Parigi val bene una messa! A proposito di un’intervista a Landini.

di Eliana Como. 

Landini ha recentemente commentato in un intervista all’Huffington Post lo sciopero generale del 14 giugno in Francia e giustamente dice vive la France!

Ben venga, certo, che il segretario generale della Fiom guardi oggi alla Francia. Anche la segretaria generale della Cgil quel giorno ha fatto gli auguri ai lavoratori e alle lavoratrici francesi in sciopero. Aldilà degli slogan, bisognerebbe però essere più coerenti e conseguenti, tra quello che si predica (o si commenta) per gli altri paesi e quello che si decide, e si concretizza, nel proprio.

In primo luogo sarebbe utile riconoscere quanto è avvenuto in Italia, anzi, quanto non è avvenuto. Invece, tanto Camusso che Landini sorvolano abilmente sulle responsabilità del più grande sindacato italiano nel non aver fatto come in Francia. D’altra parte, quando scioperano gli altri, va sempre bene. A parole infatti essere tutte e tutti francesi  oggi  è facile. Peccato, peccato davvero, non esserlo stati nei fatti qui in Italia, quando sarebbe servito.

Nell’intervista all’Huffington, il segretario generale della Fiom riconosce in effetti le responsabilità della Cgil. Però soltanto con il governo Monti, quando la riforma Fornero passò in una notte, con appena 3 ore di sciopero. Testualmente dice: “L’errore lo abbiamo compiuto quando è caduto il governo Berlusconi nel 2011: abbiamo accettato che il governo Monti cominciasse a dare applicazione alla lettera della Bce compiendo il primo attacco all’articolo 18 e alle pensioni… Ora Renzi agisce su un terreno già arato”. Il problema, diciamo così, sarebbe stato l’antiberlusconismo, cioè il fatto che, pur di mandare via Berlusconi, si sia scelto di appoggiare o comunque non contrastare il governo Monti.

Non è così semplice. Non è cosi facile né per la Cgil né per la Fiom. Per una serie di ragioni.

1. Prima o poi dovremo affrontare il fatto che i governi di centro-destra in questi ultimi 25 anni non sono stati tanto peggio di quelli di centro-sinistra o di quelli tecnici. Perché spesso le leggi proposte dai primi sono poi regolarmente state approvate dai secondi, molto spesso anche grazie alla pace sociale garantita proprio dalla logica sempre fallimentare del cosiddetto meno peggio (pensioni 1995; grandi privatizzazioni come Telecom, Enel e Autostrade; precarizzazione con il pacchetto Treu, tagli alla scuola e al welfare nel 2006/2007, ecc).

2. Proprio Landini aveva sostenuto Renzi, nei primi mesi del suo governo, con un atteggiamento ammiccante nei confronti di quello che, secondo lui, avrebbe potuto essere un elemento di cambiamento nella politica italiana. Si può cambiare idea, certo, ma se si ricostruisce l’analisi bisognerebbe anche riconoscerlo.

3. Soprattutto, non si affronta il fatto che, dopo la mobilitazione dell’autunno del 2014 contro il jobs act, di fronte a una inedita e persino inaspettata spinta dal basso, la Cgil impose un clamoroso dietro front. Prima con uno sciopero generale fuori tempo massimo il 12 dicembre, poi decidendo nel direttivo nazionale (convocato soltanto il 18 febbraio, ben due mesi dopo lo sciopero!), che la lotta sarebbe proseguita solo con una vertenzialità territoriale e aziendale. Di fatto disperdendo nel nulla la mobilitazione e ogni contrasto al jobs act. Non si poteva certo andare avanti “di sciopero generale in sciopero generale”, come chiedevamo noi apparendo dei matti di fronte a tutto il resto del direttivo. No di certo! Quello si può fare soltanto in Grecia o in Francia, quando appunto sono gli altri a scioperare! Noi in Italia, il jobs act lo avremmo dovuto contrastare azienda per azienda, nella contrattazione di secondo livello, in quella territoriale e in quella nazionale. Quello che non eravamo riusciti a fermare tutti insieme ricascava in testa ai singoli, nelle aziende, nei territori, nelle categorie.

Il bilancio a più di due anni di distanza è sotto gli occhi di tutti. Altro che contrastare il jobs act nella vertenzialità diffusa! Non dico nelle aziende, che francamente era proprio impossibile, salvo alcune eccezioni (bravi sono stati alla GKN di Firenze i nostri compagni a riconquistare l’articolo 18 ante Fornero, ma appunto è una eccezione e più unica che rara). Ma soprattutto nei contratti nazionali, tanti dei quali sono stati firmati o sono in discussione in queste settimane. Quando e dove uno di questi contratti nazionali ha ottenuto condizioni che contrastano il jobs act? In quale vertenza nazionale il contrasto al jobs act è stato considerato un reale punto centrale delle piattaforme? Nessuna! Proprio nessuna! Compresa quella attuale dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche.

Ecco, è per questo che in Italia la peggiore contro-riforma pensionistica, la cancellazione dell’art.18 e il jobs act sono passati incontrastati e oggi siamo nei banchetti sui marciapiedi – più raramente fuori dalle fabbriche – per raccogliere le firme per i referendum e per la Carta dei diritti.

Si può pure guardare alla Francia. Anzi, bene che lo facciano, tanto la segretaria della Cgil che il segretario della Fiom. Ma nell’analisi e soprattutto nelle responsabilità bisogna essere rigorosi e poi, per conseguenza, coerenti. Il segretario generale della Fiom ha condiviso la linea sconclusionata e perdente di Susanna Camusso. Per questo, nel ricostruire l’analisi, non può tacere questi passaggi e le relative responsabilità.

Non basta allora, caro Landini, dire vive la France, se a suo tempo Parigi è valsa ben più di una messa! (cit. Enrico IV, quando abiurò la sua religione protestante pur di diventare re di Francia…)

 

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