Call center. Protocollo delle 13 sorelle: poco più che aria fritta.

di Luca Barbuto

Rischia seriamente di essere solo uno spot il protocollo d’intesa firmato il 4 maggio dal governo e dai 13 maggiori committenti di call center. È un testo in 4 punti che mira a migliorare la qualità del servizio mettendo alcuni paletti all’offshoring, ovvero alla cessione di attività all’estero, dopo che ormai è parsa evidente la propensione della clientela italiana ad essere gestita in Italia – con motivazioni più o meno nobili.

Un primo punto dell’intesa sancisce che il 95% delle attività gestite “in house”, ovvero alle dirette dipendenze dei vari Tim, Vodafone, Sky eccetera, deve avvenire in Italia. Parrebbe un criterio molto restrittivo, non fosse che sono veramente poche le attività gestite all’estero direttamente dai committenti, e soprattutto non sono attività di call center, bensì di gestione delle Reti, IT, amministrazione, back office. È possibile anzi che allo stato attuale alcuni di questi committenti gestiscano all’estero meno del 5% (o anche nulla) di attività di call center: è un dato di fatto impossibile da avere vista la nota reticenza delle 13 sorelle a condividere piani industriali. Le vere attività di call center all’estero in realtà sono quasi tutte alle dipendenze delle ditte appaltatrici, che danno in Albania, Romania, Croazia o Tunisia anche il 50% delle commesse vinte. Per costoro il protocollo prevede un limite del 20%, ma soltanto per i nuovi contratti, quindi non verrà risanato il pregresso. Considerando che il protocollo ha una validità di 18 mesi (dopo 12 mesi ci sarà una prima verifica) questo punto è di fatto poco influente.

Sorvoliamo sull’obbligo della certificazione B2 del livello di conoscenza dell’italiano da parte dei lavoratori stranieri.

Il terzo punto del protocollo prevede invece l’“impegno” a trovare formule simili alla clausola sociale dei lavoratori italiani anche per i lavoratori stranieri, ma ovviamente c’è da scommettere la cuffia che rimarrà soltanto una pia illusione: già i contratti sono lastricati di “impegni”, figuriamoci i protocolli.

L’aspetto più interessante è quello che neutralizza il costo del lavoro dal calcolo dell’offerta dell’appaltatore. Se l’intesa funzionasse le ditte appaltatrici non sarebbero più incentivate a limare sugli stipendi dei lavoratori per ottenere la commessa, anche se ciò non impedirebbe di limarli in ogni caso, per aumentare i profitti. Inoltre il dumping salariale e contrattuale più grave avviene nella fase del subappalto, dove non è precisato se questo protocollo sarà applicato. Anche l’invito a equiparare i salari dei nostri colleghi all’estero appare debole e non cogente, soprattutto se pensiamo che anche in Italia i lavoratori del call center in house sono inquadrati al quinto livello mentre quelli in outsourcing al terzo o anche al secondo.

Insomma, è stato firmato un protocollo tra il 65% dei committenti e il governo. Bene.
Quello che deve interessare ai grandi assenti, i lavoratori, è che si firmi un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro tra i sindacati e il 100% dei datori di lavoro, committenti e appaltatori. Quello attuale è scaduto da due anni e mezzo.

Per questi motivi non è condivisibile la cauta soddisfazione del segretario generale della Cgil Camusso e di quello della Uil Barbagallo, né tantomeno l’entusiasmo scriteriato di Annamaria Furlan della Cisl.

È invece più comprensibile la soddisfazione del governo e dei datori di lavoro.

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