ANIA: un pessimo contratto dalla parte dell’impresa.

Note sul rinnovo del contratto degli assicurativi.

Ad oltre 3 anni dalla scadenza del precedente Ccnl e dopo ben 20 mesi di trattativa il 22 febbraio 2017 è stata sottoscritta dalle organizzazioni sindacali del settore assicurativo e l’Ania l’ipotesi di rinnovo del Ccnl.

Il nostro giudizio non può che essere fortemente negativo, innanzitutto per le modalità con cui si è svolta la trattativa, dalla presentazione della piattaforma sindacale (che come Opposizione in Fisac – Cgil avevamo giudicato insufficiente proprio perché non affrontava volutamente i temi che sarebbero stati poi il vero oggetto della trattativa) alla sua conduzione. In particolare, riteniamo particolarmente grave che le organizzazioni sindacali abbiano scelto di non agire mai l’arma della mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici del settore, anche di fronte alla manifesta volontà delle imprese di ottenere il rinnovo sulla base della propria piattaforma rivendicativa che considerava determinante la riscrittura delle norme sulla fungibilità/flessibilità di tutte le figure professionali (in particolare per i funzionari e per gli addetti ai contact center) e delle norme sull’orario di lavoro, nel quadro di una riduzione complessiva dei costi del personale, e nonostante la piena disponibilità alla mobilitazione manifestata nelle assemblee dalle lavoratrici e dai lavoratori.

Il risultato di merito dell’ipotesi di rinnovo rappresenta un sconfitta per le organizzazioni sindacali che avrà effetti negativi soprattutto nel rapporto con i lavoratori e le lavoratrici del settore, che mai sono stati coinvolti realmente dalle segreterie nazionali, in particolare negli ultimi sei mesi di trattativa. Ma veniamo al merito:

AREA CONTRATTUALE

La piattaforma sindacale rivendicava un rafforzamento dell’area contrattuale e un suo allargamento, anche a fronte del mutato assetto della filiera produttiva del settore assicurativo dovuto anche ai processi di innovazione tecnologica. In particolare, si chiedeva l’applicazione del Ccnl anche ai lavoratori che svolgono attività assicurative in aziende non di proprietà o controllate dalle compagnie rappresentate da Ania.

Nell’ipotesi di rinnovo è prevista l’applicazione del Ccnl solo al personale dipendente di società non controllate dalle compagnie assicurative che svolgono attività di contact center (quelli già esternalizzati), senza prevedere percorso e tempi certi per l’applicazione del Ccnl Ania, e, di fatto, incentivando le compagnie ad esternalizzare i contact center che oggi non lo sono, perché i lavoratori sarebbe “protetti” dall’applicazione del Ccnl (non però da quella dei contratti integrativi aziendali). Completamente lasciati a se stessi tutti quei lavoratori/trici che svolgono attività del ciclo produttivo delle assicurazioni è che dipendono da società non controllate dalle compagnie che applicano i più diversi contratti nazionali (si pensi a quanta liquidazione è svolta da società che applicano il CCNL del Commercio).

Non solo, si chiedeva l’applicazione del Ccnl Ania, seppur mantenendo specificità normative e retributive (la cosiddetta “ansa contrattuale” del Ccnl), ai dipendenti di Alleanza Assicurazioni e delle società appartenenti ad Aisa, oggi esclusi. Il risultato sono generiche e non esigibili dichiarazioni di Ania ad avviare processi di inclusione e addirittura, nel caso di Alleanza assicurazioni, un riconoscimento del ruolo delle segreterie nazionali come agenti contrattuali del prossimo rinnovo del Contratto nazionale Alleanza che rischia di ridurre prerogative e ruolo delle Rsa di questa compagnia.

INQUADRAMENTO

Mentre le organizzazioni sindacali non hanno mai voluto affrontare il tema della riscrittura della declaratoria sugli inquadramenti professionali, Ania ottiene l’obiettivo perseguito fin dal rinnovo precedente di riscrivere da subito le norme sui funzionari e l’impegno delle organizzazioni sindacali ad avviare un “cantiere” per la riscrittura di quelle sugli impiegati.

