Napoli. Congresso straordinario: il contributo dell’opposizioneCgil.

Il contributo alla discussione congressuale dell'area Il sindacato è un'altra cosa.

Nei prossimi giorni inizierà il congresso straordinario della Cgil di Napoli e della Campania.

Pubblichiamo (qui il .pdf) il contributo alla discussione congressuale dei compagni dell’area Il sindacato è un’altra cosa di Napoli che non hanno potuto presentare un documento alternativo a causa di un regolamento congressuale estremamente restrittivo.


Contributo al dibattito al congresso straordinario della Cgil di Napoli

Riprendere l’iniziativa, tornare ad essere il sindacato dei lavoratori!

 Il congresso straordinario della Camera del lavoro di Napoli e quella della Cgil Campania si svolgono in un momento estremamente delicato per le sorti dei lavoratori e delle lavoratrici della regione e del mezzogiorno. Dopo nove anni di crisi economica, la peggiore crisi dal dopoguerra, ancora non si vede la luce in fondo al tunnel, i lavoratori e in particolare le lavoratrici, soprattutto del mezzogiorno, hanno pagato fin qui e continuano a pagare un prezzo pesante in termini di occupazione, diritti, salari e condizioni di lavoro. Sacrifici che non solo non hanno risollevato le sorti dell’economia del paese ma che anzi sono la premessa di nuovi attacchi. Il congresso della Cgil deve essere la prima vera occasione per affrontare seriamente questi problemi offrendo radicali soluzioni allo scempio che stiamo, oramai da troppo tempo subendo, consapevoli che proprio Napoli e la Campania, per le loro tradizioni sindacali, di solidarietà, per il tessuto industriale che ancora permane nonostante le pesanti ristrutturazioni, possono avere, come già è stato in passato, un ruolo di volano per la riconquista dei diritti e della dignità dei lavoratori del mezzogiorno e del paese. Tante sono le vertenze di rilevanza nazionale che hanno attraversato il nostro territorio e sono diventate un simbolo. Basta ricordare la vertenza alla Fiat di Pomigliano all’inizio della crisi, o dell’impatto, anche mediatico, che ha avuto la lotta di Almaviva in questi anni. La nostra organizzazione da qui deve partire per offrire soluzioni concrete ai lavoratori se vuole continuare a essere il principale sindacato del territorio e nazionale. Per questo riteniamo il documento messo a disposizione per la discussione congressuale insufficiente ad affrontare le sfide che abbiamo davanti e per uscire dall’impasse in cui siamo finiti. Impasse che ha portato alla più profonda crisi di sempre della nostra organizzazione a livello cittadino e regionale dove le cause non possono essere semplicemente ascritte a una cattiva gestione delle finanze da parte del vecchio gruppo dirigente. Il dissesto economico-finanziario che ha portato al commissariamento dell’organizzazione ha in primo luogo ragioni politiche. Una gestione dell’iniziativa sindacale avulsa dal coinvolgimento dei delegati, iscritti e lavoratori, una pratica sindacale perdente che non ha saputo difendere i lavoratori dagli attacchi della controparte, sono la principale causa della crisi. Crisi che non ha responsabilità solo locali ma anche nazionali, non distinguendosi in nulla la pratica politica nazionale da quella locale. Con questo testo, non avendo potuto presentare un documento alternativo al congresso straordinario a causa di un regolamento restrittivo, vogliamo portare il nostro contributo al dibattito congressuale.

