Per un coordinamento nazionale dei lavoratori della siderurgia

Coordinamento Art. 1-Camping CIG - Piombino

Pubblichiamo il documento conclusivo della riunione di sabato 22 aprile del Coordinamento Art. 1-Camping CIG di Piombino, nella prospettiva di costruire un Coordinamento nazionale di lotta dei lavoratori siderurgici.
La globalizzazione, attuale fase dell’evoluzione del capitalismo, è un fenomeno che avanza da molti anni ed è caratterizzato da politiche liberiste in economia e nello stato sociale determinate dalla crisi di sovra produzione iniziata negli anni settanta che ha prodotto una finanziarizzazione di stampo speculativo dell’economia. Tutto ciò ha portato a tre fattori dominanti: la prevalenza del capitale finanziario sul capitale produttivo la supremazia dell’economia sulla politica; il crescente aumento della produzione immateriale (servizi, sport, spettacoli) e comunque il dominio delle multinazionali per quanto riguarda la produzione di merci e servizi; la svalutazione del lavoro e una straordinaria concentrazione di ricchezze in poche mani. In questa sede non ci interessa analizzare il fenomeno in tutti i suoi aspetti (la facilitazione delle informazioni e delle comunicazioni; il controllo capillare sulle persone; la standardizzazione verso il basso della produzione; il sorgere di una potenza economica nuova…) ma solo coglierne alcuni aspetti che ci riguardano come categoria sociale (i lavoratori) ed in particolare una frazione di questa (i lavoratori in siderurgia).
Quella che oggi viene definita una crisi è in realtà una tendenza irreversibile dell’economia capitalistica, caratterizzata da una minore quantità di lavoro necessario per produrre merci e da una concentrazione dei mezzi di produzione in mano ad una élite sempre più ristretta. La concentrazione della ricchezza in poche mani e la progressiva perdita di importanza delle economie nazionali intese come economie tendenti a soddisfare le necessità di una comunità nazionale, a vantaggio di una economia globale gestita direttamente dalle multinazionali hanno portato ad un aumento esasperato dello sfruttamento della mano d’opera e soprattutto alla sua precarizzazione come caratteristica costante. Lo sfruttamento si determina non solo sul luogo di produzione, con la continua riduzione di salari e diritti, l’imposizione di un costante aumento di produttività e concorrenzialità, ma anche nella sistematica distruzione dello stato sociale a vantaggio di una privatizzazione che esige margini di profitto elevatissimi a carico del consumatore (minore protezione solidale della vecchiaia e delle famiglie a basso reddito, minore copertura sanitaria gratuita per tutti, diminuzione dei servizi gratuiti nell’infanzia, nell’educazione, nella cultura) con il risultato di espellere dai processi formativi e dai luoghi decisionali le classi meno abbienti. Il recente contratto dei metalmeccanici, con la trasformazione del salario in forme di contribuzione ai servizi essenziali (pensioni e sanità private) è una prova lampante: il salario differito è automaticamente trasferito a società di servizi private. La possibilità di spostare gli impianti di produzione in qualsiasi parte del mondo ed in qualsiasi momento per favorire il profitto, fanno sì che nessun lavoratore possa sentirsi garantito del suo posto di lavoro e quindi sottoposto costantemente a qualunque tipo di ricatto. Il fenomeno è la conseguenza diretta della diminuzione (fino all’annullamento) del ruolo di controllo dello stato sui flussi delle economie nazionali e sui mezzi di produzione; solo negli stati a più forte concentrazione economica (Cina, Stati Uniti, Germania, Russia…) i governi mantengono oggi un ruolo di indirizzo più o meno forte sulle loro economie.
In Italia l’abdicazione ad un qualsiasi ruolo di indirizzo e gestione dell’economia da parte della politica è avvenuta già da tempo; il processo di deindustrializzazione è oggi molto avanzato, gestito da un sistema politico largamente corrotto, espressione di poteri economici forti, e favorito dalla perdita di punti di riferimento per i lavoratori ed i ceti popolari, che sono stati spinti a delegare le scelte che li riguardano in prima persona ad altri senza una loro partecipazione diretta. È questo che ci proponiamo di cambiare.
