Praticare l’opposizione sociale nel paese e la disobbedienza in Cgil.

Un altro documento per l'assemblea nazionale dell'8 luglio a Firenze.

Praticare l’opposizione sociale nel paese e la disobbedienza in Cgil.

Premessa. L’attacco condotto dalla burocrazia CGIL (Camusso – Landini) nei confronti dell’area di opposizione “il Sindacato è un Altra Cosa”, sferrato sia contro i delegati dell’FCA ex Fiat, sia contro il portavoce nazionale dell’area, Sergio Bellavita – il quale ha pagato con la perdita del distacco sindacale il sostegno politico ai delegati FCA di Termoli e Melfi nella battaglia da loro condotta contro Marchionne – non ha precedenti nella storia recente della CGIL.
Il nostro esecutivo nazionale non ha risposto in modo adeguato e non ha gestito opportunamente quella fase così cruciale.
Il documento presentato al coordinamento nazionale del 14 giugno, seppure condivisibile in alcuni punti di proposta politica, trascura la valorizzazione delle buone pratiche di questi anni che ci separano dal passato congresso e modifica la linea politica portata avanti dall’area fino ad oggi. Pertanto la nostra riflessione si concentrerà su altri aspetti politici sui quali invece avvertiamo forti differenze con il documento sopra citato.
Un bilancio necessario non più procrastinabile. L’epilogo della vicenda Bellavita – l’uscita del portavoce nazionale dell’area dalla CGIL insieme ad alcuni compagni dell’Esecutivo Nazionale dell’Area – ci impone, una volta per tutte e con il ritardo di ben 24 anni (tanti ne sono passati dalla costruzione di “Essere Sindacato”, la prima esperienza di sinistra sindacale in CGIL ), una profonda riflessione politica e un bilancio sull’esperienza ventennale delle aree della sinistra sindacale in CGIL; è giunto il momento di fornire una spiegazione politica al fenomeno che si va ripetendo da anni dentro la CGIL e che coinvolge l’apparato burocratico di sinistra: l’ennesima crisi dell’ennesima area congressuale che, in continuità con le altre, ha lavorato all’interno dell’organizzazione per apportare un profondo cambiamento della linea politica della CGIL.
Questa analisi autocritica è fondamentale perché siamo ancora convinti della necessità di continuare a dare battaglia in CGIL in forma organizzata per tentare di rappresentare un punto di riferimento sociale per tutti quei lavoratori che, dentro e fuori dalla CGIL, vogliono ancora lottare per costruire un movimento di lotte sociali contro le politiche di austerità messe in atto dal governo italiano in totale sintonia con Confindustria e con l’UE.
Per innescare un nuovo percorso politico e sindacale finalizzato alla ricostruzione di un area di opposizione, bisogna rompere con ogni logica burocratica che fino ad ora ha tarpato le ali allo sviluppo di una vera opposizione in CGIL e alla costruzione di un movimento di lotte che ritorni ad incidere nei rapporti sociali tra le classi.
Il protagonismo sociale dei lavoratori. Non ci sono dubbi che fino ad ora, e per vari motivi che andremo ad analizzare, le aree programmatiche o congressuali o di sinistra sindacale che si sono formate in CGIL hanno tutte fallito il loro compito storico: cambiare la natura burocratica e concertativa della CGIL per trasformarla, da un sindacato burocratico funzionale al mantenimento degli attuali rapporti di produzione capitalistici, in un sindacato di classe che tenti di invertire la rotta. Se non fosse questo il compito storico che ancora oggi le masse lavoratrici hanno di fronte sul piano sindacale, dovremmo mettere in seria discussione in termini storico-politici l’idea che il movimento operaio debba continuare ad essere definito l’unico soggetto sociale della trasformazione della società capitalista. Per porci seriamente come avanguardia di un movimento che incarni una vera volontà politica di cambiamento radicale in CGIL, non abbiamo altra scelta che quella di costruire un ipotesi credibile per le masse che si fondi sul protagonismo sociale dei lavoratori e si basi su processi di autorganizzazione. Ogni altro tentativo di origine burocratica rivolto a scalare la piramide dell’organizzazione fino ad arrivare al vertice per cambiare la CGIL è assolutamente illusorio, come dimostratosi in questi anni.
In questa ottica, il bilancio politico tracciato dagli anni ’90 fino ad oggi è inesorabile: non solo siamo assolutamente lontani dall’obbiettivo minimo di aver impresso un cambiamento significativo dentro la CGIL, ma, cosa ancor più grave, non siamo neanche riusciti a condizionare il gruppo dirigente dell’organizzazione per spingerlo ad organizzare un movimento di lotte difensivo contro le politiche di austerità. Al contrario, con l’avvento di Susanna Camusso a segretaria generale dell’organizzazione, la Cgil ha impresso una stretta antidemocratica alla vita interna dell’organizzazione che non ha precedenti e dobbiamo prendere coscienza che non siamo riusciti neanche a porre un minimo di argine alla deriva verso destra imboccata dal gruppo dirigente di maggioranza della CGIL. Facciamo fatica, fatta eccezione per la stagione dei bulloni a Trentin, a ricordare la direzione di qualche lotta sindacale di rilievo che è stata condotta da dirigenti della sinistra sindacale, i quali invece sono sempre apparsi avviluppati in battaglie burocratiche interne e autoreferenziali. L’area “Il sindacato è un’altra cosa” aveva imboccato una strada diversa in quanto era riuscita a riunire compagne e compagni provenienti da diverse posizioni ed aveva presentato, per la prima volta dal 2001, un documento alternativo basato su proposte e supportato da compagne e compagni storicamente di sinistra nelle posizioni e nelle pratiche. Anche in questo caso l’esperienza non ha avuto gli esiti sperati.
