“Buonascuola”: oltre l’insuccesso dei referendum, riprendere il filo della lotta.

di Luca Scacchi, Direttivo Nazionale FLC.

La scorsa settimana la notizia è diventata ufficiale: non si terranno i quattro referendum contro la cosiddetta “Buonascuola” di Renzi. La Corte di cassazione ha infatti comunicato che non si è riusciti a raccogliere abbastanza firme: per “poche migliaia” di sottoscrizioni, secondo quanto riportato dalla stampa, non si è superata la soglia delle 500mila adesioni certificate.

E’ una notizia molto negativa. In sé, per la scomparsa della possibilità di abrogare alcuni dei peggiori elementi di questa controriforma (finanziamenti privati alle singole scuole, chiamata discrezionale dei docenti, obbligo di minimo 200-400 ore di alternanza scuola-lavoro, potere del preside di scegliere i docenti da premiare). In generale, per gli effetti demoralizzanti che questo insuccesso rischia di innescare, essendosi oramai diffusa l’aspettativa dei referendum come strumento per rilanciare la lotta sulla cancellazione delle Legge 107.

Certo, sappiamo quanto sia stato complicato, nelle scuole e nelle piazze, attivare una raccolta firme senza che fosse in campo un movimento di massa, senza il supporto attivo di quelle decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici coinvolti nei comitati, nelle assemblee e nei coordinamenti che hanno animato la lotta del 2015.

Certo, sappiamo quanto sia iniqua la normativa elettorale, quanti siano gli ostacoli della raccolta firme (necessità di trovare alcune particolari figure come autenticatori; obbligo di avere solo ed esclusivamente documentazione cartacea; impossibilità di utilizzare autocertificazioni sostitutive; ecc): tutte complicazioni burocratiche costruite per limitare la partecipazione, per favorire le grandi organizzazioni politiche.

Certo, sappiamo quanto sia stato difficile raccogliere le firme questa primavera, in contemporanea con tante altre iniziative concentrate nello stesso ristretto spazio temporale (i quesiti promossi dalla CGIL; quelli promossi dal CDC sulla Costituzione e sull’Italicum, le tante elezioni comunali fissate per giugno).

Ci si attendeva comunque un successo. Averlo mancato, ed averlo mancato per di più per poche migliaia di firme, fa rabbia. Una rabbia però disperante. Dopo l’approvazione della Legge 107, avvenuta in pieno luglio a scuole chiuse, abbiamo tutti (o quasi) ritenuto meglio rinviare la raccolta firme. Per aver tempo di valutare insieme i quesiti, costruendo percorsi partecipati, partecipanti e inclusivi. Per inserirli nel quadro di un agenda più ampia e complessiva, sui diritti sociali e sui beni comuni, che avrebbe potuto rafforzare la raccolta e soprattutto la successiva campagna referendaria, rilanciando nel suo complesso le ragioni e anche la forza dei movimenti. L’assenza di determinazione da parte delle principali organizzazioni sindacali (evidenziata sin dall’inizio dello scorso anno scolastico, con l’evaporazione delle assemblee il primo giorno di lezione, il rinvio permanente dello sciopero, la dispersione di ogni iniziativa di massa) ha però oggettivamente sconnesso il percorso referendario da ogni mobilitazione: la raccolta firme è avvenuta nel vuoto delle piazze, cercando di edificare un’agenda politica e sociale con tempi e dinamiche slegate dal conflitto di massa.

 

A consuntivo, è quindi un risultato negativo quello con cui ci confrontiamo. Tanto più negativo in quanto è sconfortante il contesto in cui questo risultato si inserisce.

Lo scorso maggio è stato convocato lo sciopero generale della scuola da parte dei maggiori sindacati di categoria (CGIL, CISL, UIL e SNALS). Uno sciopero indetto proprio a ridosso della fine dell’anno scolastico, replicando pervicacemente (forse senza neanche rendersene conto) il principale limite dell’anno precedente: l’interruzione subitanea della lotta per la chiusura estiva delle scuole. Uno sciopero quindi senza prospettiva, e senza obbiettivi chiaramente definiti, che ha raccolto quanto ha seminato: un’adesione bassissima tra lavoratori e lavoratrici (inferiore al 10%). Uno sciopero che non ha evidenziato la scarsa disponibilità o convinzione della categoria, ma la scarsa lucidità delle organizzazioni che lo hanno indetto. Uno sciopero però che ha lasciato un retrogusto amaro, dopo la storica partecipazione del maggio 2015, diffondendo nelle scuole confusione e sbandamenti.

