Manovra, contratti e decreto Madia

Un riflessione di Alex Casella, RSU Agenzia delle entrate, sindacatoaltracosa-OpposizioneCgil nella FP Torino.

La pagliacciata a cui abbiamo assistito in questi giorni e cioè la querelle tra il nostro Governo e la Commissione Europea per “l’aggiustamento strutturale dello 0,2% del PIL” e conseguente “sforzo aggiuntivo” (= manovra), prima apparentemente rigettato e poi accettato con squallida sottomissione, mette in modo pressochè definitivo la parola fine ad ogni speranza circa la parte economica (già del tutto insufficiente) dello pseudo-accordo pre-referendario sul rinnovo dei nostri contratti.

Questo non tanto per l’entità di questa specifica manovra (sebbene in caso di “tagli lineari ai ministeri” potremmo essere colpiti ulteriormente sul salario accessorio) quanto per la plateale sudditanza  del Governo rispetto alla Commissione Europea e alle sue demenziali ricette di distruzione della domanda interna e di svalutazione dei salari.

E’ interessante osservare la tecnica con cui i media sono riusciti a prenderci in giro tutti per farci accettare la prossima manovra di tagli e aumenti di accise. Il mantra di Padoan (quello che “il dolore provocato dall’austerità è efficace ma va comunicato meglio” – WSJ 29/04/2013), trasmesso a reti unificate, è stato il seguente: “non fare la manovra comporterebbe una procedura di infrazione da parte della UE e dunque il commissariamento dell’Italia” ben sapendo che, agli occhi dell’opinione pubblica, la parola “commissariamento” è diventata sinonimo di “Grecia”, dunque meglio rassegnarsi.

Innanzi tutto vanno chiarite un paio di cose. Primo: non sta scritto in nessuna parte della Costituzione che l’Italia possa essere commissariata da potenze straniere. Secondo: come è possibile che siano entrati nel nostro Ordinamento dei trattati che possono prevedere il commissariamento dell’Italia? Chi li ha sottoscritti? Perché non è intervenuta la magistratura?

Nel caso specifico però si tratta di un bluff studiato per intimidire il telespettatore e convincerlo ad accettare le nuove accise. Infatti sarebbe la prima volta che la Commissione Europea azioni la procedura contro uno Stato in cui il rapporto deficit/PIL sta al di sotto del fatidico 3% mentre molti altri sono nettamente al di sopra (ad esempio Francia e Spagna), per non parlare della Germania che sfora continuamente (e impunemente) il limite del surplus commerciale alimentando la crisi nei Paesi periferici.

Inoltre la sola procedura di infrazione in se non è affatto così pericolosa (NB: con le regole attuali). Si tratta infatti di un complicato procedimento burocratico che potrebbe forse portare ad una multa dopo parecchi anni ma che più spesso finisce senza conseguenze.

E’ proprio per questo infatti che i falchi tedeschi stanno puntando su nuovi trattati ancora più stringenti e devastanti (ESM, ERF, ministro delle finanze europeo, ecc..) per imporre automaticamente l’austerità e il taglio dei salari indipendentemente da qualsiasi volontà degli elettori, trattati ancora più capestro che vengono propagandati da noi con “rassicuranti” espressioni del tipo “ci vuole più Europa” – “bisogna completare il processo di integrazione europea”, ecc..

Esiti ancora più scandalosi li possiamo poi trovare esaminando l’oggetto del contendere, cioè come viene calcolato “l’aggiustamento strutturale” richiesto dalla Commissione Europea e sulla base di cosa ci vengono imposte queste manovre ridicole.

Ridicole e per di più inutili visto che (come dimostra l’evidenza dei fatti, ammessa perfino dal FMI) in questa fase ogni stretta fiscale produce un effetto recessivo maggiore con un moltiplicatore di almeno 1.5. Il che vuol dire ad esempio che una manovra di 3,4 miliardi produce una recessione di almeno 5 miliardi dunque, se l’obiettivo è la riduzione del rapporto debito/PIL, si ottiene esattamente l’effetto contrario.