L’obiettivo di Ania era la riscrittura delle norme in modo tale da permettere alle imprese l’applicazione disinvolta delle nuove possibilità di demansionamento previste dal decreto legislativo 81/2015 (cosiddetto Jobs Act). In particolare, per poter demansionare i funzionari (7° livello di inquadramento) era necessario inserire nella medesima Area professionale (denominata Quadri) l’attuale 6° livello quadro (art. 93 CCNL). Non solo, la precedente Area professionale funzionari conteneva 3 livelli professionali/retributivi (3 gradi gerarchici) che con il rinnovo passano a due (Funzionario Business e Funzionario Senior). Contro la possibilità di demansionare, a parità di retribuzione, i funzionari “in caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali” (come recita il Jobs Act), le organizzazioni sindacali hanno ottenuto un impegno a non assegnare a mansioni di 6° livello Quadro gli ex funzionari di 2° e 3° grado (attuali Senior), e per gli ex funzionari di 1° grado “l’astensione … da ogni iniziativa in proposito fino al 30 giugno 2018”. Decisamente poco.

La manomissione degli inquadramenti ottenuta, in prospettiva, anche con riferimento al futuro “cantiere” sugli inquadramenti dell’area professionale Impiegati, prefigura un generale appiattimento verso il basso delle figure professionali e dei livelli di inquadramento, nell’ottica di una riduzione generali dei costi del personale dipendente e a scapito della crescita professionale e retributiva dei lavoratori.

ORARIO DI LAVORO

Anche su questo tema, molto sensibile tra i lavoratori e soprattutto le lavoratrici, l’obiettivo delle imprese è stato pienamente raggiunto.
Ania fin dall’inizio della trattativa aveva posto il tema della flessibilità dell’orario come dirimente per il rinnovo del Ccnl, articolando la sua rivendicazione sotto la parola d’ordine dell’esigibilità. Il Ccnl Ania infatti prevedeva già la possibilità di una diversa distribuzione dell’orario di lavoro di 37 ore settimanali (comprendente il venerdì pomeriggio) previo accordo con le Rsa, ma non prevedeva nulla in caso di mancato accordo. La posizione del sindacato sull’esigibilità era sostanzialmente di concedere alle aziende la possibilità di modificare unilateralmente l’orario di lavoro in caso di mancato accordo, limitando a tal punto la discrezionalità aziendale così da incentivare e valorizzare l’accordo con le Rsa. Il risultato della trattativa non poteva essere peggiore.

Il ruolo delle Rsa è fortemente ridimensionato (questo in realtà il vero obiettivo delle imprese). Il confronto infatti, “si esaurirà entro 30 giorni dalla data del suo inizio” e durante questi 30 giorni le organizzazioni sindacali “si asterranno da ogni azioni diretta”. Allo scadere di questo termine le imprese avranno due scelte possibili, certe ed esigibili, per modificare l’orario di lavoro:

  • Distribuire le 37 ore settimanali in egual misura dal lunedì al venerdì, riducendo la pausa pranzo a 45 minuti, con ingresso alle 8 e uscita alle 16,09, ferme restando le flessibilità prevista dai Cia.
  • Prevedere il venerdì pomeriggio lavorativo con il recupero delle ore lavorate in più oltre le 37 ore settimanali.

In particolare quest’ultima possibilità sarà molto gradita alle imprese, per le quali sarà possibile comandare fino ad un massimo dei 2/3 del personale di “tutte le aree/settori/funzioni dell’impresa” “anche con meccanismi di rotazione” al lavoro nel pomeriggio del venerdì, per non più di 23 venerdì all’anno a persona. Il recupero delle maggiori ore lavorate dovrà essere programmato con l’impresa e potrà avvenire solo in una o più giornate intere entro la fine di ciascun quadrimestre; infine, se non vengono recuperate, è prevista la loro monetizzazione (come ore ordinarie e non straordinarie).

È chiaro l’incentivo che le imprese avranno a far fallire il confronto con le Rsa aziendali per esigere questa nuova distribuzione dell’orario, portando di fatto all’aumento dell’orario di lavoro settimanale a 40 ore. La richiesta sindacale di rendere effettivamente fruibili le ore di recupero (prevedendone l’utilizzo ad ore e su base annua ed eliminando la possibilità della monetizzazione) non è stata accolta e costituisce l’ennesima sconfitta sindacale in questa trattativa.