Nel contempo l’assenza di ogni mobilitazione complessiva ha logorato anche la linea di resistenza scuola per scuola. Per mesi si era intralciato l’elezione dei Comitati di valutazione e la definizione dei criteri per il bonus stipendiale ad alcuni docenti, i due elementi della controriforma che avevano trovato immediata applicazione. Contrastando queste disposizioni sia per il ruolo discrezionale che assegnavano al dirigente scolastico, sia per la differenziazione e la conseguente competizione che creavano nella comunità docente. Pur nella moltiplicazione e nella confusione degli indirizzi sindacali, nella grande maggioranza delle scuole erano emerse ostilità che erano precipitate ora nel boicottaggio del Comitato di valutazione, ora nella richiesta di trattativa con le RSU, ora nell’assunzione di criteri stringenti da parte dei collegi docenti, altre volte nel tentativo di definire parametri obbiettivi centrati sul tempo di lavoro o sugli incarichi assunti (in estensione alla contrattazione decentrata). Con la conclusione dell’anno scolastico, la mancanza di ogni specifica mobilitazione in grado di riunificare queste opposizioni, oltre che il contemporaneo risultato deludente dello sciopero, ha portato ad arenare nel vuoto queste iniziative. I Comitati di valutazione sono stati alla fine eletti quasi dappertutto ed hanno operato nel corso dell’estate, senza che si sia dato uno sbocco al loro contrasto e senza neanche avere un quadro complessivo di quello che è successo nelle scuole.

Ed infine, il disastroso accordo sulla mobilità. Nella speranza di riuscire a tener in piedi una gestione contrattata dell’applicazione della 107, in grado di limitarne gli effetti più devastanti, le categorie di CGIL, CISL, UIL e lo SNALS hanno avviato una sequenza contrattuale per regolare trasferimenti e immissioni in ruolo. Hanno firmato un primo accordo che ha concretizzato gli ambiti (la perdita della titolarità di scuola per gran parte dei neoassunti), dividendo inoltre lavoratrici e lavoratori che si son visti assegnare percorsi e diritti differenti a seconda del momento con cui sono stati assunti. Si sono poi opposti alla conseguente sequenza che regolava l’immissione in ruolo da questi ambiti, in quanto il Ministero ha fatto cadere nel vuoto la speranza di regolare la discrezionalità dei dirigenti scolastici attraverso alcuni criteri generali (criteri che anche nella proposta sindacale si sarebbero comunque differenziati scuola per scuola, sulla base dei Piani formativi, con la conseguenza di determinare progressivamente collegi docenti omogenei, senza quindi intaccare l’elemento competitivo fondante della Legge 107). L’accordo sulla mobilità è quindi esitato nell’oramai famigerato algoritmo e nella disastrosa gestione di trasferimenti e assunzioni di questa estate. Dimostrando che anche la linea della gestione contrattata della 107, con la limitazione dei suoi peggiori difetti, non porta a risultati concreti.

Per di più, in questo quadro già di per se tetro, la Flc-Cgil è di fatto bloccata da mesi nel processo di ridefinizione del suo nuovo gruppo dirigente. La maggioranza congressuale, segnata dall’impasse della sua linea composita e contraddittoria sia sul fronte del conflitto (movimento e referendum) sia sul fronte della gestione contrattata (accordo sulla mobilità), si è al momento scomposta sul nome del prossimo segretario. Una scomposizione scomposta (perdonatemi il gioco di parole), dolorosa e dolorante, con alti tassi di litigiosità e anche di confusione politica, di cui al momento non si vede conclusione. Una scomposizione che sta impedendo di trovare una risposta alle difficoltà della fase, di definire la piattaforma per il prossimo rinnovo contrattuale come di calendarizzare una qualsiasi iniziativa di ripresa dell’iniziativa. Ad anno scolastico ed accademico oramai inoltrato, la Flc appare ripiegata su sé stessa più che sulle risposte ai gravi problemi che il settore deve affrontare.

 

La notizia della Corte di Cassazione è allora molto negativa perché rischia di moltiplicare lo scoramento e lo sbandamento, proprio quando la controriforma di Renzi sta dispiegando la sua azione, le iniziative di contrasto sembrano segnare il passo e la principale organizzazione sindacale della scuola è concentrata sui suoi conflitti interburocratici. Questo stato d’animo è quindi comprensibile, ma deve esser contrastato e sconfitto. Con la lotta del 2015 e la resistenza diffusa dello scorso anno, con la campagna referendaria e con le palesi ingiustizie dei trasferimenti estivi, abbiamo convinto il paese che la cosiddetta buonascuola non era affatto buona. Lo si vede nel senso comune di studenti e famiglie, ad esempio nel recente sondaggio di Repubblica, che evidenzia come la maggioranza delle persone bocciano quelle controriforma e appoggiano i lavoratori e le lavoratrici della scuola. Non è questo o quel provvedimento che non piace. E’ un impianto competitivo e classista, che divide tra le scuole e dentro le scuole.

Contro questa buonascuola bisogna continuare a combattere, perché rischia di riportare indietro il nostro sistema educativo a prima degli anni sessanta (a prima della riforma della scuola media unica, a prima della grandi trasformazioni avviate con il sessantotto). Rischia cioè di riportare la scuola ad esser un amplificatore delle differenze sociali, che irrigidisce e istituzionalizza disparità e disuguaglianze. Per questo è importante riprendere ora i fili delle resistenze, ricostruire oggi una campagna di mobilitazione, recuperare l’iniziativa di contrasto alla legge 107, ricostruire le condizioni di uno sciopero di massa della scuola.

 

Luca Scacchi

(Direttivo Nazionale FLC, Sindacatoaltracosa-OpposizioneCGIL).

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