Il comparto siderurgico è un settore strategico per ogni economia nazionale che si rispetti. Un paese che si ritiene sovrano non può sperare di avere un settore manifatturiero importante nell’industria meccanica, automobilistica, nella produzione di macchine se questo dipende integralmente dall’importazione di semilavorati da altre nazioni. Eppure, nonostante il valore strategico, in Italia c’è il rischio di una fine imminente della siderurgia di base. Il processo è in corso da molti anni ed ha avuto un’accelerazione formidabile dalla cancellazione della Finsider e successivamente dell’Iri. Al momento del suo disimpegno diretto, lo stato non ha pensato di mettere in atto comunque sistemi di controllo e di creare le condizioni per favorire lo sviluppo: ha semplicemente ceduto gli stabilimenti a condizioni estremamente vantaggiose a imprenditori di pochi scrupoli che hanno sfruttato gli impianti (ed i lavoratori!) fino al limite del possibile, abbandonando poi nelle mani di quello stesso stato le ceneri. Per quel che vediamo, lo stato continua a comportarsi nello stesso modo: continua a cedere a condizioni estremamente favorevoli e con aiuti statali indiretti (tipo ammortizzatori sociali) gli impianti, ritrovandosi poi a doversi far carico di debiti e costi sociali (le bonifiche in primo luogo) lasciati da chi abbandona e vedendo ad ogni passaggio, oltre alla perdita di competitività il ridursi della forza lavoro impiegata, elemento che rappresenta di per sé un progressivo impoverimento della nazione tutta, oltre che un dramma per coloro che perdono il lavoro e per quelli che non entreranno mai nel mondo del lavoro e un enorme dramma sociale.
Ma per comprendere meglio la portata della crisi legata alla sovrapproduzione è indispensabile un’analisi critica della ristrutturazione che la Comunità Europea sta adottando, tramite l’action plan sulla siderurgia, alla geografia delle produzioni continentali. L’UE è il secondo maggiore produttore mondiale di acciaio, con una produzione di oltre 177 milioni di tonnellate l’anno, pari all’11% della  produzione mondiale. È rilevante la sua dimensione transfrontaliera: 500 impianti distribuiti in 23 Stati membri; questo settore di produzione resta comunque strategico tant’è che è previsto, per il 2020, un innalzamento fino al 20% del contributo derivante dall’acciaio al pil europeo. Detto ciò, ci troviamo di fronte ad un regime di sovrapproduzione che già nel 2012 era pari al 27% e che aveva lasciato sul terreno più di 40000 posti di lavoro. Di questo 27%, più di un 30% è derivato dall’importazione di acciaio dai paesi extra UE, soprattutto dalla Cina; pertanto si è redatto un piano che, partendo dal falso presupposto dell’efficentamento energetico e tecnologico, comprensivo di individuazione degli impianti più produttivi ed avanzati con relativa legiferazione circa la brevettazione di sostenibilità ambientale delle produzioni, ha come unico scopo strategico quello della chiusura di impianti nei paesi considerati periferici. In più, viene rilevata la strategicità della fusione mediante arco elettrico, che permetterebbe non solo la riorganizzazione del comparto minerario europeo e l’affrancamento dalle importazioni con relativo abbattimento dei costi, bensì comporterebbe la diminuzione della maggior parte degli inquinanti e la chiusura del ciclo dei rifiuti (rottame), in un contesto di incentivazione delle produzioni elettriche derivante da fonti rinnovabili. Tale piano passa anche attraverso la definizione di politiche europee per l’innovazione tecnologica dei processi produttivi e questo insieme di condizioni porterà ad un ulteriore incremento della disoccupazione che nell’action plan si prevede di calmierare con l’utilizzo di ammortizzatori sociali ed incentivi per la riqualificazione degli esuberati. In Italia questa fase è già in uno stadio avanzato: il processo di deindustrializzazione che interessa il comparto siderurgico è quindi parte di una strategia europea che vede nel nostro paese un attore periferico che pertanto dovrà sopportare tutto il peso della ristrutturazione. Non a caso, la legge circa l’individuazione di aree di crisi complessa ci parla di finanziamenti pubblici verso le opere di bonifica (gestiti in maniera speculativa da Invitalia) che riguarderanno stabilimenti e territori circostanti, oltre al finanziamento della cigs ed a progetti di reinserimento e formazione del personale in esubero. Anche il percorso di “industria 4.0” è parte integrante di questa visione strategica, che col presupposto della razionalizzazione e dell’innovazione tecnologica dei processi produttivi prevede ristrutturazioni e perdita di innumerevoli posti di lavoro.