Non solo, il sindacato aveva anche chiesto l’introduzione del principio della volontarietà e che fossero previste delle esclusioni per i dipendenti in particolari situazioni personali (pendolari, legge 104, categorie protette ecc.); la formulazione ottenuta (“avranno cura di coinvolgere prioritariamente i lavoratori che presteranno il proprio consenso e terranno conto di particolari, gravi e comprovate situazioni…”) è generica, non impegnativa e lascia nuovamente alle imprese un ampia dose di discrezionalità.

CONTACT CENTER

Nel quadro di un rinnovo contrattuale che nelle intenzioni doveva migliorare la situazione dei “soggetti più deboli della filiera produttiva”, la piattaforma sindacale chiedeva l’inserimento degli addetti ai contact center nella parte prima del CCNL e l’inquadramento contestuale al 3° livello retributivo. Il risultato ottenuto è un vero e proprio pasticcio e in realtà risulta funzionale agli obiettivi perseguiti dalle imprese sul terreno della fungibilità di mansioni per tutto il personale dipendente.

Infatti, il superamento della parte terza è parziale. Viene introdotta una sezione terza nella parte prima del CCNL solo per quel che riguarda la declaratoria dell’inquadramento del personale addetto alle attività dei contact center sinistri, vendita, di back office e di assistenza (nuovo art. 144), mentre la disciplina dei profili professionali, delle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa, degli orari ecc. rimane nella parte terza del CCNL (art. 165 e ss.). Inoltre, il 3° livello retributivo per gli addetti alla ex sezione prima (ora addetti al contact center operations) non viene raggiunto, essendo previsto l’equiparazione al 95% del 3° livello retributivo solo al 01.01.2019.

Questo nuovo assetto normativo, riconducendo le mansioni degli addetti ai contact center a quelle del 3° livello di inquadramento amministrativo, consentirà alle imprese non solo la mobilità orizzontale tra le mansioni ora dello stesso livello “nei casi di modifica degli assetti organizzativi aziendali” (cioè sempre…), ma anche il demansionamento a parità di retribuzione degli impiegati di 4° livello amministrativo (vedi Jobs Act). La norma transitoria che prevede l’impegno “a non adibire gli impiegati di 3° livello amministrativo ad attività di contact center (per la durata del CCNL)” è subito derogata dalla previsione che “la suddetta tematica potrà formare … mediante confronto sindacale … oggetto di esame laddove si dovessero presentare importanti situazioni che determinano ricadute sui livelli occupazionali”. Tradotto: se nel periodo di validità del CCNL l’impresa dichiarasse esuberi, previo accordo sindacale aziendale, è possibile ricollocare personale di 3° livello amministrativo nei contact center.

Nell’organizzazione del lavoro nei contact center poi, c’è una vera rivoluzione copernicana a favore delle imprese con l’accettazione da parte sindacale della piena fungibilità tra mansioni (di vendita, sinistri, back office e assistenza) e dell’introduzione della mansione mista. La salvaguardia economica in caso di fungibilità, prima prevista e oggetto dell’accordo vincolante con le Rsa aziendali, adesso verrà riconosciuta soltanto per i lavoratori già in forza alla data di sottoscrizione del CCNL (con buona pace della vittoria contro i “doppi regimi” declamata dalle organizzazioni sindacali) e per un tempo di soli quattro mesi. Così anche per la mansione mista, per la quale viene introdotto il principio che “il trattamento economico del personale sarà riconosciuto in misura proporzionale alle tipologie di attività di volta in volta espletate”.

La tanto sbandierata crescita professionale che il nuovo assetto normativo dovrebbe consentire agli addetti ai contact center è smentita dalle confermate limitazioni percentuali previste per i passaggi da parte terza a parte prima nei casi di necessità di assunzioni di personale nei servizi liquidativi, assuntivi o amministrativi delle imprese.

Da ultimo, ma non meno importante, occorre sottolineare che non è presente nessuna clausola di salvaguardia per gli accordi aziendali già in essere riguardanti fungibilità e salvaguardia dell’economico, con il rischio che, essendo di miglior favore per gli addetti, vengano tutti disdettati dalle imprese.

ECONOMICO

Il CCNL precedente aveva previsto l’ultimo aumento il 01/07/2013, ma occorre considerare che questo rinnovo avrebbe dovuto recuperare il differenziale inflattivo per gli anni 2011-2013. L’allungamento della durata contrattuale al 31.12.2019 produce quindi il fatto che i 103 euro di aumenti a regime ottenuti per un 4° livello settima classe, non coprono affatto il recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni per gli anni dal 2011 al 2019.