Il mezzogiorno ed il nostro territorio

Il prodotto interno lordo del paese tra il 2007 e il 2013, è calato molto più al sud, meno 13,3%, rispetto al Nord, dove la flessione è “solo” del 7%. Se si scorpora il solo dato dell’industria si evince che il Pil nazionale è calato del 12,9% mentre al sud la cifra si attesta al 20,5%. Inoltre i tagli al settore pubblico, hanno generato ulteriori differenze nella qualità della vita e dell’occupazione e anche qui ad esempio il settore servizi vede un calo del 7,9% nel mezzogiorno, dato più alto nelle tre macro regioni, nord, centro e sud. Tutto ciò ha generato un “effetto potatura” che ha avuto costi sociali enormi che sono stati favoriti dalle politiche governative che continuano a dispensare soldi a pioggia per chi investe, senza curarsi dei risultati ottenuti. L’industria italiana, oggi, è tra le più attive nei processi di innovazione, nel mondo l’Italia è seconda solo agli Usa e ai coreani, gran parte dell’investimento sta riguardando l’innovazione del processo produttivo, l’effetto che però sta producendo è di creare molti meno posti di lavoro rispetto a quelli attesi da questi investimenti. In poche parole le aziende sopravvissute alla crisi sono quelle che investono di più in tagli del personale e sfruttamento di manodopera, sostenute a fondo perduto dallo Stato. Questo elemento sta avendo un doppio effetto, i soldi del governo vengono utilizzati per finanziare alcune aziende ma come contraltare si abbassano diritti, salari e vengono significativamente diminuiti i servizi e assistenza sociale.

 La questione meridionale alla luce di questi dati sta sprofondando in una crisi senza eguali, con una disoccupazione giovanile che cresce vorticosamente, e un vero e proprio esodo della popolazione in cerca di occupazione. Questa situazione drammatica si lega alla più grande crisi del sistema di rappresentanza dei lavoratori, non è un caso che tutte le strutture sindacali confederali siano in crisi in Campania, questa crisi di rappresentanza travolge anche Cisl, Uil e Ugl.  La causa principale è la distanza che si è creata tra i lavoratori e le loro esigenze e i tentativi di autoconservazione burocratica delle strutture sindacali, troppo preoccupate a ricercare un riconoscimento istituzionale e padronale a scapito della vera rappresentanza delle istanze dei lavoratori. Il ruolo di voler rappresentare i lavoratori, senza il coinvolgimento di questi, senza ottenere reali avanzamenti nelle loro condizioni concrete, si è dimostrata una strategia perdente. Anche il calo del tesseramento di questi anni ne è un segnale preciso. In Campania abbiamo varie vertenze che vivono una situazione drammatica e un sindacato che non è in grado di dare risposte è giustamente percepito dai lavoratori come uno strumento inutile. Finmeccanica sposta la sua testa al nord chiudendo lo stabilimento Alenia di Casoria, vende Ansaldo vuole accorpare Selex di Giugliano e Fusaro. FCA a oggi non ha garantito ancora una prospettiva certa per Pomigliano capace di tutelare tutte le maestranze. Fincantieri a Castellammare vive un problema atavico sul futuro occupazionale. Questo per citare solo alcuni dei principali gruppi industriali, ma la situazione non cambia se parliamo di Almaviva che per ben due volte in meno di dodici mesi ha minacciato la chiusura della sede di Napoli ed oggi dopo aver ottenuto importanti tagli ai diritti e ai salari dei suoi dipendenti non ha ancora esplicitato come intende garantire il reintegro di tutti. Non va sicuramente meglio nel pubblico, a partire dalla sanità che vive drammatici tagli ai pronto soccorso o interi reparti di ospedali chiusi. Non se la passa meglio il terziario, a partire dalla grande distribuzione che taglia personale dopo aver costruito immense cattedrali nelle zone periferiche dei centri abitati, distruggendo il tessuto commerciale dei piccoli centri abitati, senza risolvere il problema dell’occupazione ma anzi aggravandolo. Questo quadro dovrebbe prevedere una risposta adeguata sul piano delle unificazioni di tutte queste vertenze per tutelare i lavoratori del territorio, ed invece le risposte sono del tutto inadeguate. Ogni singola vertenza è tenuta in un isolamento escludente. Non si è mai ragionato seriamente di un piano di rilancio dell’economia campana, né di mobilitazioni volte a dare un peso alle rivendicazioni giuste di una parte del paese. Addirittura come nel caso Almaviva si sono firmati accordi che da altre parti vengono rifiutati venendo meno al rapporto di solidarietà tra lavoratori della stessa azienda, l’unica cosa che poteva garantire una maggiore forza rivendicativa alla mobilitazione. La Cgil come per la Fiat nel 2010 non è intervenuta lasciando che le strutture territoriali fossero libere di poter sottoscrivere qualsiasi accordo, limitandosi ad una sterile denuncia. 