Il prossimo congresso. Uno dei motivi che, a nostro avviso, ha contribuito enormemente a determinare la situazione di sconfitta delle sinistre sindacali in CGIL risiede nell’eccessivo burocratismo dimostrato dai gruppi dirigenti che hanno costruito le varie esperienze della sinistra sindacale. In questi anni, le aree congressuali si sono formate sempre a ridosso del congresso dell’organizzazione il quale, per la vita di un organizzazione strutturata come è la CGIL, è sempre un evento senza mezzi termini fondamentale.
Secondo le dichiarazioni più volte esternate dalla segreteria nazionale, il prossimo congresso non garantirà più il pluralismo interno come lo abbiamo conosciuto finora, seppure incompleto e con i suoi limiti evidenti. Già nel congresso del 2014 siamo riusciti nell’intento di dare voce al pluralismo soltanto grazie ad alcune firme di compagni non dell’area. Anche se ci garantiranno il diritto di completare la nostra rappresentanza nel direttivo nazionale, basterà qualche piccolo ritocco (deciso dal direttivo nazionale al regolamento congressuale) per tagliarci fuori ed impedirci di presentare un documento complessivamente alternativo al prossimo congresso.
Questo è uno spartiacque impossibile da trascurare per tarare la nostra attività e la portata delle nostre iniziative.
L’evento congressuale, per quanto ci riguarda, deve essere vissuto come un occasione dalla quale partire per costruire un area strutturata sul protagonismo dei lavoratori; deve essere uno strumento propedeutico a convogliare la base dei lavoratori su un idea vertenziale del sindacato, intercettando le migliori risorse del modo del lavoro che possano in prospettiva rappresentare un nuovo gruppo dirigente espressione delle lotte sindacali. Invece anche il gruppo dirigente di minoranza ha visto spesso il congresso come un punto di arrivo e non di partenza. Con la nascita delle aree congressuali (un apparente miglioramento rispetto alla concertazione tra PCI e PSI per la formazione dei gruppi dirigenti) la democrazia interna all’organizzazione sembrò compiere un passo in avanti e la discussione politica apparve libera da interessi di apparato attraverso il coinvolgimento dei lavoratori. D’altro canto, però, la presentazione dei documenti congressuali contrapposti ha fornito un alibi per sostenere che all’interno la democrazia veniva esercitata e che i lavoratori erano il fulcro della vita dell’organizzazione. La vera operazione messa in campo era quella di continuare a controllare la formazione dei gruppi dirigenti, spesso di comune accordo tra gli apparati di maggioranza e minoranza e in anticipo rispetto all’apertura dei congressi di base.
Abbiamo assistito ad ambiguità politiche pesanti che si evidenziavano come scelte opportunistiche, infatti in più occasioni i lavoratori e i delegati più attivi si trovano di fronte a dirigenti di opposizione che, nei rinnovi contrattuali, firmavano arretramenti normativi ed economici in piena complicità politica con i dirigenti di maggioranza, mettendo così una seria ipoteca i valori della coerenza e dell’etica politica.
In tutti i congressi convocati dalla CGIL dal 1992 al 2010, l’apparato di minoranza, divenuta solamente nell’ultimo congresso apertamente di opposizione, ha sempre accettato le regole del gioco antidemocratiche imposte dalla maggioranza della CGIL. In questo modo non solo non si è difesa l’organizzazione ma si è contribuito pesantemente all’imbarbarimento della democrazia interna alla CGIL.
Il fallimento de “Il Sindacato è un altra Cosa” e la possibile ripartenza. Consideriamo fallimentare la gestione dell’area da parte dell’esecutivo nazionale per diversi motivi, ne chiediamo da subito la messa in discussione e la verifica in relazione ai risultati, e, allo stesso tempo, il suo profondo ridimensionamento come struttura politica decisionale.
L’esecutivo ha gestito malissimo le questioni FCA e Bellavita perché per troppo tempo è stato bloccato al proprio interno a discutere delle divisioni interne all’area, che si erano già in diverse occasioni palesate – tra le diverse sensibilità – ma mai pubblicamente discusse; l’esecutivo nazionale ha scelto di non rispondere in maniera adeguata all’attacco che Fiom e Cgil avevano sferrato a tutta l’area. Sul piano della democrazia interna, il dibattito politico è stato largamente insufficiente, le differenze politiche sono state sempre marginalizzate, non c’è stato un circolo delle idee di dissenso quando queste venivano palesate sia in forma scritta o espresse dentro gli organismi dirigenti. L’ingerenza, all’interno dell’area, dei partiti e di gruppi politici organizzati è stata ben lontana dal rappresentare le legittime differenze di sensibilità ed ha segnato l’arroccamento e la fibrillazione dell’esecutivo che si è inevitabilmente ripercossa sulla base, creando un corto circuito distruttivo.
