Andiamo avanti, ma come?

Appunti per una nuova stagione dell'Area

di Giulio De Angelis

La crisi della nostra Area ha avuto cause interne e esterne, è stata in buona parte indotta dagli attacchi sproporzionati e degni di miglior causa della Fiom e dell’intera Cgil, ma ha potuto perdurare e metterci in difficoltà a causa delle nostre debolezze interne.

Nessuno disturbi il manovratore.

L’analisi di quanto è successo al di fuori di noi è molto chiara e non lascia spazio a dubbi: in Cgil, a partire dalla Fiom, non è consentito criticare le azioni del gruppo dirigente; i segretari non sbagliano mai; i segretari generali non decidono collegialmente insieme agli organismi direttivi: se va bene, lo fanno solo dopo aver preso decisioni e impegni e trasformano il voto in un atto di fiducia al segretario generale.
La vicenda Fiat e la cacciata del nostro portavoce hanno dimostrato definitivamente che chi disturba il manovratore deve essere tagliato fuori, senza mezzi termini.
In un clima così pesante l’opposizione interna è appena tollerata ma soltanto nella misura in cui è enunciata in ambiti ristretti e non si concretizza in azioni visibili all’esterno: uno scarno diritto di tribuna, tutto il contrario di quanto previsto dal nostro statuto.

Il prossimo congresso.

In aggiunta la segreteria nazionale ha dichiarato ed ha dimostrato nei fatti che di certo il prossimo congresso non garantirà più il pluralismo interno come lo abbiamo conosciuto finora, seppure incompleto e con i suoi limiti evidenti. Già al termine del congresso del 2014 hanno tentato di impedirci di entrare nel direttivo nazionale, e siamo riusciti nell’intento soltanto grazie ad alcune firme “prestate” da autorevoli compagni di maggioranza. L’inserimento del nostro nostro quinto rappresentante nel direttivo nazionale, nostro diritto statutario mai rispettato, ci porterà (bontà loro) al 3%, ma basterà qualche piccolo ritocco alle regole per tagliarci fuori ed impedirci di presentare un documento complessivamente alternativo. Queste modifiche procedurali saranno possibili – a differenza di chi afferma che le regole si cambiano solo al congresso – perché non è lo statuto che determina le norme per l’iter congressuale ma è il regolamento, che viene rivisto e modificato dal comitato direttivo all’avvio del congresso.
Questo è uno spartiacque impossibile da trascurare per tarare la nostra attività e la portata delle nostre iniziative.

Perché ho votato contro.

Nel documento presentato al coordinamento nazionale del 14 giugno non c’è nessuna traccia di irrinunciabili cambiamenti organizzativi profondi; al contrario ci sono proposte che tentano di puntellare in emergenza l’organismo che più ha provocato la nostra crisi, ossia l’esecutivo, con l’inserimento di qualche rappresentante di posto di lavoro che dia l’idea di un cambiamento che però rimane solo sulla carta: auspicato a parole e non praticato nei fatti. Anche il percorso proposto risulta farraginoso, burocratico e facile preda di gruppi politici organizzati. Non c’è un accenno di autocritica e i tant* compagn* valid* che sono usciti dall’Area sono semplicemente additati come quelli che sbagliano, oppure sono accusati di stare in accordo con la maggioranza, secondo una troppo facile equazione, mentre non sopportano più di stare in un’Area nettamente diversa da come è nata.
In aggiunta le nostre posizioni politiche sono sbiadite, non c’è più l’opportuna critica alla deriva moderata della contrattazione dei metalmeccanici; non rivendichiamo più la costituzione di coordinamenti con i sindacati di base per tentare l’unità sindacale sana (ovvero non con Cisl e Uil), come quelli nati in Piemonte, in Toscana, in FCA, nel Lazio e in altre realtà territoriali e produttive; non proponiamo più la disobbedienza contro le pratiche autoritarie della Cgil; non rilanciamo le giuste politiche portate avanti fino ad oggi in applicazione di decisioni di tutto l’esecutivo.
Ho votato contro per mettere in chiaro le posizioni e per poter poi votare a favore.

Contromisure per la nostra deriva burocratica interna.

