IBM licezia 156 lavoratori in Sistemi Informativi

Comunicato stampa Rsu Sistemi Informativi

Una catastrofe occupazionale si sta abbattendo sulla Sistemi Informativi, una società del gruppo IBM che occupa 960 addetti a Roma, Milano, Torino e Perugia.

Il 16 giugno l’azienda ha aperto una procedura di licenziamento collettivo per 156 dipendenti dichiarati in esubero. Le motivazioni addotte: il perdurare della crisi del settore IT, le difficoltà nel reperire commesse nella Pubblica Amministrazione, l’ammessa incapacità nell’aprire nuove prospettive di mercato.

Ma questo è solo il drammatico punto di arrivo di una situazione che è andata degenerando nel tempo. Nel giugno del 2013 la stessa azienda aveva messo in cassa integrazione per un anno ben 292 dipendenti, la maggior parte dei quali a zero ore.

I guai della Sistemi Informativi sono strettamente collegati al declino dell’impegno della multinazionale IBM nel mercato italiano. Negli anni ’90 IBM produceva nel nostro paese hardware e software, occupando circa 13.000 lavoratori in vari centri anche d’eccellenza. Da allora, la smobilitazione è stata costante, con licenziamenti ed esodi incentivati e cessioni di rami d’Azienda , che hanno portato l’attuale numero di occupati nella casa madre a circa 5400 dipendenti.

La Sistemi Informativi era nata nel 1979 come azienda autonoma, crescendo costantemente nel tempo, fino a quando, nei primi anni 2000 è stata acquisita da IBM. L’acquisizione ha comportato la riduzione dei margini di autonomia e di dinamismo manageriale. Sono stati imposti una serie di vincoli burocratici e finanziari, e non si è più investito in formazione del personale, ricerca e sviluppo.

Inoltre sono stati caricati sul bilancio una serie di costi non limpidamente quantificabili, come il marchio e l’infrastruttura sistemistica, che hanno via via assottigliato il patrimonio aziendale.

Nel 2013 il bilancio era in rosso di oltre 4 milioni di euro, su un fatturato totale di 100 milioni. Si è allora proceduto alla prima operazione di macelleria sociale, sfruttando l’ammortizzatore sociale della cassa integrazione per scaricare le inefficienze sui lavoratori e sulla collettività. Nel periodo della cassa integrazione, il sindacato si è battuto per avere un piano industriale che rilanciasse l’azienda e garantisse l’occupazione. Questo piano, definito dalla stessa azienda “The Last Chance”, alla fine è stato partorito. Prevedeva anche iniziative interessanti, come l’istituzione di un centro per lo sviluppo di software a distanza offerto al mercato internazionale (il Rome Delivery Center), l’istituzione di “business unit” che aggredissero con più efficacia il mercato, la valorizzazione dei cosiddetti “asset” aziendali, cioè quei prodotti che potevano essere “pacchettizzati” e venduti a più clienti, la riqualificazione del personale verso tecnologie più attuali (mobile, cloud, data analitics).

Ma il piano scritto sulla carta è rimasto un libro dei sogni. Nel novembre 2014 IBM ha nominato Amministratore Delegato un manager che si era appena occupato della demolizione di un’altra azienda del gruppo. Il centro per la produzione di software a distanza si è limitato a fornire servizi a basso costo alla controllante IBM. Le business unit praticamente sono rimaste dei fantasmi, come fantasmatica è rimasta la riqualificazione del personale. Lo stile manageriale è rimasto quello di sempre: obbedire agli ordini di mamma IBM e guai a prendere qualche iniziativa autonoma, tipo partecipare in modo aggressivo a gare di appalto pubbliche o private.

Il personale è stato ridotto di un paio di centinaia di unità attraverso licenziamenti incentivati i cui costi sono stati scaricati sui bilanci, rimasti pervicacemente in rosso.

L’epilogo dei 156 licenziamenti era il destino che IBM aveva scritto per Sistemi Informativi, ma non è detto che sia finita qui. Il bilancio del 2015, presentato in maggio, è stato quasi portato in pareggio. Si è scesi dai quasi -4 milioni di rosso del 2014 a circa -118 mila euro del 2015. Sono calati i ricavi, come si dice nelle motivazioni della procedura di licenziamento collettivo, ma sono calati i costi, soprattutto quelli “generali”, non ben specificati nel bilancio stesso.

Cos’altro sta riservando IBM alla Sistemi Informativi? Spezzatini? Cessioni di comodo?

Le organizzazioni sindacali si opporranno con ogni mezzo allo scempio di questo piccolo patrimonio di competenze e di capacità tecnologiche che pure appartengono al patrimonio del Paese. Oggi esse chiedono alla casa madre e al management aziendale di ritirare la procedura di licenziamento collettivo. Esistono soluzioni non traumatiche in termini occupazionali, come i Contratti di Solidarietà, che potrebbero essere utilizzati per attuare quel cambio di rotta annunciato nel piano industriale, ma che IBM non ha voluto realizzare. L’alternativa è gettare 156 famiglie nella disperazione di un mercato del lavoro che poco ha da offrire, e nulla fa presupporre che possa servire a salvare i restanti 800.

Leggi anche il comunicato della Filcams

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