Scontiamo, come paese, un ritardo pericoloso: la siderurgia, per come oggi è strutturata, presenta molti problemi: la mancanza di una filiera produttiva efficace ed efficiente, delle tecnologie obsolete che risultano particolarmente inquinanti in aria, sul terreno e nelle acque sotterranee e che oggi fanno assistere al formarsi di una contrapposizione tra i lavoratori degli stabilimenti siderurgici e le popolazioni che vivono attorno agli impianti- esiste una frammentazione del settore; non esiste una filiera produttiva efficace ed efficiente. L’abbandono di ogni politica volta al bene comune ha portato ad una frammentazione della classe subalterna che, non avendo più coscienza, si fa la guerra tra sé.
Tutto ciò è frutto dell’abdicazione ad un qualsiasi ruolo di indirizzo e gestione dell’economia da parte dello Stato, fenomeno ormai avvenuto da tempo; tale processo di deindustrializzazione è gestito da un sistema politico espressione di poteri economici forti, pesantemente condizionato dalla corruzione e favorito dalla perdita di punti di riferimento per i lavoratori ed i ceti popolari che, disorientati, delegano le scelte ad altri senza una loro partecipazione diretta.
È questo che ci proponiamo di cambiare.
Proprio per questi motivi è indispensabile che lo stato governi il settore. È ormai evidente che, abbandonando le produzioni strategiche al “mercato”, non si può più andare avanti.
Pertanto:
Superato il falso principio che gli accordi con gli istituti economico internazionali (FMI e Banca Mondiale) e quelli con l’UE impediscono l’intervento dello stato in economia: come si decide di intervenire per salvare le banche (e non i piccoli risparmiatori), come si decide di salvare la Chrysler, come si versano a fondo perduto aiuti sotto forma di assistenza di stato agli imprenditori, così si può decidere di realizzare investimenti diretti dello stato per salvare altri settori strategici.
Lo stato, attraverso il Ministero dell’economia deve stabilire un PIANO SIDERURGICO NAZIONALE e deve dotarsi di strumenti capaci di analizzare capillarmente le necessità del paese e degli stessi imprenditori ed intervenire in alcuni punti critici:
Esiste la necessità di salvare gli impianti siderurgici di base; lo stato deve immediatamente riprendere il controllo dei siti siderurgici per il periodo necessario a stabilire linee guida e politiche che, favorendo ad esempio la creazione di capitali misti stato-privati, abbiano l’obiettivo di ottenere quelle produzioni qualitativamente elevate per le quali oggi la nostra industria manifatturiera dipende dalle importazioni, unita alla valutazione puntuale delle necessità del paese e delle possibilità di espansione del settore;
Favorire lo sviluppo della ricerca su metodologie produttive ad alto contenuto tecnologico e impatto ambientale ridotto, con l’imposizione dell’utilizzo di tali metodologie;
Favorire i settori della ricerca tendenti alla riduzione dei sottoprodotti (rifiuti pericolosi) del ciclo produttivo e all’individuazione di metodi di riutilizzo e di smaltimento degli stessi;
Data la dismissione di alcuni siti e soprattutto il passaggio dal ciclo Altoforno al ciclo Forno Elettrico, esistono oggi vaste aree profondamente inquinate che vanno recuperate. La bonifica di queste aree, assieme all’incentivazione di tecnologie meno inquinanti, deve fare parte integrante del piano siderurgico, anche come recupero di occupazione per quelle aree sottoposte a crisi e deve essere considerato come uno strumento per favorire l’installazione di altri insediamenti produttivi, magari di filiera corta, che agiscano in sinergia.
