Il bonus bebè? Anche no, grazie!

articolo di Eliana Como

La questione demografica fu uno degli aspetti con cui il regime fascista, in chiave nazionalista, impose il suo potere autoritario – nella forma del controllo statalista – tanto sul problema della diversità etnica quanto su quello – considerato più grave – della emancipazione femminile. E’ vero che il tasso di emigrazione era elevatissimo e l’arretratezza del sistema capitalistico italiano portava di per sé a pensare di dover compensare la scarsità dei capitali con il numero di braccia da sfruttare, ma il tasso di fertilità era comunque tra i più alti d’Europa e le misure di sostegno alle nascite e alle famiglie numerose erano principalmente motivate proprio da una ragione culturale: controllo della razza, appunto, e controllo delle donne, il cui ruolo sociale doveva essere ridotto alla sola funzione riproduttiva per la potenza della nazione.
Nessun paragone, ci mancherebbe altro. Però è bene ogni tanto ricordare la nostra storia, non proprio lontanissima.

E a sentire parlare in toni propagandistici di possibilità del raddoppio del bonus bebé da parte del governo Renzi, della “famiglia come priorità” e della necessità di sostenere la maternità, per recuperarne il suo “prestigio sociale” (parole della ministra Lorenzin!) un po’ viene in mente, con le dovute differenze, il neo-paternalismo del secolo scorso e lo stereotipo cristallizzato della donna cui lo Stato dà soldi per fare figli. Come se il problema per le donne che lavorano fosse soltanto quello economico (certo, anche quello!) e non piuttosto la scarsità di occupazione, la precarietà e la ricattabilità sui posti di lavoro, la strutturale mancanza di servizi pubblici di assistenza all’infanzia e ça va sans dire l’innegabile scarsissima condivisione dei ruoli di cura tra uomini e donne.
Il bonus bebé peraltro – a differenza degli 80 euro in busta paga – è già oggi legato all’Isee, cioè, guarda caso, all’ammontare del reddito familiare. Insomma, proprio non è una misura che mette al centro le esigenze delle donne in quanto tali, aiutando chi sceglie di essere madre a vivere con meno affanni questa condizione. Da questo punto di vista, le dichiarazioni della Lorenzin sulla santità della famiglia non lasciano dubbi.
In ogni modo, in una nota la segretaria generale della Cgil dichiara che “una politica che sostiene la condizione delle donne attraverso i bonus non è sufficiente”. Io penso che non soltanto non sia sufficiente ma sia proprio sbagliata. Anche perché il bonus bebé non è che una manovra propagandistica del partito del family day e se passasse sarebbe prevedibilmente ripagato da altri tagli, in aggiunta a quelli che la sanità pubblica ha già avuto, per mano di questo governo e proprio della sua ministra Lorenzin. A proposito, la ministra ha anche parlato della questione “più sanitaria della fertilità”, perchè secondo lei bisognerebbe “prevenire i problemi che impediscono di fare i figli”. Bella faccia tosta detto da una ministra che ha usato la mannaia sugli esami per i controlli di prevenzione!
Detto tutto questo, il punto è anche che ogni volta che diciamo che le donne – più ancora degli uomini – sono malpagate, precarizzate e ricattate, bisogna anche che ricordiamo quali sono le colpe del più grande sindacato italiano nel non aver difeso fino in fondo l’articolo 18 e ceduto al Jobs act senza nemmeno provare a contrastarlo. Perché davvero, la storia va ricordata sempre, sia quella lontana che quella recente. Quello che vogliamo – e che la Cgil non dice – è che quei diritti, persi senza lottare fino in fondo, vanno riconquistati! Nelle piazze, non sulla Carta.

E al governo lo si dica con chiarezza: il bonus bebé se lo tengano per il prossimo family day! Noi vogliamo welfare e diritti!

Eliana Como

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