Niente sarà più come prima.

Un contributo di Giulio De Angelis.

Le vicende che si sono rincorse nelle ultime settimane all’interno della nostra Area si lasciano dietro un quadro confuso, molte mezze verità e alcune proposte che sembrano nuove ma mantengono inalterate le gravi contraddizioni che ci hanno caratterizzato. Una severa autocritica, fatta a fondo senza cadere nell’autolesionismo, è una condizione non rinviabile e impossibile da eludere.
Di certo niente sarà più come prima, e negarlo significa negare l’evidenza.

NIENTE SARÀ PIÙ COME PRIMA.

La Fiom e la Cgil hanno sferrato l’attacco ed hanno colpito molto duramente, a cominciare dalle persone più rappresentative: i delegati che ancora lottano in Fiat, anche a rischio di essere licenziati, e il portavoce dell’unica realtà che praticava sistematicamente un’opposizione seria e rigorosa in Cgil, la nostra Area.
La nostra risposta è stata inadeguata.
La nostra Area si è sempre caratterizzata per la sua capacità di praticare un’opposizione determinata e decisa, attraverso pratiche molto combattive e visibili. Ma quando il gioco si è fatto duro questa capacità non è stata messa in campo.
Avevamo deciso: di ostacolare e rendere pubblica la deriva moderata della Fiom sul rinnovo del contratto; di continuare a sostenere con forza chi combatteva in fabbrica contro i modelli organizzativi della Fiat che sfiancano i lavoratori; di individuare noi, in piena autonomia, chi della nostra Area avremmo inserito nel comitato centrale Fiom e in tutti i direttivi. Tutto questo ha determinato una reazione così forte da lasciare alcuni di noi basiti e timorosi.
Era chiaro che accettando l’atto violento che ci tagliava le gambe e non mettendo in campo tutte le contromisure possibili, eravamo destinati ad essere definitivamente snaturati, ma nonostante questo a nulla è valso fare continui appelli per cercare di scuotere questi compagni dal torpore.
Sergio Bellavita continuava a voler restare in Cgil, ma sentiva l’Area che gli vacillava sotto i piedi.
Dopo quegli atti così gravi – dopo la dichiarata incompatibilità dei delegai e il licenziamento del nostro portavoce – la difesa del nostro diritto di mantenere le agibilità che avevamo al congresso era tutt’uno con la sopravvivenza della nostra Area: nessuna via di mezzo era possibile, nessun accordo senza questa garanzia era accettabile.
Invece, in modo prima strisciante e poi sempre più palese, la discussione è stata deviata ad arte su un punto che per un’Area come la nostra è sempre caldo, ed è quindi un ottimo pretesto per distogliere l’attenzione: discutere se rimanere o no in Cgil.
Dopo settimane in cui molti di noi si sono ritrovati ad analizzare gli avvenimenti sotto una certa ottica, risulta difficile considerare notizie così diverse, ma corrispondono al vero: il tema era solo la permanenza in Cgil.

DENTRO O FUORI DALLA CGIL.

