Assemblea di Bologna. La relazione introduttiva

di Eliana Como

1. I cinque di Pomigliano hanno vinto. La lotta paga!
Possiamo finalmente aprire l’assemblea con una buona notizia. Pochi giorni fa la Corte d’Appello del Tribunale di Napoli ha dichiarato nullo il licenziamento dei cinque operai licenziati da FCA due anni fa per aver inscenato, dopo l’ennesimo suicidio di una lavoratrice per anni in cassa integrazione, una protesta con il manichino impiccato di Marchionne. La sentenza in appello di Napoli ha ribaltato il giudizio dei precedenti due gradi, ordinando il loro reintegro, ripristinando la libertà di satira e di opinione e soprattutto il diritto di criticare il proprio datore di lavoro.
In discussione non era soltanto il diritto di satira ma il diritto stesso di opporsi a un sistema autoritario, che, da un lato, ti sfrutta in fabbrica, aumentando all’inverosimile i ritmi, dall’altro, isola i dissidenti nei reparti confino e in cassa integrazione. Sul banco degli imputati era di fatto finito il fantoccio impiccato di Marchionne, piuttosto che il sistema che aveva in qualche modo portato al suicidio Maria e degli altri prima di lei.
Dobbiamo ringraziarli i cinque operai di Pomigliano, perché la loro determinazione e la loro generosità in questa lotta (sono mesi che dormono in macchina in piazza del Municipio), ci consegna una bella vittoria. E’ una rivincita amara, certamente, perchè non dà giustizia dei suicidi. Ma ci ricorda che la lotta paga e che piegare la testa non è l’unica possibilità che ci resta.
La lotta paga comunque. Quando si vince come in questo caso (o in quello anche importante sempre di questi giorni che riguarda i nostri compagni di UPS, per i quali l’Ufficio Territoriale del Lavoro ha cancellato i 10 giorni di sospensione cui erano stati condannati dall’azienda in occasione della proclamazione di uno sciopero). Ma anche quando si perde, ma fino alla fine si lotta per provare a affermare le proprie ragioni. È il caso che più ho a cuore dei compagni e delle compagne della AZ Fiber di Treviglio, la cui fabbrica alla fine ha chiuso, ma dopo oltre un anno di faticoso presidio. Così come quello recentissimo e altrettanto doloroso dei nostri compagni di Sistemi Informativi, che non sono riusciti a scongiurare i 156 licenziamenti, ma fino all’ultimo hanno tenuto il punto provando a trovare una soluzione diversa con l’azienda. Fino all’ultimo hanno tenuto la testa alta, non accettando compromessi. Anche quando una parte della Rsu ha ceduto e firmato l’accordo e anche ora che, a giorni, potrebbero ricevere la lettera di licenziamento. Anche loro vanno ringraziati e abbracciati uno per uno, perché il loro coraggio e la loro determinazione sono stati comunque di esempio per tutte e tutti!
L’unica lotta che non paga è davvero quello che non si fa, perchè ci si arrende prima o perchè si cede ai compromessi. Ecco, proprio in questi giorni, la vicenda Almaviva, che dopo il famigerato accordo di maggio ha annunciato ieri 2500 esuberi, dimostra che non serve firmare accordi al ribasso, nemmeno per salvare i posti di lavoro.

2. Per Abd El Salam una reazione dal basso e di classe
Non è altrettanto facile parlare della vicenda accaduta a Piacenza, dove Abd El Salam è stato ucciso mentre scioperava. In questo paese si moriva di sciopero negli anni 60. Se può accadere anche oggi e se qualcuno ha potuto dare l’ordine a quel camion di procedere, è perchè l’intero movimento sindacale è inadeguato. E questo tira in causa e ci colpisce tutti.
Credo però che dobbiamo anche dirci che la reazione di classe, non scontata né prevedibile che questo assassinio ha determinato, è stato un fatto positivo, anche se certo, purtroppo, non ci consola né ci fa stare meglio.
La reazione immediata e spontanea di tante fabbriche non si è limitata alla sola indignazione o solidarietà. Nel giro di poche ore, in tanti sono entrati in sciopero. Alla Same di Treviglio il giorno stesso; l’indomani alla GKN, alla Piaggio, alla Oerlikon di Torino, alla Ferrari e in Motovario come in tante altre fabbriche di Modena, alla Electrolux, e così via. Così tante che non riesco a citarle tutte. Sono convinta che sia stata questa mobilitazione spontanea nelle fabbriche, partita proprio da tanti nostri compagni, a determinare la reazione delle strutture e degli apparati della CGIL, fino agli scioperi regionali della Filt e a quello di Fim Fiom Uilm. Poco anche quello, sicuramente, ma comunque un fatto politico, anche esso non scontatto né prevedibile, che, almeno questa volta ha permesso che rimanessero isolate le vergognose dichiarazioni del segretario nazionale della Filt.Lo ribadisco, è niente di fronte a quello che è accaduto e che servirebbe, ma è stata una vera e propria risposta di classe, capace di superare, per una volta, i confini delle organizzazioni sindacali, così come le nazionalità e le religioni. Se siamo qui è perchè non abbiamo mai pensato che il nostro spazio e le nostre ragioni in CGIL fossero chiusi. Tanto meno dobbiamo pensarlo oggi, anche grazie a questa bella reazione, in cui i nostri compagni e le nostre compagne hanno avuto un ruolo centrale. Tutto questo non cancella la nostra inadeguatezza. Ma proviamo a ripartiamo anche da qui.