Considerando che il ciclo siderurgico di base a forno elettrico è di per sé un ciclo di riciclo, coinvolgere anche Università e Centri di ricerca per lo sviluppo di sempre migliori qualità di acciaio, con la possibilità quindi di utilizzi sempre più vasti;
Stimolare e favorire l’integrazione, sia a livello orizzontale che verticale, tra produttori e tra produttori e utilizzatori, creando le condizioni di incontro e di sviluppo di obiettivi comuni;
Farsi promotore di processi di verticalizzazione delle produzioni, favorendo la fornitura di servizi sempre più specializzati agli utilizzatori;
Il favorire la creazione di filiere corte;
Garantire l’assistenza alla formazione ed alla riqualificazione del personale addetto.
Questo elenco non è esaustivo delle possibilità di intervento dello stato, ma si limita a fissare alcuni punti per un inizio di discussione ed analisi.
Tra gli effetti più devastanti per i lavoratori dai processi di globalizzazione, c’è sicuramente la perdita dell’identità sociale e con essa di una coscienza di classe. La progressiva perdita di ruolo sociale (e di ricchezza) della classe media, ricacciata violentemente verso il basso, unita alla precarizzazione come stato permanente della vita lavorativa, rendono anche obsolete le vecchie forme di organizzazione dei lavoratori, senza che ne siano ancora emerse delle nuove consolidate. Per questo un elemento fondamentale che vogliamo e dobbiamo recuperare è la partecipazione diretta – e non delegata – dei lavoratori ai processi decisionali. Sappiamo benissimo tre cose:
1. Stiamo perdendo a ritmo accelerato posti di lavoro diretti ed indiretti;
2. Oggi stiamo purtroppo assistendo ad una “concorrenza” fabbrica contro fabbrica, nel vano tentativo di salvare se stessi a scapito di altri. La crisi che attraversa oggi la maggior parte degli impianti non è risolvibile se affrontata singolarmente fabbrica per fabbrica. Quello che oggi serve è l’unificazione dei bisogni e degli obiettivi in una unica VERTENZA NAZIONALE su cui anche ricostruire forme di associazione, di organizzazione e di direzione delle lotte nuove, capaci di superare le vecchie divisioni basate su schemi politici ed ideologici oramai saltati;
3. Il blocco sociale rappresentato dai lavoratori e dai loro alleati ha ridotto il suo peso nello scontro politico, così come i lavoratori hanno perso fiducia ed interesse nei loro rappresentanti “storici”; la maggior parte delle forze politiche oggi in Italia (ma il fenomeno è ugualmente osservabile in tutta Europa) non sono interessate alla salvaguardia dei lavoratori, ma bensì di sé stesse, appoggiandosi ai poteri forti; anche il movimento sindacale nella sua parte maggioritaria, il frutto delle nostre lotte e dei nostri sacrifici, è oggi coinvolto nel processo di burocratizzazione e di autoreferenzialità.
Per questo riteniamo indispensabile un intervento diretto dei lavoratori sul terreno del cambiamento e della lotta, imponendo i suoi bisogni ed i suoi obiettivi, usando il suo sapere, frutto dell’esperienza e della capacità di mettere in comune le sue singole intelligenze, creando alleanze tattiche con quelle organizzazioni sindacali o con quei settori all’interno dei sindacati che sono espressione di alternativa e di radicalità, obbligando imprenditori, politici e sindacalisti a tener conto della sua volontà e gettando allo stesso tempo le basi per la ricostruzione di una organizzazione di tutela ma anche di intervento attivo dei lavoratori.
Per raggiungere questi obiettivi proponiamo la creazione di un COORDINAMENTO NAZIONALE DEI LAVORATORI DELLA SIDERURGIA, formato da singoli lavoratori che, pur nella loro libera scelta di appartenenza politica e/o sindacale, condividano le basi della proposta e siano disponibili ad un confronto aperto, pronti anche a rimettersi in discussione. Sulla base di questo principio crediamo debba essere messa in secondo piano ogni discussione su appartenenza a sigle sindacali o politiche. Dichiariamo fin da ora che il Coordinamento dovrà essere disponibile a collaborare unitariamente con tutti, nel rispetto dell’autonomia di ciascuno, e che si farà esso stesso promotore di iniziative comuni.