Quando si fa un’analisi seria e libera non ci possono essere precondizioni di nessun tipo. Si parte dalla situazione politica, si decidono le azioni e solo alla fine si discute delle possibilità che ci sono in Cgil per esercitare fino in fondo le proprie scelte. Solo a questo punto si può decidere se rimanere o no dentro, altrimenti la scelta non è libera ed è conseguentemente debole, debolissima.
Se si fanno discussioni all’esterno dell’Area e dentro i partiti, poi necessariamente si condiziona il dibattito interno secondo scelte prese altrove. La doppia militanza sindacale e politica non è in discussione, ovviamente, e tutti noi possiamo fare le discussioni che vogliamo e dovunque vogliamo, su questo occorre essere chiari. Ma nessuno può prendere decisioni fuori dall’Area per poi riportarle all’interno già confezionate e quindi non più discutibili, e questo è successo per certo (ne ho riscontri diretti e sfido chiunque a provare il contrario) nelle principali formazioni politiche che hanno rappresentanti all’interno dell’esecutivo nazionale dell’Area. È successo esattamente questo. Il nostro dibattito interno, quindi, era viziato, non rappresentava libere opinioni e tagliava fuori chiunque non facesse parte di un partito o non volesse riconoscere quelle ingerenze, a prescindere dal merito.
Sergio Bellavita continuava a voler restare in Cgil, ma sentiva l’Area che non rispondeva più.
Abbandonato il merito, era chiaro che si sarebbero formati dei gruppetti per puntare alla presa di potere ai danni del mantenimento del nostro profilo politico di opposizione, cedendo rispetto ai vili ricatti della Cgil e della Fiom, a sacrificio di buona parte della nostra identità e perfino dei rapporti tra noi, bruciati sull’altare delle compatibilità interne.
La frase “chi colpisce uno colpisce tutti” non è uno slogan cameratesco, è il senso del mantenimento della forza interna di un gruppo il quale resiste agli attacchi che rischiano di sgretolarlo.
Cosa era cambiato rispetto all’azione di disturbo a La Sapienza a marzo e rispetto ai fischi a Landini mentre chiudeva l’attivo unitario della Lombardia sul rinnovo del contratto dei meccanici ai primi di aprile?

CHE COSA ERA CAMBIATO.

I partiti avevano deciso che le precondizione della permanenza in Cgil non era discutibile e che il portavoce doveva garantire che sarebbe rimasto a qualsiasi costo e senza porre condizioni e intanto facevano girare false notizie: Sergio avrebbe lasciato la Cgil e che cercava di portarsi appresso quanti più delegati e funzionari poteva; sarebbe stato pronto ad andare con la CUB e cercava di portarsi dietro qualcun con l’offerta di un pacchetto di distacchi; poi si cambiava versione e si vagheggiava di una costituente di sindacati di base, per poi dichiarare che il percorso era con l’USB (a forza di tentativi prima o poi ci si indovina); ancora: in una certa riunione Sergio, a domanda diretta, non era stato chiaramente a favore della permanenza in Cgil, ma qyella riunione non era avvenuta all’interno dell’Area, era una riunione di partito: perché avrebbe dovuto dare lì delle risposte?
Al contrario Sergio Bellavita voleva restare in Cgil anche se gli attacchi erano ormai personali e vedeva l’Area che gli si sfaldava intorno; infatti aveva già accettato, dietro richiesta dell’esecutivo nazionale e andando contro le sue convinzioni, di essere eventualmente ricollocato in Cgil nazionale, se la Camusso avesse scelto di garantire il pluralismo: avrebbe fatto un sacrificio personale per mantenere l’Area unita e non indebolita.
Dopo gli incontri con la segreteria nazionale, non c’era nessuna offerta seria sul piatto: la Cgil garantiva “un pacchetto di ore” a Bellavita in aggiunta a quelle che gli spettavano dai direttivi in cui era eletto ma non riconosceva pluralismo interno né alcun incarico: l’Area non aveva più diritto ad un portavoce con un incarico e Sergio Bellavita non doveva più rappresentare la Cgil.
Chi era ormai deciso a rimanere a tutti i costi inchiodato in Cgil ha iniziato a fantasticare.

FANTASIE.

Sergio può lavorare part-time e poi lo finanziamo noi in nero con la cassa si resistenza (che non abbiamo); avere un coordinatore che lavora in fabbrica è un valore aggiunto; sarà il nostro Besancenot; avere Sergio in fabbrica è un nostro punto di forza e ci dà un argomento in più per criticare la distanza degli apparati burocratici dai posti di lavoro; potremo definirci con ancora più ragione “un’altra cosa”.
È facile fare i forti con i muscoli degli altri, ma sfuggono due aspetti che invece vanno tenute a mente. La prima: non è mai esistito un portavoce piazzato a Corso Italia a non fare niente, pagato dalle quote tessera dei lavoratori per un incarico politico e per nulla sindacale, a maggior ragione nel caso dell’unica Area legittimata da un congresso con il solo documento alternativo presentato. La seconda, utile da ricordare a chi parla di coraggio sulla pelle degli altri: non abbiamo scelto noi di avere un portavoce in produzione ma ci è stato brutalmente imposto da Fiom e Cgil, e questo fa una differenza abissale, perché accettarlo significa cambiare definitivamente strada e profilo politico.
Altro che andare ostinatamente contro solo a parole.

