AG Cgil. L.Scacchi: una discussione astratta, serve una svolta

intervento di Luca Scacchi alla Assemblea Generale della Cgil del 29 novembre 2016

Oggi stiamo discutendo le difficoltà della raccolta firme per la Carta dei diritti ed i referendum (voucher, appalti, articolo 18). Una discussione anche sulle evidenti differenze, soprattutto in alcuni territori, tra il numero di persone teoricamente consultate ed il numero di firme effettivamente raccolte. Rapporti che non tornano, anche tenendo conto dei diversi contesti. Questa discussione è però astratta: la stiamo conducendo esclusivamente da un versante organizzativo. Il rapporto tra categorie e confederazione, tra delegati/e e apparati, tra sindacalismo orizzontale e verticale, è estrapolato da quel contesto concreto che può dargli significato. Parliamo quindi per astrazioni, perdendo il senso di quello di cui stiamo dicendo e soprattutto di quello che sarebbe necessario fare. E’ paradossale che diversi interventi (ad esempio la compagna Lattuada), come anche la relazione, sottolineino l’importanza di costruire una coerenza politica tra la nostra azione quotidiana e questa campagna sui referendum. E’ paradossale, perché proprio qui non lo stiamo facendo. Infatti stiamo discutendo della raccolta firme e della prossima primavera referendaria senza parlare dei conflitti sociali, della nostra linea nei confronti del governo e dei nostri rinnovi contrattuali. Per questo intendo sottolineare in particolare tre punti.

Primo. Il rapporto tra partecipazione e mobilitazione. Molti interventi, come la stessa relazione, hanno sottolineato l’importanza di attivare i nostri delegati. Senza un diretto coinvolgimento di decine di migliaia di delegati e delegate, non sarà possibile condurre una battaglia referendaria. Landini ha sottolineato addirittura la centralità di tutti i nostri iscritti. Però una partecipazione di massa non si innesca artificialmente, con la semplice volontà di un’organizzazione. Neppure di una grande organizzazione come la nostra. Non si costruisce indipendentemente dalle dinamiche sociali, da un rapporto concreto con gli avvenimenti ed i conflitti che quotidianamente si sviluppano nel paese. Si costruisce cioè a partire da contraddizioni reali, percepite a livello di massa, su cui noi possiamo costruire un indirizzo, un orizzonte, una proposta di sbocco. Non possiamo cioè pensare di calare nel paese una campagna referendaria, dal 5 dicembre o nella prossima primavera, che sia scollegata dai processi sociali e politici in corso. Non possiamo pensare di condurre una campagna referendaria sganciata dalla mobilitazione, dalle lotta e dai conflitti che abbiamo costruito o che intendiamo costruire. Qui abbiamo un problema evidente. In questi mesi, in questo lungo autunno, non abbiamo cercato e sviluppato la mobilitazione, non abbiamo condotto alcuna lotta di massa contro il governo Renzi, sui contratti, contro la loro gestione di questa crisi. Anzi. Abbiamo bloccato, rarefatto, rimandato. Abbiamo puntato tutta la nostra strategia sull’attesa di tempi migliori e sulla ricerca di una trattativa con il governo (pensioni, contratti, fisco, ecc). Per rilanciare una grande campagna di massa, in grado di fare di quei tre referendum un segno di svolta (uscendo quindi dal loro specifico e parlando all’insieme della popolazione), non possiamo pensare semplicemente di attivare a freddo, per semplice nostra intenzione, decine di migliaia di attivisti in un’azione di porta a porta. Abbiamo bisogno di accompagnare e significare questa azione con una svolta politica. Abbiamo bisogno di intrecciare questa iniziativa ad una ripresa delle mobilitazioni e dei conflitti, a partire dalle grandi questioni dei diritti, del salario, delle condizioni di vita e di lavoro che interessano materialmente milioni di persone. Pensioni, scuola, salario, organizzazione del lavoro, casa e salute. Landini ha richiamato qui la necessità di costruire una “coalizzazione sociale”: la necessità di allearsi con un ampio fronte di soggetti (associazioni, studenti e volontariato) per vincere al referendum. Pone un esigenza giusta, ma anche qui astraendola dai conflitti e dalle dinamiche sociali. Non abbiamo bisogno della Coalizione Sociale che abbiamo conosciuto negli scorsi anni. Non sono alcune riunioni in un cinema o in un’aula universitaria, non sono qualche centinaio, o talvolta qualche decina, di esponenti politici o dell’associazionismo che costruiscono una coalizione: è la capacità di sostenere e far convergere in un percorso comune i conflitti concreti che si sviluppano nel paese, ricomponendoli e costruendo una piattaforma generale di mobilitazione. Per vincere ai referendum, per dare un senso di massa a questa battaglia, serve allora chiudere con il lungo immobilismo che ci contraddistingue dall’abbandono della lotta contro il Job Act. Serve intrecciare il nostro No alla riforma costituzionale, un No sociale e del lavoro, con il rilancio di una nuova stagione di lotta: serve collegare la possibile vittoria del 4 dicembre con la nostra successiva battaglia referendaria, per rafforzare questa battaglia ed anche per dare a questa possibile vittoria un percorso ed uno sbocco dalla parte del lavoro, e non della reazione di Lega e M5S.