Lo proponiamo a tutte le realtà siderurgiche che saremo in grado di contattare e cominceremo con loro il confronto sulla base di questo documento; sarà poi questo embrione di coordinamento a darsi gli strumenti per contattare altre realtà e per arrivare ad un primo obiettivo: una CONFERENZA NAZIONALE DELLA SIDERURGIA per sviluppare i temi proposti ed altri che verranno lungo il cammino.
Il documento che presentiamo è il frutto della riflessione di un gruppo di lavoratori di Piombino riuniti nel Coordinamento Art. 1 – Camping CIG di Piombino e della rielaborazione con un gruppo di lavoratori di Terni ed esprime quindi quello che noi, in prima analisi, riteniamo sia la scaletta dei lavori del Coordinamento; naturalmente questo è solo uno strumento di lavoro e di confronto per le analisi e le riflessioni che tutti gli altri avranno fatto e metteranno in condivisione.
La prima riunione di questo embrione di Coordinamento si è avuta il giorno 22 Aprile a Terni
Proponiamo questo schema di lavoro:
1. Creazione di un Comitato Costituente, composto dalle prime realtà che aderiscono;
2. Costituzione di un gruppo ristretto che si riunisce periodicamente ed esaurirà la sua funzione con la convocazione della Conferenza;
3. Primo dei compiti del Gruppo ristretto sarà l’elaborazione di un documento comune frutto della sintesi delle differenti esperienze da proporre come tesi per la Conferenza Nazionale della Siderurgia;
4. Altro compito di cui è incaricato il Gruppo ristretto sarà la presa di contatto con il maggior numero possibile di realtà siderurgiche proponendo il documento e la loro adesione; crediamo vada sottolineato che l’interesse deve essere quello di riunire realtà di lotta, senza preoccuparci di sigle: la nostra esperienza questo ci ha insegnato e continua ad insegnarci
5. Le Tesi per la Conferenza saranno quindi un elaborato in progress, arricchendosi di volta in volta dei contributi delle realtà contattate;
6. Data la gravità della situazione, il calendario dei lavori dovrà prevedere tempi ristretti. Proponiamo come data della prossima riunione il giorno 20 maggio, sempre nella sede di Terni, per favorire la partecipazione di chi proviene sia dal Sud che dal Nord.
Proponiamo che siano fatti tutti gli sforzi per arrivare alla CONFERENZA NAZIONALE nella seconda metà di giugno.
Alleghiamo a questo documento una riflessione dei lavoratori di Terni sulla situazione dell’AST.
L’AST di Terni vive in uno stato di riflusso che di fatto vede la cancellazione del sindacato quale attore conflittuale e rappresentante dei lavoratori. La vertenza di tre anni fa si è risolta con un accordo sottoscritto al Mise che impone la produzione di un milione di tonnellate di fuso e che obbliga così ad una fermata mensile di alcuni giorni dell’area a caldo, data l’impossibilità di saturazione dei forni; si è assistito ad una grande riorganizzazione, voluta dalla ThyssenKrupp e scientificamente quantificata dalla McKinsey e che ha prodotto quasi 500 lavoratori fuoriusciti con incentivi, revisione completa degli appalti che ha prodotto una emorragia di centinaia di posti di lavoro, una razionalizzazione e reimpostazione dei processi in pieno stile Toyota, la questione ancora aperta delle prescrizioni aia che riguardano discarica e impianto di inertizzazione delle scorie (con una apposita commissione che sembra non esistere), investimenti solo sull’area a freddo, nessuna certezza circa i forni e le ex consociate come Titania e Società delle Fucine. Analizzando bene, come non notare il completo disinteresse verso quest’ultima parte dello stabilimento? L’area a caldo versa in una situazione di abbandono, Titania è in pratica chiusa e SdF produce pochissimo; da qui l’idea di una prossima vertenza in cui si sancirà la chiusura dell’intera area, considerando anche il fatto che il problema ambientale rischia di divenire un boomerang. Il sindacato non riesce, volutamente, ad essere attore attivo e conflittuale e assistiamo pertanto ad una recrudescenza di fenomeni dispotici da parte della dirigenza, in pieno stile padronale. In più, la classe dirigente regionale e locale ha pensato bene di gestire la riorganizzazione del sito confidando nell’area di crisi complessa, prevedendo quindi solo la copertura finanziaria per le eventuali bonifiche e la ricollocazione degli eventuali esuberati.

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