In questi anni la Cgil è stata la grande assente del dibattito politico in città, facendo venir meno la voce dei lavoratori sulle questioni chiave che riguardano lo sviluppo strategico del territorio, tanto sulle vicende amministrative quanto sulle questioni aperte che riguardano il futuro della città. Di fronte ad un territorio complesso come quello napoletano il sindacato non può limitarsi ad affrontare di rimessa le singole vertenze, ma deve mettere in campo una visione complessivamente alternativa, che ponga al centro la difesa e il miglioramento delle condizioni di lavoro. È altrettanto fondamentale che la Cgil prenda una posizione netta contro il commissariamento di Bagnoli, affinché non solo si ripristini il diritto di poterne decidere del futuro, ma si metta fine una volta per sempre alle speculazioni e alla mancata bonifica. L’amministrazione De Magistris rivendica una discontinuità rispetto alle giunte precedenti, ma la praticabilità di questa opzione deriva dalla battaglia contro i tagli agli enti locali, in particolari a quelli al welfare cittadino. Il rilancio dell’azione su questo terreno non può prescindere da un ragionamento complessivo contro le politiche di austerità e la loro messa in discussione. In alternativa, inevitabilmente, saranno i lavoratori, in particolare quelli delle partecipate, ad essere vittime dei tagli. La vertenza di Napoli sociale si è chiusa con il passaggio a Napoli Servizi e il relativo peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Nel trasporto pubblico, l’Anm, altra partecipata attraversata da una vertenza proprio in questi giorni, dimostra lo stato di collasso del trasporto pubblico, stipendi d’oro per i funzionari e condizioni di estremo disagio dei lavoratori, costretti a lavorare senza mezzi, a cui si sommano i tagli alle corse e l’aumento delle tariffe. Se si allarga l’orizzonte sulla città metropolitana e a livello regionale la situazione è ancora peggiore, si pensi allo stato della sanità campana e alla vicenda dei lavoratori socialmente utili in attesa di stabilizzazione.

 Da Pomigliano ad Almaviva storia dell’abolizione dei diritti

I governi che si sono succeduti in questi anni hanno portato avanti solo politiche antioperaie. Controriforme pensionistiche, blocco del contratto del pubblico impiego, controriforma della scuole e Jobs act. Come ci si oppone? Come contrastiamo questi attacchi? Dobbiamo solo accontentarci di gestire la contrattazione per tentare di governare le controriforme? Napoli in questi anni è stata protagonista di molte vertenze, due in particolare ci mostrano come tra i lavoratori, se messi in condizione di mobilitarsi, si può provare a difendersi. Nel 2009-2010 i lavoratori della Fiat di Pomigliano tentarono questa battaglia, prima con la mobilitazione, poi nel referendum. Nel momento peggiore della crisi economica, contro il padrone più forte d’Italia provarono ad opporsi con il sostegno della Fiom senza la Cgil, che allora si dissociò dai propri metalmeccanici. Quella battaglia seppur sconfitta non passò invano, a distanza di qualche anno, la Fiom è ancora presente nello stabilimento, nell’unica vera consultazione tenutasi sull’elezione degli Rls l’anno scorso a fronte di poco più di un centinaio di iscritti raccolse circa 700 voti sulla propria lista. Ma soprattutto è tornata a fare attività sindacale, pur tra mille ostacoli dell’azienda e degli altri sindacati, in fabbrica. Se non ci fosse stata quella battaglia oggi non ci sarebbero queste possibilità. I lavoratori stanno tornando a partecipare alle nostre assemblee, il tesseramento seppur timidamente sta tornando a crescere. Ma l’attacco di Fiat prosegue, i ritmi in fabbrica sono sempre più infernali, i lavoratori continuano a subire il contratto di solidarietà, non ci sono certezze per il futuro. Stiamo per giocarci una nuova partita dove l’obbiettivo è non solo avere una nuova missione produttiva ma anche far tornare tutti in fabbrica, trasfertisti compresi, e combattere i ritmi massacranti. Questo richiederà coerenza da parte della Fiom a opporsi seriamente al contratto dell’auto, come è sempre stato dichiarato e denunciato, ma anche e soprattutto avere il sostegno di tutta la Cgil perché, come ha dimostrato Pomigliano, il metodo Marchionne è ormai esteso a tutto il paese in tutti i settori. Dopo il 2010 infatti la limitazione degli scioperi, l’esclusione dei sindacati che si rifiutano di firmare accordi capestro, l’aumento dello sfruttamento a ritmi insostenibili (che in Fiat rende i lavoratori inabili alla catena di montaggio già a quarant’anni) sono stati fatti propri anche dai contratti nazionali firmati anche dalla Cgil, Testo Unico del 2014 compreso.