Inoltre il cosiddetto “disavanzo strutturale”, sulla base del quale ci vengono imposte le manovre, viene calcolato tenendo conto di un altro parametro che si chiama “tasso di disoccupazione strutturale” (o NAIRU) che, per l’Italia, è fissato oggi all’11%.

Semplificando vuol dire che, secondo la Commissione Europea, l’Italia è tenuta a mantenere come obiettivo un tasso di disoccupazione che deve essere ALMENO l’11%, cioè non può andare al di sotto, pena il richiamo da parte della stessa Commissione per “squilibri macroeconomici” con l’imposizione di manovre recessive. Se i vostri figli non trovano lavoro, pensateci!

 Affossata la parte economica dello pseudo-accordo del 30 novembre, anche sulla parte normativa le premesse non sono affatto buone.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad un pesante incremento del pestaggio mediatico dei lavoratori pubblici su ogni tipo di canale, dalla rievocazione della vecchia storia dei vigili urbani di Roma nel Capodanno di 2 anni fa, alle continue accuse di assenteismo (dove vengono annoverate, tra le cause di assenteismo, perfino le ferie e la maternità!), al fatto che ci ammaleremmo di più dei dipendenti privati (e per forza, siamo anche mediamente molto più vecchi!), al fatto che, secondo i “luminari” delle statistiche in TV, ci si ammala spesso di lunedì (già…se ci si ammala di sabato quando si fa la comunicazione di messa in malattia? Di lunedì….e se capita di domenica? Sempre di lunedì. Idem se avviene di lunedì. Quindi otteniamo “magicamente” ben 3 probabilità su 7 che l’inizio della malattia avvenga proprio di lunedì…strano, vero??).  Perfino al Festival di San Remo si è fatta la glorificazione in diretta eurovisione di un tizio che ha dichiarato di aver rinunciato a 240 giorni di ferie (piccolo particolare: rinunciare alle ferie è INCOSTITUZIONALE!).

Tutto questo ovviamente non avviene per caso ma serve per spianare la strada al nuovo decreto sul pubblico impiego le cui anticipazioni sono sconcertanti. Si va da una pesantissima stretta ai permessi (in primis legge 104) fino al pagamento di quel che resta del salario accessorio in funzione delle “faccine JL” di gradimento degli utenti, al licenziamento in tronco per “scarso rendimento” in caso di “reiterata valutazione negativa” del dirigente, ai primi elementi di introduzione del jobs act nel pubblico impiego.E’ bene infine mettere la mani avanti su questo punto, nel caso in cui a qualcuno venisse in mente, più avanti, di raccontarci trionfante che col rinnovo del contratto (se avverrà) si è “tutelato il potere di acquisto dei lavoratori” in modo che si sappia bene cosa rispondergli.

Solo considerando il salario diretto (dunque senza contare le perdite su welfare, incremento tassazione e minori prospettive pensionistiche) abbiamo perso nei lunghi anni di blocco, circa il 10% del nostro salario per via dell’inflazione cumulata (che era piuttosto consistente rispetto alla situazione attuale, tra il 2% e il 3% nei primi anni di blocco) ma non è tutto.

Tutti noi abbiamo la sensazione che il nostro salario non solo è rimasto fermo in questi anni ma è anche retrocesso. Purtroppo non è solo una sensazione ma una realtà certificata anche dal sole 24  ore che, in un articolo recente, ci mostra come noi dipendenti dell’Agenzia delle Entrate (tra i più penalizzati in assoluto) abbiamo avuto anche un calo nominale del salario complessivo dell’8% nel periodo 2011-2015, in virtù del fatto che nello stesso periodo il nostro salario accessorio ha subito tagli per quasi il 18%.

Resta da vedere che tipo di reazione ci sarà dai sindacati e dai lavoratori dinanzi a una situazione che si prospetta come un clamoroso fallimento su tutta la linea.

Alex Casella, RSU Agenzia delle entrate, sindacatoaltracosa-OpposizioneCgil nella FP Torino

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