7 aprile: report direttivo CGIL. E ora?

All'ordine del giorno la campagna referendaria su voucher e appalti.

Dopo due mesi, il 7 aprile si è tornato a riunire il Direttivo CGIL. Mutuando una brutta abitudine di alcuni partiti, è stato convocato alle 16: quasi a segnalare esplicitamene che il dibattito, per un organismo formalmente composto da 165 persone più gli invitati con diritto di parola, sarebbe stato rapido ed inessenziale.

All’ordine del giorno, un solo punto: la campagna sui due quesiti referendari (voucher e appalti). In teoria, era il Direttivo che doveva prender atto della vittoria ottenuta con il passo indietro del governo (approvazione del decreto che cancella le riforme su entrambe le questioni). In pratica, non si respirava molto un clima di festa. Da una parte perché il decreto non è stato ancora definitivamente convertito (manca ancora il Senato, dove gli equilibri parlamentari sono complessi), e quindi si è ancora in uno stato di vigilanza attiva (il giorno dopo era infatti previsto un attivo nazionale quadri e delegati). Dall’altra, e forse soprattutto, per un certo horror vacui: di linea, non sapendo bene come sviluppare una battaglia su articolo 18 e Carta dei diritti che non ha più gambe concrete (essendo i referendum archiviati ed il fronte contrattuale svuotato dalle scelte compiute sui rinnovi), e anche di direzione, essendosi aperto il percorso congressuale con un assetto dei futuri gruppi dirigenti, politico e nominativo, ancora indeterminato.

Il Direttivo del 7 aprile, allora, è parso più che altro una tappa di posizionamento rispetto a queste future dinamiche, più che un confronto di merito.

Susanna Camusso, nella sua relazione, ha sottolineato ovviamente la soddisfazione per il risultato in via di raggiungimento. Soprattutto, però, ha sostanzialmente sottolineato che questo successo è un risultato della sua linea, nonostante alcuni dubbi e contrasti anche nella maggioranza (a destra e a sinistra). In primo luogo, ha rivendicato la scelta di spostare il fronte dal conflitto sociale (scioperi, cortei e movimenti contro Jobsact, Buonascuola o manovre finanziarie) alla definizione dell’agenda politica (referendum), ponendo la CGIL al centro del dibattito politico e permettendole di ottenere dei risultati concreti (“è la prima volta che viene cancellata una legga sulla precarietà, si mostra che è possibile invertire la direzione”). Da questo punto di vista, inoltre, ha rimarcato l’attenzione di massa conquistata dalla CGIL. Un’attenzione però diversa dal passato: non più una spinta alla radicalizzazione delle posizioni o delle lotte, ma una pressione alla definizione di proposte e ad ottenere risultati. (Non ci esprimiamo qui sulla congruità di questa rappresentazione, tesa a rivendicare la supposta linearità di un percorso più che a evidenziare la reale dinamica degli avvenimenti: non casualmente, da questo punto di vista, è stato sostanzialmente omesso dal quadro la crisi di consenso che Renzi ha subito a partire dalla lotta di massa contro la Buonascuola, la sua caduta con la sconfitta del 4 dicembre, l’inattesa e temporanea debolezza del governo in un periodo segnato dalle primarie del PD). Secondo la Camusso, quindi, sarà necessario vigilare per presidiare questi risultati (vista la campagna stampa immediatamente partita per salvaguardare forme di precarietà e alleggerimento degli appalti, talvolta anche con il sostegno CISL che ha proposto il ritorno alla Legge Biagi). In questo quadro, ha proposto di proseguire l’intervenire sia sul fronte dei diritti sia su quello dell’art 18. Certo, proseguire … ma come? Come si può continuare la mobilitazione per cancellare i licenziamenti senza giusta causa se nella contrattazione si è abbandonato il fronte e se la strada referendaria è stata stoppata? Come, in questo quadro politico e senza mobilitazione sociale, provare a conquistare la Carta dei diritti? Su tutto questo non una parola, a parte l’annuncio di un corteo-festeggiamento per il prossimo 6 maggio e il proseguo dell’iniziativa giudiziaria europea. Oggi quindi era il momento della rivendicazione di un successo, più che quello della definizione di una strategia prossima e ventura (una strategia che proprio non si vede!).
La segretaria però ha tenuto a sottolineare anche un’altra questione: il welfare contrattuale. Uno strumento che, con la defiscalizzazione, rischia di ridurre le risorse per lo Stato sociale e quindi di far implodere i servizi pubblici (SSN e assistenza sociale locale), oltre che differenziare le prestazioni portando ad una progressiva corporativizzazione delle relazioni sociali (sic!). In questo quadro, ha annunciato un prossimo direttivo appositamente dedicato al tema, considerando la sua diffusione nei CCNL (ha evidenziato che potrebbe addirittura arrivare in quelli del pubblico impiego, con preoccupazione e stupore, come se non ci fosse la firma della CGIL sotto l’intesa del 30 novembre che mette nero su bianco questa intenzione), l’espansione di forme improprie di salario utilizzando la defiscalizzazione (come buoni carrello e buoni benzina) e le ipotesi di soluzioni territoriali che sono state avanzate in qualche realtà (accordi o convenzioni regionali sa sanità e welfare integrativo). Con un riferimento implicito, quindi, al recente contratto FIOM ed alle ipotesi avanzate in Emilia Romagna. Insomma, è sembrato quasi che il segretario rivendicasse il successo della sua linea per rivendicare una sua piena legittimità nel gestire la fase successiva, quella congressuale, senza i tanti freni emersi negli ultimi tempi.

