La costituzione di JP Morgan

Una analisi della Riforma costituzionale dal punto di vista economica

di Giovanna Vertova (università di Bergamo). L’articolo è pubblicato sul n.7 del Notiziario: Dalla NOstra parte! Il 4 dicembre vota NO!
“I sistemi politici della periferia sono stati instaurati in seguito alle cadute delle dittature, e sono rimaste segnate da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, riflettendo il potere politico che i partiti di sinistra avevano ottenuto dopo la sconfitta del fascismo. I sistemi politici della periferia presentano molte delle seguenti caratteristiche: esecutivi deboli; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso che incoraggiano il clientelismo politico; ed il diritto di protestare se vengono introdotti cambiamenti sgraditi rispetto allo status quo politico.” (J.P. Morgan, The Euro area adjustment: about halfway there, European Economic Research, 28 marzo 2013).

Il progetto di riforma costituzionale è stato ampiamente discusso da numerosi costituzionalisti; mentre minore attenzione è stata dedicata alle ragioni di carattere economico. La propaganda governativa si concentra essenzialmente su due aspetti: (1) ridurre i costi della politica; (2) accelerare i tempi di decisione e, quindi, del processo legislativo.

Il primo argomento è facilmente criticabile. Prima di tutto, se si intendesse veramente ridurre i costi della politica, basterebbe ridurre le indennità, emolumenti e benefits di cui godono tutti i parlamentati, mantenendo inalterato il numero degli stessi e il bicameralismo perfetto attuale. L’argomentazione dei “costi della politica” è un alibi ormai insostenibile. Qualche giorno fa il M5S ha presentato alla Camera un disegno di legge per dimezzare gli stipendi dei parlamentari, che è stato rinviato alla Commissione (quindi allontanato di nuovo dal dibattito parlamentare) da parte dei deputati del PD. Vorrei però fare chiarezza sul questo problema spinoso. Premesso che la politica ha sempre un costo, le esorbitanti indennità dei parlamentari italiani, sopra alla media europea del 45%, dovrebbero essere ridimensionati in una logica di giustizia e di equità sociale, non di riduzione del disavanzo pubblico.

Il secondo argomento pone un duplice problema. Da una parte è basato su una grande mistificazione: non è vero che si legifera poco e troppo lentamente. Al contrario siamo un Paese che legifera troppo e troppo in fretta; mentre dovremmo legiferare meno e meglio. Dall’altra parte rappresenta sicuramente l’auspicio dei nostri politici e dei poteri economici forti: velocizzare il processo legislativo, attraverso una forte spinta autoritaria.

Vorrei collocare la riforma Costituzionale all’interno di un discorso più ampio, collegandolo all’interno dell’attuale fase di sviluppo capitalistico che alcuni, erroneamente, chiamano globalizzazione, ma che io preferisco chiamare neoliberismo. La novità di questa fase è l’annullamento dello spazio (che è sempre un ostacolo per il capitale) con il tempo. Politiche economiche accomodanti (per esempio, la liberalizzazione dei movimenti di capitale, la finanziarizzazione dell’economia, le delocalizzazione, etc.), insieme alle nuove tecnologie (mi riferisco alla rivoluzione informatica), hanno permesso al capitale di superare il vincolo spaziale, velocizzando il tempo. Il capitale ha tutto l’interesse a velocizzare il tempo della valorizzazione: i tempi della produzione, così come quelli della distribuzione e della vendita, si devono ridurre per fare in modo che gli investimenti rendano tanto e subito. Lo stesso deve avvenire con la finanza, che non è avulsa da un legame con il capitale produttivo.

L’attuale riforma costituzionale risponde alle esigenze di un capitale iper-veloce che deve poter contare su decisioni politiche quasi immediate, in un contesto internazionale in costante cambiamento. La politica, intesa come l’arte del compromesso tra partiti opposti, era un ostacolo alla velocizzazione del processo di valorizzazione capitalistico. Siamo di fronte all’estensione del controllo del “mercato” (cioè, del capitale) sulla sfera politica: il “mercato” ha bisogno di processi decisionali veloci che assecondino le sue necessità e gli permettano di adeguarsi ai cambiamenti internazionali.

La velocità del processo legislativo rende più complicato, o impedisce del tutto, la nascita di resistenze ed opposizioni. In linea con quanto già avvenuto in altri spazi sociali (nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università, nelle aziende ospedaliere, etc.), si stanno ulteriormente riducendo gli spazi di democrazia.

Questo non è mai un bene per lavoratori e lavoratrici che, da questa riforma, hanno non hanno nulla da guadagnare.

Giovanna Vertova (università di Bergamo)

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