3. Le contraddizioni sul NO al referendum
Se dal basso ci sono quindi segnali positivi, quello che manca è la reazione degli apparati sui temi sociali e sindacali, con il pressoché totale immobilismo della CGIL e, ancora di più, della FIOM e delle altre categorie.
Su referendum non dico molto, perchè ne abbiamo già discusso, riconoscendo che il NO della CGIL è stato un fatto politico importante (tanto che lo abbiamo condiviso), ma determinato più da equilibri inteburocratici interni alla CGIL e al PD che da dinamiche sociali. Per questo non ci stupiamo più di tanto che la campagna per il NO al referendum sia così contraddittoria, con un volantino nazionale che fa passare la voglia, intere strutture che nemmeno lo stampano e addirittura la Camera del Lavoro di Milano prestata per l’assemblea nazionale della Sinistra per il SI.
Non ci stupiamo ma dobbiamo fare molto di più, provando a riempire noi quello spazio tra la contraddizione delle strutture e il consenso di tante e tanti iscritti. Alla GKN scorsa settimana hanno fatto l’assemblea sul NO invitando anche i compagni dei Clash City Workers di Livorno; il 13 ottobre a Treviglio facciamo una nostra iniziativa per il NO. Manca ancora gran parte di ottobre e tutto novembre. Abbiamo molto ancora da fare! Facciamolo presto, a cominciare, se i compagni di Milano sono d’accordo, dal chiedere noi la Camera del Lavoro per una iniziativa per il NO.

4. Il ccnl dei metalmeccanici
Anche sul piano dei contratti nazionali, sia pubblici che privati, l’immobilismo della CGIL e delle categorie e disarmante. Sul tavolo del ccnl dei metalmeccanici si gioca una delle partite più significative e, dopo la “nuova” proposta di Federmeccanica siamo a una svolta della trattativa. La proposta per noi non è molto diversa dalla precedente, ma per la Fiom è un passo avanti, seppure non ancora sufficente. Così,  da prossima settimana si andrà avanti a trattare, piuttosto che, come abbiamo provato a sostenere noi, riprendere la mobilitazione e dichiarare lo sciopero generale a ottobre.
La proposta di Federmeccanica non garantisce gli aumenti salariali per tutti, perchè gli aumenti saranno assorbiti dalle parti fisse della retribuzione, creando una inaccettabile differenziazione tra i vecchi assunti (che avranno gli aumenti) e i nuovi (che non li avranno).
Gli aumenti proposti poi sono bassissimi, ben al di sotto di tutti gli altri ccnl firmati dalle altre categorie, che pure abbiamo contestato perchè scambiavano pochi soldi con diritti o addirittura con l’aumento dell’orario di lavoro, come nel caso dell’igiene ambientale. Anche nella migliore delle ipotesi ci sarebbero 50 euro di aumento per tutto il periodo. E comunque niente nel 2016 e appena 9 euro nel 2017, visto che l’inflazione del 2016 è stata dello 0,5%. Legare gli aumenti all’inflazione in anni di deflazione è sbagliato! Peraltro verrebbero calcolati sull’IPCA (ma non eravamo contrari nel 2009 e 2012?) e dati 18 mesi dopo.
Inoltre da qui in poi i premi di risultato sarebbero variabili, quindi oltre a svuotare il ruolo del ccnl, si depotenzierebbe quello aziendale, sostituendo anche parte degli aumenti salariali con buoni carrello e sanità integrativa, come già ampiamente sperimentato con Fincantieri! Ma anche su questo, nel 2012 la FIOM non era contraria?
Di fatto, se si firmasse un ccnl su queste basi, si accetterebbe per intero il testo dell’accordo separato del 2012, compresi, appunto, tutti i temi su cui la FIOM era contraria: straordinario, flessibilità, deroghe, malattia.
Di fronte a tutto ciò bisognerebbe riprendere la mobilitazione, non andare avanti a trattare! Invece, al Comitato Centrale, il segretario generale senza tanti giri di parole ha evocato il concetto di lealtà, per dire che chi non è d’accordo, si allinea, oppure ne paga le conseguenze. Gli abbiamo ribadito che rivendichiamo il diritto di dire – e certamente di praticare – quello che pensiamo anche quando non siamo d’accordo. In questo senso, vale lo Statuto della CGIL, ben prima della lealtà, sentimento che lo stesso segretario generale della FIOM ha dimostrato di non praticare molto nei nostri confronti…
Serva questo anche da risposta a chi mesi fa è uscito dalla CGIL dicendo di noi che restavamo ma agli ordini di Landini e Camusso!
In realtà, in ogni modo, la reazione del segretario generale della FIOM è un segnale di debolezza, che fa i conti con il grande dissenso registrato dall’integrativo di Fincantieri e in questi giorni dal ccnl dell’igiene ambientale, sonoramente bocciato in tantissimi grandi posti di lavoro. Segno che lo spazio del dissenso esiste eccome, il malcontento dei lavoratori e delle lavoratrici anche.

