Direttivo CGIL. E.Como: Serve lo sciopero generale. Non un’altra petizione!

intervento al direttivo nazionale CGIL del 23 maggio 2017

Mi colpisce molto il contrasto che c’è tra l’analisi che questo direttivo fa e le decisioni che di conseguenza prende. Nella relazione introduttiva al bilancio consuntivo che oggi abbiamo votato (NB: con il nostro voto di astensione), si descrive (testuali parole) un mondo del lavoro fatto di persone impotenti, spaesate, insicure, frustrate, sole, disposte – così c’è scritto – a perdere quel nulla che ritengono di avere. È un quadro duro e certamente in parte vero, non penso il contrario. Soltanto in parte però. Forse sarebbe utile sottolineare di più gli elementi di resistenza che pure persistono in un quadro che è difficile, sì, ma non desolante. Penso alle lavoratrici e ai lavoratori di Alitalia, tanto per fare un esempio recente. O ancora a quelli di Almaviva di Roma, che dignitosamente hanno provato a respingere il ricatto di abbassarsi stipendi già bassissimi pur di conservare il posto di lavoro. Non mi pare proprio che siano stati disposti a perdere quel nulla che ritengono di avere. Sono stati piuttosto disposti a dare a tutti una grande lezione di dignità.
Comunque il punto non è questo. Il fatto è che se si dipinge un quadro così duro della realtà sociale, la conclusione non può poi essere quella che sempre lì si legge: il mondo del lavoro è un deserto, ma noi abbiamo ottenuto un ottimo risultato su voucher e appalti e ora avanti tutta con la Carta dei diritti! Passatemi la battuta, ma è come curare il cancro con l’aspirina!

Io capisco che quello su voucher e appalti sia stato vissuto da questo gruppo dirigente come un importante obiettivo raggiunto. Non voglio fare per forza e sempre la guastafeste dispettosa e penso anche io che sia un risultato utile. Ma non cambia che minimamente le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Per questo stride la festosità con cui è stato annunciato e celebrato il 6 maggio a Roma.
Non si può arrivare a scoprire oggi che persino il decreto con il quale il Governo ha ottenuto la sospensione dei referendum rischia di finire annacquato dagli emendamenti e i voucher, usciti dalla porta, di rientrare dalla finestra. Nello scorso direttivo, il compagno Mario Iavazzi aveva messo in guardia proprio su questo rischio e su quello ancora più evidente, secondo me, che la stessa l’abolizione tout court dei voucher non avrebbe comunque cambiato il sistema complessivo della precarietà e quindi non avrebbe impedito ai padroni di utilizzare una qualche altra forma contrattuale al loro posto. La segretaria generale allora reagì piuttosto male a quell’intervento. Però oggi questo direttivo ammette che sta andando proprio così.
Allora, quello sui voucher poteva giustamente essere considerato un primo risultato. Anche identitariamente era giusto rivendicarlo. Ma è l’enfasi con cui è stato presentato che stride invece con la realtà. Soprattutto con la realtà dei lavoratori e delle lavoratrici.

Lo stesso scollamento lo vedo oggi nella relazione di Susanna Camusso a questo direttivo. Giustamente si descrive un contesto difficile, si criticano anche duramente le scelte del Governo, la “manovrina” e il tentativo di aggirare il decreto sui voucher, offendendo e violando la Costituzione. Si dice finalmente che dobbiamo alzare la voce… e poi però non si prende nessuna conseguente decisione e il nostro alzare la voce finisce per essere l’ennesima petizione. L’ennesima raccolta firme e un’altra manifestazione a Roma! Non basta.

Per le cose che la stessa segretaria ha detto nell’introduzione, ci sarebbe bisogno di costruire una grande mobilitazione e dare finalmente il segno che la CGIL fa sul serio. Per questo non bisognerebbe proporre una petizione, ma lo sciopero generale! Contro la manovra fiscale e il tentativo tramite la decontribuzione di ridurre ancora i salari (in una stagione contrattuale che per tutte le categorie è stata al ribasso, chi più chi meno). Contro il tentativo di stravolgere con gli emendamenti il decreto sui voucher. Per riconquistare l’articolo 18 e riaprire una vertenza sulle pensioni e sugli ammortizzatori sociali. Per lo ius soli, come giustamente è stato ricordato da Susanna Camusso. E contro la legge Bossi-Fini, aggiungo, perché finché il permesso di soggiorno in questo paese è legato al lavoro, è evidente che si determinano condizioni feroci di ricatto per i lavoratori e le lavoratrici migranti.
Di fronte a tutto questo serve una grande mobilitazione generale. E serve sì alzare la voce, ma sul serio. Altrimenti il rischio di scollamento tra come la CGIL si rappresenta e la condizione reale dei lavoratori e delle lavoratrici si fa sempre più profondo.

Ed è anche da qui che nasce la disaffezione alla politica di cui la relazione introduttiva parlava. La disaffezione ha origine anche dalla percezione che chi dovrebbe difenderti non lo fa. Di certo non lo fa la politica. Il punto è che non lo facciamo nemmeno noi. Allora attenzione, perché la disaffezione alla politica e il senso di abbandono si traducono spesso in adesione a partiti palesemente xenofobi o che, guarda caso, propongono la “disintermediazione” come strategia sindacale. Cioè la cancellazione di fatto della tutela collettiva dei diritti e il far west dei rapporti individuali, con il lavoratore solo di fronte al ricatto del padrone.
Non possiamo permettercelo. Quella stessa disaffezione alimenta anche la guerra tra poveri, l’intolleranza, il fanatismo. Il migliore antitodoto è la costruzione di una grande mobilitazione che rimetta al centro i temi del lavoro, del salario, delle pensioni, dei diritti.

Ma sul serio però. Non con un’altra petizione!

Eliana Como

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