Una struttura organizzativa orizzontale. L’esperienza del “Sindacato è un altra cosa” non è riuscita a caratterizzarsi in netta discontinuità con il passato, si è strutturata in base ad un principio di tipo verticale e non è stata in grado di praticare una forma organizzativa diversa dall’impostazione burocratica della CGIL; in questo modo ha rischiato di vanificare tutte le importanti iniziative di disobbedienza e di opposizione messe in campo.
Ora, per rappresentare un’alternativa credibile agli occhi delle lavoratrici e dei lavoratori, è indispensabile dotare l’area di una struttura organizzativa di tipo orizzontale. Dobbiamo far tornare a decidere le lavoratrici e i lavoratori, applicando quello che abbiamo proposto con forza al congresso. Lo strumento già c’è e deve soltanto essere attivato: il nostro coordinamento nazionale.
Le compagne e i compagni che ne fanno parte non sono stati mai veramente coinvolti e le decisioni sono sempre state prese nella cerchia ristretta dell’esecutivo o nell’iperverticistico gruppo ristretto formato da soli sette membri, oggi ridotti a quattro.
Nel coordinamento occorre inserire chi può portare le istanze e i punti di vista dei posti di lavoro, rappresentare meglio tutti i settori produttivi a partire dalle grandi realtà, ma tenendo al centro anche chi rappresenta il precariato degli appalti, delle cooperative, dei call center e ormai anche dei posti un tempo considerati garantiti ma resi precari dal Jobs Act e dalla Fornero, pensionati e pensionandi inclusi; tutto questo va fatto lontano dalle ingerenze dei gruppi politici organizzati che hanno condizionato l’esecutivo invece di stimolarlo. Per questo gli inserimenti al coordinamento nazionale devono essere decisi all’interno dei coordinamenti regionali e devono rappresentare la complessità del mondo del lavoro e l’allargamento orizzontale dei nostri ambiti decisionali. Il portavoce, sia al livello nazionale che territoriale, deve essere deciso a rotazione tenendo conto della rappresentanza delle diverse sensibilità, le quali devono avere tutte pari dignità. Un vero portavoce e non un leader, che si rapporta e decide insieme al coordinamento e ad esso si rapporta strettamente, ma con l’autorevolezza di rappresentare tutta l’area. Non avrebbe senso, invece, delegare la rappresentanza ad un gruppo ristretto, ad un direttorio solo apparentemente plurale ma che potrebbe facilmente cedere a tentennamenti rispetto al controllo orizzontale del coordinamento e potrebbe essere preda di condizionamenti politici esterni.
Il centro delle nostre decisioni. Una volta ricostruito il coordinamento è fondamentale farlo diventare il centro delle nostre discussioni e decisioni e relegare l’esecutivo ad una funzione del tutto marginale o perfino eliminarlo. Dobbiamo discutere ed impostare tutta la nostra azione in forma ampia, anche a distanza tramite posta elettronica e teleconferenze, e riunire spesso il coordinamento con riunioni svolte in sedi territoriali sempre diverse in modo da agevolare quanto più possibile la presenza attiva dei militanti. Ogni volta che si rimette al centro chi proviene dai posti di lavoro si evidenzia quanto siano fertili e produttive le istanze di chi è in produzione rispetto alle asfittiche e claustrofobiche riunioni che abbiamo portato avanti per anni nell’esecutivo. Il nuovo coordinamento nazionale dovrà essere caratterizzato da discussioni preparatorie trasparenti e ampie e poi da decisioni più consapevoli e più direttamente aderenti alle realtà del mondo del lavoro che vogliamo e dobbiamo rappresentare.
Tutto questo è un imperativo e non soluzioni che “potrebbero essere valutate”.
Tale impostazione ci consente una maggiore partecipazione e coinvolgimento della base dei delegati e lavoratori alla costruzione di un progetto politico sindacale di opposizione.
Il sito dell’area deve essere aperto a tutti i contributi senza nessuna censura, la libera circolazione delle idee deve essere la base del confronto politico per indagare e superare le divergenze attraverso la dialettica.
Un agire politico diverso dal passato. Solo un cambio di rotta concreto e in direzione di una maggiore democrazia dal basso può rappresentare un cambiamento visibile e credibile agli occhi dei lavoratori che non intendono piegare la testa e dare battaglia contro il padronato e lo stato borghese.
Per evitare che si disperda anche quel poco di organizzato che è rimasto sulla scena sindacale consideriamo indispensabile che l’area riparta da una nuova struttura organizzativa e da un agire politico nettamente diverso dal passato.
