Direttivo FLC 27.4. L.Scacchi: così si divide la scuola.

Intervento di Luca Scacchi al Direttivo FLC.

Lo dico subito. Cancello ogni suspense. Ritengo negativo il secondo CCNI, quello sulla chiamata per competenze, e quindi chiedo che si ritiri la firma FLC da quell’accordo.

Questi CCNI, mobilità e chiamata, rientrano in un quadro complessivo. Gentiloni ha in questi mesi confermato le politiche economiche e sociali del governo Renzi. Qualcuno pensava fosse possibile uno svolta. Da una parte coinvolgendo le controparti (sindacali e non solo), dall’altra con una declinazione più solidale e partecipativa di quelle politiche. Lo si pensava anche in CGIL, anche in FLC. In particolare nella scuola, infatti, ci si attendeva che la ministra Fedeli avrebbe incarnato questa nuova versione dialogante del renzismo. Non è stato così. Visti i rapporti di forza sfavorevoli, il governo si è piegato alle contingenze. Ha moderato i toni e alleggerito alcuni provvedimenti, ma solo per confermare nel tempo gli assi delle sue controriforme. In generale (vedi DEF, il decreto Minniti-Orlando, Almaviva e Alitalia) e nella conoscenza (vedi le Deleghe sulla 107, la VQR come la gestione di tutti gli altri settori in questi mesi). La stessa partita sul rinnovo del CCNL si sta svolgendo su un terreno molto diverso da quello prospettato: i cedimenti del 30 novembre (85 euro medi, welfare integrativo, professionalità e presenza) non sono stati sufficienti; il Testo Unico continua a prevedere un ruolo preponderante della legge sul contratto, introduce i licenziamenti per scarso rendimento, ribadisce la differenziazione salariale per merito (più ampia persino della Brunetta, per esempio anche nelle PEO). E’ la conferma dell’impianto competitivo, contro il lavoro e contro il sindacato, che ha sempre caratterizzato il renzismo.

In questo quadro si collocano i due CCNI. Due contratti cioè che si piegano alle contingenze di una difficile implementazione della Buonascuola (in particolare dopo il disastro sulle immissioni della scorsa estate tra algoritmi, deportazioni ed esplosione delle supplenze), per affermarne nel tempo il suo nocciolo fondante (la competizione tra scuole e la chiamata per competenze).
Il primo CCNI, sulla mobilità, acquisisce comunque risultati importanti: prevede ancora la possibilità di un’assegnazione su scuola, sospende l’obbligo di permanenza triennale (permettendo di sistemare gli errori dello scorso anno), istituisce un’unica procedura per tutti (senza le frammentazioni del passato). Non che non ci siano punti di debolezza: è un accordo temporaneo (un solo anno di durata) e prevede anche l’assegnazione di ambito (non sospende del tutto la chiamata per competenze). Un accordo quindi che rientra nella logica di piegarsi momentaneamente alle contingenze, per far passare il nucleo centrale della controriforma. Nel complesso, però, intralcia la 107: non la ferma, non la modifica nella sostanza, ma ne rallenta l’applicazione. Un risultato utile e, nel quadro dei rapporti di forza, non disprezzabile.
Il secondo CCNI, quello sulla chiamata per competenza, ha un segno diverso. Primo: le singole scuole confermano ampi margini per scegliere i propri docenti. Non parliamo qui dei poteri del dirigente scolastico, di chi e come effettua la chiamata nella singola scuola. Parliamo del potere di una singola scuola di selezionarsi i docenti, per competenze e non più da una graduatoria oggettiva. Vero, si è ridotto i criteri e si è ottenuto una lista nazionale, limitando il grado di libertà delle scuole. Rimangono però ampi margini di discrezionalità: si possono indicare le preferenze su alcune funzioni (orientamento e valutazione; titoli di sostegno, ecc), come la possibilità di specificare a piacimento l’indirizzo di diversi titoli (dottorati, pubblicazioni, master “coerenti con le specifiche professionali richieste dal PTOF”). Qui si scardina il sistema scolastico, qui si introduce una leva che permettere alle scuole di divergere fra di loro. Facciamo un esempio. Prendiamo due scuole “medie” (secondarie di primo grado), in una qualunque città del nostro paese. Da una parte una scuola del centro, frequentata da chi può permettersi di abitare alcuni centri italiani (le piccole élite di provincia, le borghesie professionali e commerciali): una scuola attenta al futuro educativo dei propri alunni, a sperimentazioni, alle lingue straniere; perché, si sa, si sta formando la “futura classe dirigente del territorio”. Dall’altra parte una scuola di periferia, magari difficile da raggiungere e per questo anche con molti precari, con un alto tasso di studenti problematici, magari vicino al 50% (sostegno, famiglie con disagio sociale, migranti di recente arrivo). La prima, per rispondere alle aspettative del suo bacino di riferimento, concentrerà il suo reclutamento su alcuni titoli (i dottorati di ricerca, il CLIL, le pubblicazioni, i master). La seconda, per lo stesso motivo, si concentrerà invece per trovare docenti esperti (funzioni), sul sostegno, sulla copertura degli interventi sui migranti. Ognuna cercherà, e magari troverà, un suo miglioramento. Così però si scardina l’unità del sistema scolastico. Si cercano eccellenze, ma si produce una scuola di classe. Questo processo non viene quindi intralciato con l’accordo integrativo. Anzi, forse con questo CCNI si rischia di occultarlo, non contrastandolo con forza. E questo processo è l’aspetto centrale, e più devastante, della Buonascuola.
Secondo: in ogni caso, nel CCNI rimane un ampio potere di indirizzo da parte del Dirigente Scolastico. Certo, le ambigue formulazioni dell’articolo 3 e dell’art. 5 (“Il dirigente scolastico formula la proposta di passaggio da ambito..con una deliberazione del collegio dei docenti su proposta del dirigente medesimo.. se il Collegio non si esprime entro 7 giorni dalla data prevista, il dirigente scolastico procede comunque all’individuazione dei requisiti”) sono bilanciate dall’art.4 (“..un avviso, ave sono specificate le competenze professionali e i criteri oggettivi per l’esame comparativo dei requisiti dei candidati”). Però non viene definito un sistema di graduatoria, non viene costruito un impianto uniforme per la valutazione dei criteri. In queste ambiguità e contraddizioni, viene tutto scaricato sui Collegi, lasciando ampi margini di inserimento ai DS.

