Proseguire la nostra lotta in un cammino comune

Cercando insieme la nostra strada. Per un'opposizione di classe in CGIL, per un'area plurale e democratica.

La protesta fuori da un deposito di carburanti a Douchy-Les-Mines - 25 maggio 2016 (FRANCOIS LO PRESTI/AFP/Getty Images)

di Eliana Como e Luca Scacchi.

Abbiamo appreso dai social di un’assemblea nazionale del documento di cui sono primi firmatari i compagni Brini, Grassi e Iavazzi (11 giugno a Parma). Rispettiamo tale scelta. Anche se non la condividiamo e se avremmo preferito esserne informati prima, almeno nell’esecutivo del 23 maggio. In quell’occasione infatti abbiamo insistito a lungo perché si convocasse quanto prima un’assemblea nazionale, per segnare pubblicamente l’impegno a continuare la lotta in CGIL e per coinvolgere tutti i compagni e le compagne, senza chiudere il confronto. Quell’assemblea è stata poi decisa a maggioranza, l’8 luglio a Firenze, con le forti perplessità proprio di Mario e Paolo che, con altri, hanno sostenuto a lungo la posizione di rinviarla all’autunno.

Diciamo da subito che noi non abbiamo intenzione di convocare un incontro nazionale del nostro documento, che insieme ad altri abbiamo presentato il 12 maggio. Quel testo raccoglieva valutazioni espresse da tempo in esecutivo e annunciate diverse settimane prima. Il 12 maggio, la discussione sulle prospettive dell’area non era più rinviabile. A poche ore dall’uscita di Sergio, Maria Pia e Stefania, di fronte a un’evoluzione possibile e da tempo segnalata (seppur sempre sotto traccia), sentivamo la responsabilità di chiarire le nostre differenze. Se non lo avessimo fatto, l’annuncio dell’uscita dalla CGIL del portavoce, di 2 componenti del Direttivo nazionale, della RSA più votata in FCA (Termoli), avrebbe forse rischiato di travolgere questa nostra esperienza.
Per noi era necessario costruire un argine, contro lo sbandamento che poteva innescarsi per quella scelta e per le modalità di quella scelta. Nella relazione e nelle conclusioni del 12 maggio si avanzavano posizioni che non condividevamo: l’individuazione nel distacco del portavoce di un elemento imprescindibile dell’area, della sua legittimità e della sua sopravvivenza; l’inevitabilità della chiusura degli spazi politici di opposizione; l’intenzione di voler proseguire la propria lotta oltre la CGIL. D’altra parte, Sergio e altre compagne sono usciti immediatamente dopo la comunicazione della segreteria confederale che quel distacco non sarebbe stato garantito, ritenendo insufficiente la proposta di permessi “per svolgere il ruolo di coordinatore” (sino anche al 100% del tempo di lavoro) e dei necessari strumenti (ufficio, telefono, rimborsi). Abbiamo appreso solo dopo, da comunicati di altri esponenti dei sindacati di base, che l’approdo sarebbe USB, un mondo per noi altrettanto difficile e poco propenso al riconoscimento del confronto democratico. Questo non ci impedisce di sperare sinceramente che riescano a trovare anche lì la possibilità di proseguire il loro impegno sindacale e di poterli incontrare ancora nelle prossime lotte.
Ma tanto più di fronte a questo esito, pensiamo che il nostro documento fosse un argine: una dichiarazione pubblica, sottoscritta da tante compagne e compagni, che riconosceva l’involuzione autoritaria di FIOM e CGIL; che non arretrava rispetto alle posizioni prese; che indicava la necessità di battersi sino in fondo contro questa deriva; che tracciava alcune linee di intervento nel protagonismo dei delegati e nella ricomposizione delle lotte, nel contrasto all’impostazione contrattuale e nella ricostruzione di una mobilitazione generale.

Nell’esecutivo del 23 maggio non abbiamo però riproposto quel documento, né appunto pensiamo che da oggi si apra una fase in cui ognuno cammina per sé, con i suoi documenti e le sue assemblee. Non perché non crediamo più attuali, o corrette, quelle posizioni. Ma pensiamo che, dopo le tensioni degli ultimi mesi e gli atti repressivi che abbiamo subito, ora sia necessario sviluppare un confronto più ampio possibile e capire insieme come condurre l’opposizione in CGIL.