5. Gli scioperi dei sindacati di base
Nell’immobilismo della CGIL e delle categorie, credo che noi dovremmo, da un lato non stancarci di chiedere che la nostra organizzazione finalmente si mobiliti; d’altro, anche dirci che a oggi le uniche iniziative di mobilitazione generale che sono in campo sono quelle dei sindacati di base e che, nei loro limiti, le ragioni di quelle iniziative sono giuste e condivisibili.
Ci sono gli scioperi del 21 ottobre e del 4 novembre. Poi la manifestazione contro il governo Renzi del 22 ottobre e, probabilmente, una a novembre del comitato per il NO, oltre a quella altrettanto importante del 26 novembre contro la violenza contro le donne. Sarebbe stato certamente utile che si fosse arrivati a una convergenza sugli scioperi, in grado di superare anche la competizione tra le sigle. Moltiplicare le date non amplifica la mobilitazione ma la indebolisce. In ogni modo, le ragioni degli scioperi sono giuste e noi credo che dobbiamo augurarci che siano in tante e tanti a parteciparvi, anche tra i nostri compagni e le nostre compagne. Così come credo sia importante partecipare alla manifestazione del 22 ottobre come alle altre che ci saranno a novembre.
Resto convinta che il nostro ruolo sia quello di provare a costruire una spinta dal basso che costringa il movimento sindacale, tanto la CGIL che è immobile, tanto quello di base che troppo spesso è diviso, a superare i propri limiti. Senza una spinta dal basso il rischio è che non cambi mai niente.

6. Sulle pensioni: rompere il tavolo e mobilitarsi, altro che verbale di incontro!
Su un tema in particolare, oltre a quelli che ho già detto (il referendum e le vertenze contrattuali), la CGIL dovrebbe mobilitarsi subito, raccogliendo l’enorme malcontento e persino la rabbia che è innegabile ci sia tra i lavoratori e le lavoratrici: quello delle pensioni.
Con il peggior sistema pensionistico d’Europa, dopo 4 mesi di discussione, il governo e i sindacati hanno prodotto un verbale di intesa! Verbale che lascia inalterata la legge Fornero, introducendo per di più il vergognoso meccanismo dell’APE. Soltanto promesse – come sempre – sui lavori usuranti, poco sui lavoratori precoci e sulla quattordicesima per le pensioni più basse, nonche maggiore ruolo degli Enti bilaterali (nella gestione dell’APE) e nuove agevolazioni per la previdenza privata.
Altro che verbale di incontro! Se la CGIL non condivide il merito della proposta non doveva firmare alcun verbale e soprattutto doveva abbandonare il tavolo e lanciare la mobilitazione. Tutto il resto è un errore!

Per tutte queste ragioni, ci dobbiamo dire, proprio oggi che chiudiamo finalmente il percorso organizzativo per la ridefinizione dei nostri organismi interni, che tutte le ragioni che ci hanno portato allo scorso Congresso a un documento alternativo sono ancora valide. Anzi, lo sono di più. Per cui nessuno abbia dubbi sul fatto che anche al prossimo Congresso presenteremo il nostro documento alternativo a questa linea che è sbagliata tanto quanto inconcludente.

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