Queste battaglie non sono battaglie di singole categorie ma riguardano tutta l’organizzazione, vedi la vertenza recente di Almaviva che ha forti similitudini con Pomigliano. Ad Almaviva, un call center luogo simbolo dello sfruttamento e della precarietà “moderna”, a febbraio è stato firmato un accordo che mette al centro il profitto dell’impresa e la concertazione al ribasso, sostituendo elementi di salario aziendale a quello collettivo e mettendo a rischio la stessa funzione del contratto nazionale, un assist eccezionale per tutte le imprese delle telecomunicazioni e di altri settori, un modello sulla scia dei ricatti che da Marchionne in Fiat in poi, stanno sempre più umiliando le condizioni dei lavoratori. Davanti a questa sconfitta forti sono le responsabilità di tutti i sindacati, non di certo dei lavoratori che hanno provato a lottare nonostante in maggioranza percepiscono stipendi che non permettono nemmeno la minima sussistenza (parliamo mediamente di 600 euro al mese). A questo ricatto si aggiunge l’utilizzo iniquo della cassa integrazione che oggi copre il trasferimento delle commesse e dei volumi di lavoro verso siti della stessa Almaviva ritenuti dall’azienda, discriminatamente, più produttivi dove si fa straordinario, e verso paesi dell’Unione Europea dove i salari sono nettamente inferiori. Grave è stato che la nostra organizzazione abbia accettato che la vertenza di Almaviva di Napoli fosse separata da quella dei lavoratori di Roma, abbandonandoli al proprio destino e accettando per i lavoratori di Napoli condizioni inaccettabili, che sono state poi ulteriormente peggiorate con l’accordo definitivo di febbraio. Sacrificando l’unità tra i lavoratori si ottiene sempre e comunque il peggio di tutto, frammentazione della classe e sfiducia nel sindacato. Se la Cgil avesse avuto il coraggio di prendere l’iniziativa e portare avanti una battaglia per la reinternalizzazione dei servizi gestiti da Almaviva anzi che discutere queste cose nei convegni per poi soccombere alle pretese aziendali (e del governo suo complice), la vertenza avrebbe assunto un carattere nazionale trovando un sostegno diffuso nel settore e tra tutti i lavoratori del paese.