Noi dell’esecutivo nazionale abbiamo le nostre responsabilità alle quali non dobbiamo sfuggire per non cadere nel doppio errore della mancata analisi delle cause interne della crisi dell’Area e del grave pericolo di ripetere lo stesso errore: dobbiamo evitare la spirale della coazione a ripetere.
Le decisioni sono sempre state prese collegialmente, salvo casi sporadici, e dare tutte le responsabilità al portavoce è un tentativo, peraltro maldestro, di lavarsi la coscienza. Il clima che si respira oggi è sempre più pesante: le decisioni non vengono prese nell’esecutivo, dove arrivano già preconfezionate; la pubblicazione sul sito di documenti e prese di posizione è criticata e ostacolata se non risponde alle esigenze di una nostra ristretta oligarchia interna; i mezzi di comunicazione interni (liste di posta e gruppo WA), un tempo molto utilizzati, sono silenziati e non c’è confronto neanche quando si pubblicano posizioni collettive; si tenta una sorta di commissariamento strisciante di territori nevralgici, sebbene ancora presidiati da nostr* compagn*; si dichiara pubblicamente che chi non ha sottoscritto nessun documento il 12 maggio – ovvero chi non appartiene a nessun gruppo politico –  è fuori, senza diritto a nessuna rappresentanza (“Se vuoi essere rappresentato scrivi anche tu un documento!”); si tenta l’isolamento di chi non si apparenta agli attori principali delle due posizioni in campo. È evidente che anche noi siamo rimasti imprigionati dai mille lacci e laccioli tipici dei vertici burocratici e che abbiamo trascurato l’energia vitale che proviene dai posti di lavoro.
Non possiamo ripetere lo stesso errore, rischieremmo l’autoestinzione.
Durante una crisi è necessario, in particolare in un’Area come la nostra, gettare il cuore oltre l’ostacolo ed aprirsi a nuove esperienze ed a nuovi percorsi; è indispensabile cambiare strada senza timore; è fondamentale scrollarsi di dosso la polvere vecchia e cercare una nuova via; è decisivo non tornare sui propri passi. Ora, senza cedere a facili tentazioni di nuovismo e senza rinunciare alla nostra identità di sinistra sindacale, dobbiamo evitare le cause dei fallimenti delle varie sinistre sindacali negli ultimi 25 anni e dobbiamo far tornare i lavorator* a decidere, applicando quello che abbiamo proposto con forza al congresso.
Lo strumento già c’è e deve soltanto essere attivato: il nostro coordinamento nazionale.

Centralità dei posti di lavoro: il coordinamento.

I compagn* che ne fanno parte non sono stati mai convocati se non quando c’era l’assemblea nazionale, e le decisioni sono sempre state prese nella cerchia ristretta dell’esecutivo o addirittura nel fortino iperverticistico del gruppo ristretto formato da soli sette compagn*, oggi ridotti a quattro. Lì nel coordinamento occorre praticare una manutenzione sulla composizione, inserendo chi può portare le istanze e i punti di vista dei posti di lavoro, decidendo di rappresentare meglio tutti i settori produttivi a partire dalle grandi realtà, ma tenendo al centro anche chi rappresenta il precariato degli appalti, delle cooperative, dei call center e ormai anche dei posti un tempo considerati garantiti ma resi precari dal Jobs Act e dalla Fornero, pensionati e pensionandi inclusi; tutto questo va fatto lontano dalle ingerenze dei gruppi politici organizzati che hanno fatto tanto danno nel recente passato e che rischiamo di vedere di nuovo all’opera.
Una volta ricostruito il coordinamento è fondamentale imprimere una svolta vera sull’utilizzo che ne dobbiamo fare, ovvero farlo diventare il centro delle nostre discussioni e decisioni e relegare l’esecutivo ad una funzione del tutto marginale o perfino eliminarlo. Dobbiamo riunirlo spesso, dopo aver discusso e impostato il lavoro anche a distanza tramite posta elettronica e teleconferenze, per poi decidere senza la necessità inderogabile di essere sempre presenti in massa alle riunioni. Già la discussione nel coordinamento del 14 giugno a Bologna ha dimostrato quanto siano fertili e produttive le istanze di chi ancora vive a stretto contatto col mondo del lavoro rispetto alle asfittiche e claustrofobiche riunioni che abbiamo portato avanti per anni nell’esecutivo. Il nuovo coordinamento nazionale dovrà essere caratterizzato da discussioni preparatorie trasparenti e ampie e poi da decisioni più consapevoli e più direttamente aderenti alle realtà del mondo del lavoro che vogliamo e dobbiamo rappresentare.
Tutto questo è un imperativo e non soluzioni che potrebbero essere valutate.

Una traccia politica da sviluppare.

Insieme ad alti stiamo predisponendo un documento che in primo luogo lotti contro l’autoritarismo e la burocrazia interni all’Area e che rilanci i nostri temi politici fondamentali, con l’orizzonte di una conclusione unitaria dell’assemblea dell’8 luglio a partire da posizioni chiare e comunicate a tutti. Dobbiamo perseguire: l’unità che deve nascere dal confronto serrato sulle idee e non dagli apparentamenti slegati dal merito politico; il pluralismo che dia realmente voce a tutte le posizioni e sensibilità e non alle appartenenze a gruppi; la capacità di rappresentare le diverse sfaccettature del mondo del lavoro, dalla precarietà alle realtà lavorative classiche. Dobbiamo contrapporci alla contrattazione di restituzione sia nazionale che locale, a partire dal contrasto agli accordi sulla rappresentanza; unificare le lotte ovunque possibile, nei settori industriali con indotto e appalti, nei settori pubblici partendo dalle pesanti limitazioni provocate dai tagli ai bilanci, contro le privatizzazioni; coordinarci dappertutto con movimenti, comitati e sindacati di base, come abbiamo fatto in passato. Soprattutto dobbiamo dare una sponda a tutti quelli che, sul posto di lavoro, si battono contro la repressione che dilaga.

Giulio De Angelis
22 giugno 2016
g.deangelis@lazio.cgil.it

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