Considerando infatti l’inflazione effettiva degli anni 2011-2016, gli arretrati fino al 2016 sarebbero dovuti essere mediamente pari a poco più di 2029,00 euro. Nelle tasche dei lavoratori, al 31.12.2016, entrano invece tra arretrati e una tantum solo 968,14 euro (4° livello 7^ classe), con un tasso di copertura dell’inflazione effettiva del 47,70%. Un vero e proprio regalo alle imprese!

La maggior parte degli aumenti poi è spostato in avanti , nel 2018 e nel 2019, e gli arretrati non saranno considerati utili ai fini previdenziali e di qualche altro istituto per gli anni 2013-2016, ma solo per l’accantonamento del TFR per l’anno 2017.

Infine, negli aumenti ottenuti non è prevista nessuna percentuale dovuta alla redistribuzione della produttività e della ricchezza del settore che, solo considerando il periodo 2012-2015, ha visto un ROE medio annuo a due cifre (10,2%) e utili in media superiori ai 5 miliardi di euro. Anche il 2016 chiuderà con un utile di settore paragonabile a quello del 2015 (5.700 milioni di euro), questo significa che solo l’1,2% degli utili stimati per il 2016 e per gli anni a venire, cioè 72 milioni di euro su quasi 6.000, verrà distribuito ai 48.000 dipendenti del settore (103€ lordi al mese, meno di 1.500€ lordi all’anno moltiplicati per i 48.000 dipendenti).

Se il 98,8% degli utili del settore andranno agli azionisti e solo l’1,2% andrà ai lavoratori non c’era modo migliore per esprimere da parte delle imprese il valore che danno ai loro dipendenti, alla faccia della tanto strombazzata responsabilità sociale delle imprese!

Sindacalmente l’ennesima sconfitta. Il risparmio delle imprese andrà ad incrementare sicuramente la massa salariale destinata ai sistemi incentivanti e ad indebolire ulteriormente la contrattazione collettiva.

LCA

Il nuovo allegato 17 sostituisce il precedente che, è bene ricordarlo, prevedeva:

  • un Fondo costituito presso l’Inps che doveva garantire tra le prestazioni un’indennità pari al 60% dell’ultima retribuzione annua lorda a favore dei dipendenti di imprese poste in liquidazione che avessero maturato i requisiti per la pensione obbligatoria nei successivi 5 anni;
  • un’indennità pari a tre annualità lorde per i dipendenti di imprese in liquidazione che avessero volontariamente risolto il rapporto di lavoro.
  • una riserva del 10% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato per i lavoratori di imprese in LCA, impegno che aveva durata pari a 7 anni dalla data di messa in liquidazione.

Quanto previsto dal nuovo allegato 17 è un’autentica beffa: la percentuale di riserva scende al 3%, ma solo per assunzioni con contratto a tempo determinato di durata minima di 24 mesi e solo per i licenziati, da imprese in LCA, dopo il 1° gennaio 2017. Il resto non è più previsto. L’Ania ottiene in cambio anche la rinuncia alla causa contro di lei e Ergo assicurazioni che il sindacato aveva fatto per la mancata applicazione del Fondo.

ALLEGATO 18

Viene previsto, in sede di stesura del testo coordinato del nuovo CCNL, la revisione dell’accordo sulle flessibilità di accesso al lavoro (Allegato 18). C’è dunque un impegno delle parti ad adattare l’allegato 18 alle nuove norme di legge. Non c’è nulla di buono da sperare considerato l’esito della trattativa di rinnovo del CCNL, anche perché l’Ania ha già richiesto di aggiungere lo staff leasing tra le tipologie contrattuali per l’accesso al lavoro nel settore.

APPALTO ASSICURATIVO

La dichiarazione politica ottenuta ha esclusivamente un valore simbolico, perché tardiva e assolutamente non esigibile.

PER QUESTE RAGIONI IL NOSTRO GIUDIZIO NON PUO’ CHE ESSERE FORTEMENTE NEGATIVO ED INVITEREMO LE LAVORATRICI E I LAVORATORI A RESPINGERE IN ASSEMBLEA L’IPOTESI D’ACCORDO CON IL LORO VOTO CONTRARIO!

Sindacato è un’altra cosa – Opposizione Cgil in Fisac

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