In aggiunta dobbiamo riprendere le nostre linee politiche bruscamente interrotte, restando coerenti con le nostre posizioni fortemente critiche sulla contrattazione in Cgil a partire dall’inadeguatezza della piattaforma Fiom per il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici, fino alla messa in discussione delle politiche sulle risorse in Cgil non votando a favore dei bilanci e dei gruppi dirigenti.
Tracce di un percorso politico. Le posizioni tracciate in questo documento in primo luogo intendono lottare contro il pericolo di derive e di degenerazioni burocratiche e autoreferenziali che provocherebbero la sclerosi dell’area e la sua progressiva e rapida scomparsa e rilanciare i nostri temi politici fondamentali, con l’orizzonte di una conclusione unitaria dell’assemblea dell’8 luglio a partire da posizioni chiare e comunicate a tutti. Sul fronte interno dobbiamo perseguire: l’unità che deve nascere dal confronto serrato sulle idee e non dagli apparentamenti slegati dal merito politico; il pluralismo che dia realmente voce a tutte le posizioni e sensibilità e non alle appartenenze a gruppi; la capacità di rappresentare le diverse sfaccettature del mondo del lavoro, dai pensionati alla precarietà e fino alle realtà lavorative classiche. Una delle nostre proposte del passato più qualificanti, quella della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, deve essere ripresa e rilanciata come una delle leve capaci realmente di combattere la disoccupazione e l’erosione di diritti e salario. Dobbiamo lottare ovunque per il diritto ad una pensione equa e dignitosa, da una parte per chi è già in quiescenza e vede continuamente eroso il potere d’acquisto a causa della rapina del sistema pensionistico ad opera di tutti i governi da Amato nel 1992 fino a Fornero e Monti; dall’altra parte per garantire a tutti gli attivi di poter progettare con maggiore serenità il loro futuro non di certo col prestito proposto da Poletti poche settimane fa, una vera truffa. Nei confronti della Cgil dobbiamo lottare contro i bavagli burocratici e statutari che cercano di impedirci di praticare una linea di disobbedienza rispetto alle linee sempre più di compatibilità col mondo delle imprese e delle banche. Dobbiamo contrapporci alla contrattazione di restituzione sia nazionale che locale, a partire dal contrasto agli accordi sulla rappresentanza; unificare le lotte ovunque possibile, nei settori industriali con indotto e appalti, nei settori pubblici partendo dalle pesanti limitazioni provocate dai tagli ai bilanci, contro le privatizzazioni; coordinarci dappertutto con movimenti, comitati e sindacati di base, come abbiamo fatto in passato.
Unità dei lavoratori. Su quest’ultimo punto dobbiamo riprendere l’iniziativa, perché la vicenda FCA e la reazione repressiva di Fiom e Cgil hanno dimostrato che avevamo ragione; perché sia chiaro che non ci hanno piegato ai loro voleri e che la continuità col passato è l’elemento che più può caratterizzare la nostra azione; perché le compagne e i compagni che si sono esposti in FCA hanno praticato sul serio quanto abbiamo deciso insieme al congresso; perché l’unità dei lavoratori si fa con l’azione concreta sui posti di lavoro insieme ai delegati di qualsiasi appartenenza sindacale e non soltanto con le assemblee e gli eventi organizzati periodicamente al di fuori. Dato che le segreterie nazionali della Cgil e della Fiom hanno chiuso completamente il dialogo interno ed hanno abbandonato la pur flebile parvenza di garanzia di pluralismo, l’unico modo per procurarci uno spazi politico in Cgil è praticare l’alterità: dobbiamo riaprire la stagione dei coordinamenti tra lavoratori e forze sindacali sui posti di lavoro e lì spendere la nostra iniziativa più forte, ossia sull’unico terreno che può aprire un fronte di lotta realmente unificante, stando attenti a non incorrere nelle trappole sanzionatorie interne ma senza abbassare la testa di fronte agli atti di forza della Cgil e sfruttando a nostro favore la presenza di nostri compagni – con cui fino a ieri abbiamo condiviso tutto – in altra sigle sindacali di base e conflittuali. Nel recente passato abbiamo già animato in tutta Italia coordinamenti del genere: oltre a quello di lotta dei lavoratori di FCA e indotto del centro-sud, abbiamo esempi nel Piemonte, in Toscana, nel Lazio e in Campania; coi lavoratori metalmeccanici, della scuola, dei trasporti (dal trasporto pubblico locale ai ferrovieri): quella è la strada da seguire, senza rinunciare alla nostra identità e senza lasciarci rinchiudere nel recinto delle compatibilità interne. A maggior ragione dobbiamo tentare di tessere relazioni politiche produttive, anche all’interno della nostra organizzazione, con chi si oppone alla deriva moderata della Cgil; di certo non con le aree costituite dopo il congresso – le quali sono espressione degli errori già individuati per le diverse sinistre sindacali – quanto piuttosto con i delegati e dirigenti che producono realmente lotte e vertenze sui territori, e dobbiamo farlo alla luce del sole e non con accordi poco chiari e di vertice.
Dobbiamo dare una sponda a tutti quelli che si battono per il recupero della dignità e contro la repressione che dilaga sui posti di lavoro.