IL 12 MAGGIO.

Sergio Bellavita voleva ancora rimanere in Cgil il giorno in cui ha aperto l’assemblea del 12 maggio a Roma, ma ha anche detto che voleva fare il sindacalista e che era inaccettabile, non solo per lui ma per chiunque volesse rappresentare un’Area di opposizione, non avere piena agibilità ed essere relegato in un “reparto confino” del sindacato; quindi serviva una presa di posizione forte, uno scatto d’orgoglio che rimettesse tutti noi sui giusti binari, altrimenti tutte le strade erano percorribili, anche quella di andare con un altro sindacato; ma la prima opzione era ancora la permanenza in Cgil.
Come è possibile andare avanti senza porsi dei quesiti e senza mettersi in discussione quando se ne vanno compagn* che hanno costituito l’ossatura di questa area, l’hanno fatta vivere e poi l’hanno animata – perché senza di loro sappiamo bene che non ci sarebbe stata – ed hanno sostenuto e indirizzato tanti altri compagn* in tutta Italia?
Chi crede che perdere la rappresentanza a Termoli e a Melfi sia un semplice incidente di percorso e non vuole capire che è in realtà un terremoto devastante?
Chi si illude che da ora in poi la Cgil non produrrà più i suoi attacchi oppure che saremo in grado di fronteggiarli come prima, dopo aver dimostrato la nostra incapacità di reagire?
Quant* compagn* insostituibil* hanno fatto scelte fuori dall’Area! Stefania Fantauzzi e Mimmo De Stradis e tutti i delegati che loro rappresentano in Fiat, quelli che hanno realmente ostacolato le vessazioni di Marchionne; Claudio Amato storicamente anima critica della Fiom, e adesso anche Christian De Nicola che ne aveva raccolto l’eredità; Leonardo De Angelis sempre avanti nelle lotte con la sua RSU e anche organizzatore della cassa di resistenza sul suo posto di lavoro, una delle poche esistenti in Italia; Mario Maddaloni e la sua passione sulle politiche sindacali e sulle vicende della Napoletanagas e della Filctem: candidato pochi giorni fa RSU con l’USB – prima inesistente sul suo posto di lavoro – ha portato quel sindacato al secondo posto a pochi voti dal primo; Antonello Colaiacomo che ha costituito in Atac – nella più grande azienda di trasporti d’Europa – il primo coordinamento realmente operativo coi sindacati di base, che dichiara scioperi e lotta per la democrazia; Giuliana Righi impegnata in un territorio difficile come Bologna; Giuseppe Tiano e Maria Pia Zanni, ognuno nel suo modo rappresentativi del nostro sud martoriato che però si organizza e lotta. E l’emorragia non è ancora finita.
E poi Sergio Bellavita, un quadro operaio, un contrattualista e un sindacalista vero, uno che coglieva sempre il merito e sapeva fare sintesi, e non prendeva le decisioni da solo come invece hanno fatto molti suoi predecessori della sinistra sindacale. E sapeva prendere le sue responsabilità ed anche esporsi con coraggio per difendere chi ne aveva bisogno. A sentire i sottoscrittori dei documenti tutto questo non è altro che un incidente di percorso, compagni che sbagliano.

COSA FARE ADESSO.

