Art.18. La Consulta dice no. La CGIL dichiari sciopero!

Sull'inammissibilità del quesito proposto, sulla strategia della CGIL

La Corte Costituzionale si è espressa. Il referendum della CGIL sull’articolo 18, per ristabilire ed estendere il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento, è inammissibile.

Strano. Certo, noi non siamo giuristi. Non sappiamo dare una valutazione in punta di diritto. Ci limitiamo a un osservazione. Referendum sull’art.18, sul reintegro in caso di licenziamento, ce ne sono già stati. Non capiamo allora perché quello che era ammissibile ieri, non lo è più adesso. Sicuramente in sede di elaborazione del quesito sarebbe stata necessaria una valutazione più attenta sulla formulazione tecnica e le sue eventuali conseguenze. In ogni caso non capiamo come ci possa esser una discrezionalità così ampia da parte della Consulta. Cinque giudici hanno votato a favore: la sua ammissibilità non era quindi giuridicamente insostenibile. Come è possibile allora che, senza nessun particolare quorum, si possa respingere senza appello la volontà di centinaia di migliaia di persone, che hanno chiesto un referendum secondo le complicate procedure di legge? La Corte Costituzionale, oggi come in altre occasioni, ci sembra cioè sia entrata su una valutazione di merito, di contingenza e di opportunità, esprimendo quindi un profilo politico, ben oltre il suo ruolo istituzionale. Appunto: strano, straordinario, eccezionale, anche in una democrazia borghese e liberale come la nostra.

E’ quindi evidente il profilo politico di questa sentenza. Un decisione che emerge nel clima di queste settimane, segnato dalla sconfitta del governo sul referendum costituzionale del 4 dicembre e dall’incertezza istituzionale sulla legge elettorale. Dopo la sconfitta sulla riforma costituzionale, l’eventuale voto sui referendum CGIL aveva oggettivamente assunto il valore di una verifica del consenso popolare sull’insieme delle politiche economiche e sociali di Renzi e del PD. Voucher e art 18, in particolare, avrebbero potuto ribadire il risultato del 4 dicembre. Tra parentesi: se oltre a questi referendum la CGIL avesse appoggiato anche quelli sulla Buonascuola e quelli sociali (trivelle, inceneritori, beni comuni), questo profilo complessivo sarebbe stato ancor più evidente. La decisione della Corte Costituzionale, invece, inceppa questa dinamica. Facendo cadere il referendum più rappresentativo, quello che colpisce il cuore del Jobs Act (i licenziamenti e il potere del padronato nei luoghi di lavoro), cerca di far cadere ogni elemento sociale e di classe dal confronto politico in corso. Svolge un suo compito di difesa delle Istituzioni, ma lo fa contro la volontà popolare e contro la giustizia sociale. Si schiera, quindi, dalla parte dell’Ordine Costituito.

La responsabilità della CGIL, allora, crediamo non stia tanto nell’elaborazione più o meno corretta del quesito. La responsabilità della CGIL sta nell’aver definito una propria strategia referendaria, in splendida solitudine ed astraendola dalla propria azione complessiva.

Nell’autunno 2014, quando il Jobs Act fu approvato, la CGIL arrivò tardi allo sciopero generale (10 giorni DOPO la sua definitiva approvazione da parte del Senato). Con la ripresa dell’anno, il suo gruppo dirigente (compreso quello della FIOM) sospese ogni mobilitazione, volendo evitare ogni contrasto frontale con governo e padronato. Da allora, infatti, non sono più stati convocati scioperi generali ed anche quelli di settore sono stati tenuti rigorosamente separati tra loro, cercando di evitare ogni possibile circolazione e convergenza delle lotte. Ci si propose, si disse, di trasferire il contrasto al Jobs Act nella contrattazione. Quella stagione di rinnovi è ancora in corso, senza nessun risultato in merito: né nei contratti aziendali o territoriali, né nei ccnl.

Per questo nel 2016, la CGIL ha deciso di spostare nuovamente sul piano generale il confronto con il governo. Sempre evitando, però, la costruzione di un fronte di lotta generale, isolando questo intervento dai rinnovi contrattuali e dai conflitti in corso e evitando una mobilitazione generale. In consapevole solitudine ha quindi elaborato una propria Carta, per provare a raggiungere per via parlamentare una possibile riconquista dei diritti. I referendum sono stati quindi pensati, esplicitamente, come semplici strumenti di pressione su un mondo parlamentare schierato su posizioni padronali. A riportare i referendum, e le tematiche del lavoro, al centro del dibattito è stata la sconfitta del governo il 4 dicembre e la conseguente dinamica politica.

Allora, questa bocciatura può esser un occasione per la CGIL. Un’occasione per cambiare strada e dismettere una strategia che tende ad isolare le diverse vertenze contrattuali, i conflitti dispersi nel paese, la battaglia generale in difesa dei diritti sociali. Può esser l’occasione cioè per costruire una campagna sui quesiti rimasti, a partire da quello sui voucher, sviluppando una mobilitazione generale contro le politiche renziane e padronali che ancora informano questo governo e la maggioranza del quadro politico. Per questo è necessario ed urgente che la CGIL risponda a questa decisione non soltanto ricorrendo alla Corte Europea, ma soprattutto dichiarando uno sciopero generale, per cacciare il governo Gentiloni, per l’abrogazione del Jobs Act e il reintegro in caso di licenziamento, contro la Buonascuola, per la difesa dei diritti del lavoro. Per questa svolta, per costruire una campagna sociale, per riprendere la mobilitazione e sviluppare questa lotta generale contro le politiche padronali della maggioranza del Parlamento, continueremo ad impegnarci come Area sindacale nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Sindacatoaltracosa – OpposizioneCgil

 

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