4 luglio 2016

Promosso da:

Andrea Furlan, RSA, direttivo Filcams Roma Centro Ovest Litoranea
Giulio De Angelis, esecutivo nazionale, CD regionale Roma Lazio
Marco Lentini, RSA SSAEP, direttivo provinciale FP e assemblea generale CdL, Torino
Gennaro Spigola, coordinamento regionale, SPI

Domenico Stratoti, direttivo Filcams Regionale Roma Lazio
Marco Bordacconi, RSU Enel Distribuzione, direttivo Roma su Pomezia Castelli Filctem
Emanuela Pulcini, direttivo Filcams Regionale Roma Lazio
Salvatore Trullo, direttivo Filcams Regionale Roma Lazio
Genesio Pino, direttivo Roma Centro ovest Litoranea e regionale Roma Lazio, Filctem
Spartaco Martinelli, direttivo Filcams Roma est, Valle Aniene, Rieti
Ennio Mercuri, comitato iscritti Enel Distribuzione,
Filctem
Sandro Campioni, Rete gas Frosinone, Filctem
Olindo Montino, Geaf, Filt Lazio
Girolamo De Santis, RSA Filt Lazio
Maurizio Cumbolotti, RSA Filt Lazio
Facchini Paolo, Filt Lazio
Massimo Cecchini, SPI
Roberto Bossi, SPI Roma est, Valle Aniene, Rieti
Domenico Minganelli, SPI Frosinone
Maria Falcitelli, RSA Torino, Direttivo Regionale Piemonte e Coordinamento Donne Nazionale FISAC
Andrea de Innocentis, RSA FP CGIL ROMA EST, DIRETTIVO CGIL Roma est, Valle Aniene, Rieti

Madde’ Guglielmo, RSU Adler Evo srl, direttivo provinciale FR e regionale Lazio Fillea; direttivo CdL FR
Wladimiro Serafini, RSU Atac Roma, Filt
Alex Casella, RSU Agenzia entrate Torino, FP, direttivo provinciale FP Torino

Per adesioni: g.deangelis@lazio.cgil.it

Segue elenco firmatari.

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