Secondo. Il rapporto tra categorie e confederazione. Alcuni interventi hanno segnalato il rischio di una verticalizzazione del sindacato sulle categorie e le loro diverse identità, rarefacendo la confederazione ed il suo ruolo generale di ricomposizione dell’insieme del mondo del lavoro. Alcuni hanno anche sottolineato il problema della Legge 460, dell’autonomia delle categorie e delle conseguenti dinamiche divisive che questa normativa ha innescato. Anche qui, si affronta la discussione dal versante organizzativo, omettendo il problema a monte. La divisione tra categorie e sindacato generale non è un rischio. E’ un processo in corso da tempo. Non è un problema organizzativo (o solo organizzativo), è un problema politico. Per una lunga stagione, dopo il tramonto della fase concertativa, nella perenne ricerca di un nuovo Grande Accordo con governo e padronato, siamo stati un condominio. Ogni categoria ha condotto le proprie politiche contrattuali, cercando autonomamente le proprie strategie con cui la crisi prima, e la Grande Crisi poi, poteva esser affrontata. Ognuno ha trovato i suoi punti di caduta e di tenuta (chi ha allungato il periodo di vigenza dei contratti, chi ha ceduto sulle deroghe al CCNL sin dai primi anni duemila, chi ha tenuto sul salario e chi sull’organizzazione del lavoro, ecc). Abbiamo abituato i nostri gruppi dirigenti, nazionali e territoriali, i nostri delegati ed i nostri iscritti, a pensare ed a pensarsi in primo luogo come categoria, come specifico settore particolare ed indipendente dagli altri. Anche oggi è cosi. E’ vero, per la prima volta da molto tempo ci siamo dati una comune strategia contrattuale, addirittura a livello unitario. E’ il documento Cgil Cisl Uil dello scorso gennaio. Quella linea, a mio parere, è costruita su uno scambio. Nel secondo livello, infatti, si sono pienamente assunti gli obbiettivi padronali: competitività e sviluppo economico, crescita della produttività, efficienza, qualità e innovazione organizzativa. Nel contempo, però, si traccia una sottile trincea: si mantiene il CCNL ed una contrattazione nazionale dello stipendio, con l’obbiettivo di una “crescita dei salari –non solo riferita alla tutela del potere d’acquisto- che si rivolga alla generalità delle lavoratrici e dei lavoratori”, conseguendo anche gli obbiettivi macroeconomici del “rilancio della domanda interna e della produttività”. Così ci sono stati diversi rinnovi (dal commercio all’igiene ambientale). Noi, come OpposizioneCGIL, pensavamo che questa strategia fosse sbagliata, questo scambio inaccettabile. Pensiamo poi che questi rinnovi siano stati sbagliati anche nel merito: pochi i soldi conquistati, troppe le concessioni sull’organizzazione del lavoro. Ma non è questo il punto ora. Il punto è che oggi una categoria importante, i metalmeccanici, una categoria generale che ha influenza sui rapporti complessivi tra le classi e sui conseguenti modelli di relazione sindacale, sta rinnovando il suo contratto su un’altra e diversa impostazione. Non entro ora nel merito dell’ipotesi siglata dalla FIOM. Non è questo il luogo. Sapete che siamo contrari: ci siamo espressi nella delegazione trattante; si sono espressi le nostre compagne ed i nostri compagni nel CC della FIOM; ci esprimeremo nelle prossime settimane negli attivi e nelle assemblee, insieme ai delegati ed alle delegate che diranno No a quel rinnovo. Quello però che voglio qui sottolineare è la differenza di impostazione di questo contratto. Non sono solo la cifre che sono diverse, molto diverse dagli altri. E’ che si prevede a livello nazionale il puro recupero del potere d’acquisto (IPCA): tutta la redistribuzione della ricchezza, il recupero della produttività, è concentrato nei contratti di secondo livello e nella parti variabili di stipendio (le fisse sono assorbibili). Nel contempo un dirigente FIOM mi pare che abbia sottolineato come sia un contratto che non presenta nessuno scambio. Ecco, qui emerge una contraddizione tra due strategie. Noi le riteniamo entrambe sbagliate. Ma al di là del merito, qui emerge il problema di quale confederalità abbiamo. Non voglio metter in discussione l’autonomia delle categorie, come l’ovvia differenza e articolazione tra settori e comparti. Voglio sottolineare che è difficile promuovere un sindacato generale, una dimensione confederale, astraendola dai comportamenti concreti, da linee generali, da iniziative trasversali. Qui, come sappiamo, i problemi sono diversi: ne abbiamo avuto un esempio anche all’ultimo Direttivo sulla questione del welfare contrattuale. Non possiamo ometterli dal quadro, discutendo solo astrattamente di verticalità e orizzontalità, come se fossero costrutti indipendenti dalle concrete strategie e pratiche sindacali che conduciamo quotidianamente.