Sarà difficile riprendere un percorso così bruscamente interrotto, ma nessuna scorciatoia sarà possibile: occorre partire da un’analisi critica e autocritica di quello che è successo per poter dare un forte impulso alla nostra azione ed abbandonare le strade sbagliate del passato, a cominciare dalle tentazioni burocratiche che abbiamo interiorizzato.
È stato un grave errore rinchiuderci all’interno del fortino dell’esecutivo nazionale e lasciare che le istanze dei lavoratori arrivassero alla nostra discussione solo tramite i referenti che ne facevano parte, ognuno a gestire rapporti ed a filtrare informazioni fino a credere di avere una sorta di diritto intoccabile di rappresentanza dei “propri” delegati ed attivisti; è stato sbagliato non convocare il coordinamento nazionale, unico nostro organismo interno realmente legittimato a prendere decisioni; non dobbiamo più tentare di diluire le differenze proponendo mediazioni tra politici invece di rendere centrali i protagonisti delle lotte e delle varie resistenze: in questo modo è stato rafforzato il frazionismo, indebolito il pluralismo e creato un forte distacco con chi avevamo dichiarato di voler mettere al centro delle nostre azioni e decisioni: le lavoratrici e i lavoratori.
Al momento nell’esecutivo nazionale hanno diritto di rappresentanza solo quelli che hanno sottoscritto un documento di quelli presentati il 12 maggio, nessuno rappresenta chi è libero dalle ingerenze dei partiti.
La bozza presentata per il coordinamento nazionale del 14 giugno, oltre ad alcuni punti di programma e a dire che chi è uscito dall’Area ha sbagliato, non risponde per nulla alla necessità di cambiare rotta rispetto alle pratiche autodistruttive del passato, anzi le rafforza quando propone percorsi che apparentemente rendono protagonisti tutti tramite cicli di assemblee e di discussioni ma che in realtà sono riproposizioni burocratiche degli errori commessi, una sorta di mini congresso interno che punta a rafforzare l’esecutivo nazionale e chi può contare sulla rete del suo partito esterna all’Area.
Occorre allargare i gruppi di discussione e non stringerli, coinvolgere e non filtrare, aprire e non chiudere, altrimenti “Il sindacato è un’altra cosa” sarà soltanto la penombra di quello che era, destinata ad estinguersi per consunzione.
In questa fase, per ripartire, ci deve essere più un canovaccio e uno schema che un documento dettagliato, per permettere la discussione dal basso e per arrivare in autunno a prendere tutte le decisioni che dovremo prendere.
Insieme ad alti stiamo presentando uno schema di documento, che vogliamo leggero per riempirlo con le proposte dei lavoratori, che lotti contro l’autoritarismo e la burocrazia interni all’Area (unico modo per poter poi contrastare a viso aperto gli atti di forza antidemocratici e contro il pluralismo della Cgil) e che rilanci i temi politici per noi sempre attuali: contrapposizione alla contrattazione di restituzione sia nazionale che locale, a partire dall’accordo del 10 gennaio 2014 e dall’accordo sulle relazioni industriali del 14 gennaio 2016; unificazione delle lotte ovunque possibile, nei settori industriali con indotto e appalti, nei settori pubblici partendo dalle pesanti limitazioni provocate dai tagli ai bilanci e contro le privatizzazioni; coordinamenti con movimenti, comitati e sindacati di base ovunque, come elemento caratterizzante della nostra azione, stando attenti a non incorrere nelle trappole sanzionatorie interne ma senza abbassare la testa di fronte agli atti di forza della Cgil; partecipazione alla campagna referendaria in atto (per quanto non sia quello il modo di lottare che consideriamo efficace), dando priorità al referendum costituzionale e contro la legge truffa dell’Italicum ed ai quesiti che possono realmente incidere sul mando del lavoro (ad esempio sull’articolo 18, contro i voucher e contro la buona scuola). I temi sono quelli a noi cari da sempre a sinistra, ma è il metodo che deve cambiare radicalmente.
In ultimo, e solo alla fine, discuteremo anche di strutture decisionali e di chi dovrà farne parte, ma soltanto dopo aver posto le basi per un reale rilancio de “Il sindacato è un’altra cosa” e dopo aver messo in discussione tutto il gruppo dirigente nazionale, senza le cooptazioni e i nepotismo che tanto critichiamo alla maggioranza.
Giulio De Angelis
g.deangelis@lazio.cgil.it
13 giugno 2016

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