Il dibattito che ne è seguito, non c’è bisogno di dirlo, è stato limitato. Nei tempi (la riunione è durata in tutto un paio d’ore) e nella sua espressione (non è intervenuto nessun segretario di categoria, nessun esponente delle diverse sensibilità o componenti della maggioranza). A parlare sostanzialmente solo alcuni compagni e compagne di DemocraziaeLavoro (Breda, David, Tuzi), con alcune note a margine (l’importanza di continuare la mobilitazione, in particolare sull’articolo 18; i migranti ed il decreto sicurezza; la centralità della partecipazione dei delegati/e alla campagna referendaria) e, non casualmente, la segretaria della Lombardia che ha rimarcato nell’ultimo intervento il valore della determinazione della Camusso, anche se diversi settori (lei compresa) nutrivano perplessità sul binomio Carta dei Diritti e Referendum.

Noi, come OpposizioneCgil, siamo intervenuti con il compagno Mario Iavazzi, che ha innanzitutto sottolineato l’assenza (nella relazione e nel dibattito) di ogni riferimento alla guerra in corso in Siria, all’attacco chimico su civili ed al successivo bombardamento USA. Un’ennesima e tragica deriva del conflitto in cui oramai sono protagonisti soprattutto dittatori, fondamentalisti e imperialismi. Una guerra che non può trovare silente o distratto il movimento operaio, ed in particolare il movimento operaio italiano e quello europeo, che si trova nelle sue immediate retrovie. In secondo luogo, il compagno Iavazzi si è contrapposto nettamente alla rivendicazione di una linea vincente, avanzata dalla segretaria generale: senza una ripresa immediata del confitto sociale, senza stimolare e far convergere le mille lotte disperse nel paese, nessun successo potrà esser mantenuto. Soprattutto un successo parziale e temporaneo come quello sui quesiti referendari (in questo articolo sono sviluppate le critiche avanzate nell’intervento). Per questo non serve un semplice corteo e tantomeno un festeggiamento (l’iniziativa proposta per il 6 maggio), serve invece riprendere una stagione di lotta contro un governo fotocopia che sta continuando le politiche economiche e sociali di Renzi. Una ripresa che dovrebbe iniziare subito, a partire da uno sciopero generale contro DEF e JobActs.

Le conclusioni della Camusso si sono sostanzialmente concentrate nel replicare al nostro intervento, ribadendo la rivendicazione di una linea che ha portato risultati “non solo per la Cgil ma anche per i lavoratori”. Il Direttivo si è quindi chiuso senza nessun voto, essendo per l’appunto soprattutto un’occasione di posizionamento sulle future dinamiche della CGIL. Rimane quindi la domanda: e ora? Al di là degli assetti e dei percorsi congressuali, come pensa la CGIL di sviluppare il contrasto a Jobacts, Buonascuola, precarietà e bassi salari? Attendiamo ancora una risposta. Per questo continuiamo a pensare che il sindacato sia un’altra cosa.

Sindacatoaltracosa-OpposizioneCgil

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