Terzo. Il congresso e il nostro rapporto con gli iscritti. Nicolosi nel suo intervento ha sottolineato le discrasie tra la partecipazione alla consultazione e le firme realmente raccolte (in alcuni territori la metà, in alcuni persino un terzo). Ed ha sottolineato che se aggiungessimo un’ulteriore colonna, quella della partecipazione all’ultimo congresso, sarebbe illuminante. E’ vero. E’ proprio vero. Guardate le tabelle della partecipazione ai congressi. Magari per Camera del lavoro invece che per Regione. Correlatele con quelle della partecipazione alla consultazione. All’ultimo congresso abbiamo denunciato pubblicamente, oltre che nelle apposite commissioni, che al di là di specifici comportamenti e situazioni, qualcosa non tornava. Qualcosa evidentemente non torna. In alcune realtà ci sono partecipazioni altissime, percentuali incredibili di partecipazione, molto superiori se non doppie di quelle delle Camere del Lavoro che hanno un radicamento storico e significativo (per non parlare, al congresso, di quelle dove abbiamo potuto garantire una presenza significativa alle assemblee di base, dove la differenza è ancora più evidente e di molto). Sono ed erano percentuali che esistono solo sulla carta. Non voglio tornare qui su quella polemica. Voglio invitarvi a riprendere oggi quei dati e provare oggi, lontani da quella stagione congressuale, a ragionare su quali prassi e abitudini si sono costruite nell’organizzazione. Non è così che si costruisce un sindacato. Come molti hanno ricordato, fra poco si riunirà la Commissione sul congresso. E’ un’occasione. Per provare anche qui a dare una svolta. Per cambiare queste prassi. Per salvaguardare il pluralismo. Non è solo una campagna referendaria che non si costruisce con urla o ordini di servizio. Anche l’unità dell’organizzazione non si costruisce con urla o ordini di servizio. Alla nostra strategia, ad un sindacato generale, non serve l’univocità delle voci: serve salvaguardare un organizzazione in grado di rappresentare (e comprendere al suo interno) la pluralità del movimento operaio, che da sempre presenta diversi interessi, identità, posizioni, opinioni e progetti politici. Una pluralità che deve esistere nei gruppi dirigenti e nell’apparato (e così non è e non è stato in questi anni), come tra i nostri delegati e delegate (come ha sottolineato Eliana nel suo intervento).

Allora, in conclusione, se volgiamo impegnarci veramente nel ricostruire una confederalità, se vogliamo provare a vincere questa battaglia referendaria, dobbiamo dare una svolta nella nostra azione: dobbiamo riprendere la mobilitazione, dobbiamo coordinare le nostre iniziative contrattuali senza sbandamenti o contraddizioni, dobbiamo ricostruire una pratica sana nell’organizzazione senza imporre univocità o maggioranze schiaccianti costruite sulla carta.

Luca Scacchi

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