: per conquistare nuovamente diritti, controllo sulla prestazione del lavoro e un salario dignitoso. L’Assemblea, inoltre, indica la necessità di lanciare una mobilitazione, nazionale e articolata nei territori, in tutti i settori privati che vedono l’assenza del rinnovo del Ccnl, a partire dal vergognoso e inaccettabile blocco contrattuale di 10 anni in Sanità Privata, orientando verso un percorso di lotta comune delle lavoratrici e i lavoratori privati e pubblici.

Colombera Alda, Demin Massimo, Iavazzi Mario, Lietti Barbara, Macciò Aurelio, Morgia Armando, Torzini Gianfranco

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