Partecipazione e coinvolgimento dei territori e del corpo militante

Una battaglia per un salario minimo, la riduzione di orario per contrastare l’aumento dell’esercito di riserva di disoccupati disposti a tutto pur di lavorare, aiuterebbero al contrasto di queste politiche scellerate collegato ad una battaglia generale dei diritti. Non è dunque un caso che simili attacchi avvengano sui nostri territori, e una Cgil che vuole riprendere in mano il suo ruolo non può non ripartire da tali riflessioni e rivendicare un stravolgimento di tali condizioni, invece di rivendicare Zone Economiche speciali che di fatto ogni padrone sta già attuando. La Cgil ha già praticato questi metodi, generando solo un abbassamento dei salari e flessibilità selvaggia in cambio di posti di lavoro che non sono mai arrivati. Le scelte strategiche del territorio e del suo sviluppo devono vederci protagonisti, e il nostro sostegno a chi lotta per emancipare il proprio territorio deve vedere una Cgil presente e in prima fila. Se il lavoro che c’è è poco, si distribuisca tra tutti attraverso la riduzione d’orario di lavoro a parità di salario. Va rivendicata l’abolizione di ogni forma di incentivi alle imprese e un piano di investimenti pubblici volto al potenziamento dell’industria in Campania come in tutto il Sud nei settori strategici della produzione e dei servizi. Contro ogni forma di gabbie salariali e di discriminazione dei lavoratori occorre lottare per uguali condizioni di lavoro e di salario su tutto il territorio nazionale. Allo stesso modo occorre riprendere la parola d’ordine del salario garantito per i disoccupati e gli inoccupati, non solo per il diritto sacrosanto di tutti a sopravvivere, ma anche per evitare ogni forma di ricatto al ribasso e contrastare la precarietà e il lavoro nero, cosa che va fatta anche attraverso il controllo dei registri contabili e la modifica del sistema degli appalti nelle pubbliche amministrazioni. Contro la logica del profitto che caratterizza le stesse aziende pubbliche e che le spinge a investire nei territori più profittevoli, la Cgil regionale e nazionale si devono fare carico di promuovere un piano di investimenti pubblici in infrastrutture, strade, ferrovie, scuole e ospedali e per il potenziamento del trasporto pubblico, così come per la bonifica immediata di tutti i territori e le acque inquinati da rifiuti tossici, aree industriali dismesse, ecc. È necessario che la Cgil organizzi sul territorio i bisogno dei lavoratori dei precari e di pensionati e dei settori popolari in genere attraverso la pratica della contrattazione sociale, con una continuità costruita in rapporto democratico con quartieri e comunità. Lotta contro gli sfratti, le chiusure di ospedali, per il diritto alla sicurezza e alla qualità della scuola devono diventare la linea politica da adottare. Nei casi come Bagnoli zona ex Italsider, il porto di Napoli e il suo sviluppo, la terra dei fuochi per troppi anni la Cgil è stata alla finestra o con partecipazioni non degne della storia di un sindacato come il nostro, che salvassero semplicemente la faccia. Il corpo militante dei tanti delegati deve essere coinvolto, lasciando che partecipi anche nel percorso di costruzione di tali momenti, dando un indirizzo e una posizione che sia frutto di discussioni collettive e che aiuti a far crescere il senso di appartenenza. Troppo spesso le iniziative della CGIL hanno avuto carattere ristretto e non sono mai fuoriuscite dalle stanze delle sedi, per far fronte a questo problema si proceda con indizioni di assemblee popolari capaci di connetterci realmente ai territori.

CGIL, quale sindacato utile per i lavoratori

Ai lavoratori napoletani oggi serve una Cgil diversa, capace di dare una prospettiva certa e organizzare lotte efficaci, la scelta di ritornare ai territori significa ridare rappresentanza in primo luogo ai lavoratori permettendogli di discutere, confrontarsi e decidere. Il ruolo del sindacato deve essere quello di offrire sostegno organizzativo competenze legislative e quell’agibilità sindacale che ancora i padroni non sono riusciti a riprendersi. Questo processo di rinnovamento ovviamente deve passare anche dalla necessaria svolta nella prassi di come si amministra l’organizzazione, trasparenza nei bilanci, che devono essere pubblici, maggior rappresentatività negli organismi dei lavoratori dei luoghi di lavoro, basare il proprio autofinanziamento sulle quote che pagano i lavoratori col tesseramento. Utilizzare le risorse prevalentemente al finanziamento di iniziative volte a far conoscere le posizioni del sindacato e sostenere le vertenze in atto. Potremmo così ritornare ad aumentare il tesseramento grazie ad una maggiore fiducia riposta nell’organizzazione. A tutto questo va affiancato un lavoro di formazione del corpo intermedio della Cgil capace di dare strumenti utili a chi si trova nei luoghi di lavoro, troppo spesso nelle nostre fila il livello di preparazione sulla storia del sindacato e sulla reale conoscenza dei contratti e delle leggi è lasciata alla volontà individuale dei delegati e dei lavoratori.

Sindacato altra cosa – OpposizioneCgil Napoli

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