Perché siamo un area plurale. Con più punti di vista, sensibilità e analisi, che non si limitano nemmeno alle appartenenze politiche. Noi stessi ne abbiamo diverse, ma questo non ci ha impedito di convergere su una posizione comune (e non ci ha impedito peraltro di differenziarci da chi è iscritto alle nostre organizzazioni, ma ha compiuto scelte diverse). Ad esempio, diverse realtà (particolarmente dove abbiamo un’influenza in singole unità produttive) da tempo sottolineano l’importanza del radicamento, nelle grandi fabbriche ma non soltanto. Sottolineano cioè la centralità delle soggettività che si esprimono nelle lotte, della ricomposizione delle concrete esperienze di resistenza. Perché individuano nella costruzione di rapporti di forza, in una pratica sindacale focalizzata sui bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unica prospettiva di un’opposizione di classe. E misurano conseguentemente l’utilità della nostra area nella capacità concreta di sostenere questa dinamica, non nelle posizioni che essa sviluppa. E’ un’angolazione, tra le tante che abbiamo, che sinora ha fatto fatica a emergere nel nostro dibattito. Questa, come altre, crediamo sia fondamentale che ritrovi attenzione tra noi.

Perché siamo un’area sindacale. Ci siamo formati nel percorso congressuale, riprendendo i fili della rete28aprile e cercando di allargarli. Abbiamo conquistato il consenso di 42mila lavoratori e lavoratrici. Abbiamo coagulato centinaia di delegati e delegate. Abbiamo eletto componenti nei comitati degli iscritti, nei direttivi e nelle assemblee generali. Abbiamo addensato migliaia di attivisti in questi diversi livelli, gli abbiamo dato voce con il sito, abbiamo provato a organizzarli nelle categorie e nei territori. Ma non siamo un‘organizzazione. Non abbiamo un tesseramento, non abbiamo forme precise di appartenenza. Non abbiamo quindi militanti, secondo regole codificate o anche solo condivise. Non a caso non abbiamo mai avuto un’omogeneità di comportamento: appartiene all’area chi sente di appartenere all’area. Certo, ci siamo dati un minimo di regole. Abbiamo dei coordinamenti nei territori e nelle categorie, utilizzando come criterio per formarli i delegati e le delegate dei congressi, gli eletti nei rispettivi organismi dirigenti, un parziale riequilibrio se necessario (settori assenti). Su questa base, abbiamo un coordinamento nazionale e un esecutivo. Senza rappresentanze, ma decidendo che in questi organismi, a tutti i livelli, si possa definire l’orientamento generale anche a maggioranza (se necessario). Quello che ci fa stare insieme è infatti la condivisione di un percorso, l’opposizione in CGIL e la necessità di riprendere il conflitto di classe.

Il punto non è imporre una sintesi generale tra le diverse articolazioni della nostra area, tendenza risolta in passato, forse inevitabilmente, forse inerzialmente, con forzature più o meno leaderistiche, che più volte hanno lasciato cicatrici. Per questo riteniamo utile affermare la pluralità di voci in quest’area, con l’obiettivo di individuare un cammino comune nella chiarezza delle diverse posizioni. In un’area sindacale possono convivere percorsi diversi, che attraverso un comune denominatore e regole condivise, possono percorrere un cammino collettivo. Anche per questo riteniamo utile superare anche la logica verticistica che forse abbiamo ereditato dal passato e dalle prassi della CGIL, ritenendo più utile pensare alla costruzione di un gruppo dirigente plurale e collegiale. Certo, per fare questo c’è bisogno di ridefinire anche regole e modalità di convivenza.
Anche per questo noi non convochiamo nessuna assemblea che sia di un solo documento, e lavoriamo alla piena riuscita dell’assemblea nazionale dell’area, l’8 luglio a Firenze. Un appuntamento nel quale ognuno abbia modo di dire quale è la propria prospettiva. Provando comunque a costruire un minimo comune denominatore, politico e metodologico.
Per noi l’analisi del documento del 12 maggio resta la base di partenza per un ragionamento comune. La nostra direzione resta quella che abbiamo scritto, ostinata e contraria. Ma pensiamo di poter andare oltre, confrontandoci con tutte e tutti, nel modo più inclusivo e chiaro possibile. Sta anche nella capacità di confrontare i propri punti di vista e di farli convivere, nella trasparenza e nella coerenza delle posizioni che si assumono, che si svilupperà una più forte opposizione di classe in CGIL.
Questo è il nostro intento. Ci auguriamo che sia quello di tutte e tutti e che si provi davvero a costruire un percorso comune e a superare la logica di chi pensa sia sufficiente camminare per la propria strada.

Eliana Como e Luca Scacchi

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