Si è perso. Un sindacalista deve saper riconoscere quando si è perso. Soprattutto, deve ammetterlo. Il movimento contro la Buonascuola ha perso. Si è perso chiudendo le mobilitazioni in autunno del 2015. Si è perso non riuscendo a raccogliere le firme sui 4 referendum abrogativi. Si è perso lasciando a sé stessa la resistenza scuola per scuola, contro i comitati di valutazione o i poteri del DS. Bisogna esserne consapevoli. Le Deleghe certificano questa sconfitta: implementano materialmente, in settori fondamentali del sistema (dal sostegno alla valutazione), la logica della Buonascuola. Deleghe approvate nel silenzio: anche per le divisioni tra sindacati, anche per le titubanze e le incertezze della FLC, i due scioperi di marzo hanno registrato una scarsissima adesione. Non firmare questo CCNI, allora, era riconoscere questa sconfitta. Con quello sulla mobilità (grazie alla debolezza del governo per il referendum del 4 dicembre, la crisi di consenso di Renzi, i pasticci dello scorso anno), si è riuscito ad intralciare la 107. Con questo si sono solo limitati alcuni danni (la totale discrezionalità di scuole e DS), ma non si è riusciti bloccare una pericolosa chiamata per competenze. Andava ammesso, andava rivendicato, proprio firmando il primo CCNI e non firmando il secondo. Continuando ad opporsi a quel principio ed alla sua progressiva implementazione. Per questo è fondamentale, in ogni caso, riprendere oggi una vera mobilitazione, ben oltre gli appuntamenti proposti dalla segreteria: costruendo una sciopero vero sull’INVALSI, in grado di bloccare la somministrazione in un ampia fetta delle classi del nostro paese. Soprattutto, costruendo prima possibile uno sciopero generale per un vero contratto nazionale, che è oggi nel silenzio delle piazze messo in discussione con un Testo Unico sostanzialmente irricevibile. Riconoscere una sconfitta, cioè, per provare a ricostruire una prospettiva, riaccendendo il conflitto sociale nella scuola, nell’università ed in tutti i settori della conoscenza.

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