Gkn. Rilanciare la sinistra sindacale dai luoghi di lavoro

Dario Salvetti e Matteo Moretti rsu Fiom GKN Firenze

Mandando questo intervento scritto che avevamo preparato per l’assemblea nazionale dell’area del 12 maggio e che è stato la base per il nostro intervento nel dibattito lì svolto, dichiaramo anche la nostra adesione al documento “Contro la repressione, per il pluralimo e il rilancio dell’opposizione di classe in Cgil. Ricomponiamo le lotte e riprendiamo la mobilitazione generale”, prima firmataria Eliana Como.
Riteniamo che con la sua uscita dalla Cgil il compagno Bellavita commetta un grave errore prestandosi esattamente al gioco della maggioranza Cgil.

Né il licenziamento di Sergio Bellavita, né la dichiarazione di incompatibilità di 17 delegati del gruppo Fca sono fatti riconducibili alla sfera personale.
Le misure disciplinari e organizzative recentemente prese dal gruppo dirigente Cgil e Fiom non danneggiano dei singoli individui, né una singola area sindacale. Esse attaccano dei principi, creano dei precedenti. Ed è su questo che è necessario focalizzarsi.

Bellavita è licenziato senza nessun’altra motivazione che l’aver criticato la linea decisa a maggioranza dagli organismi dirigenti. Siamo quindi alla teorizzazione del ruolo puramente esecutivo, di gestione della linea, del funzionario. E alla negazione di conseguenza del suo ruolo politico. Dall’altro lato, si usa il pretesto del comitato di lotta Fca per attaccare dei delegati che hanno svolto azioni, come la proclamazione di uno sciopero, che rientrano pienamente nella loro titolarità. E’ del resto lo spirito del “Testo unico sulla rappresentanza”.

Ruolo politico del funzionario – e quindi esistenza di funzionari di minoranza- e titolarità e poteri del delegato di fabbrica: questo è il punto. E’ su questo che avremmo dovuto focalizzare da subito la nostra attenzione e la nostra campagna.

Tuttavia è bene capire la portata, il significato e lo scopo dell’attacco che ci viene mosso. Non dobbiamo vedere solo l’ignobile autoritarismo della burocrazia, ma anche la sua profonda debolezza.

Decapitando l’opposizione interna, Landini e Camusso compiono un gesto volutamente esemplare. Compiono una provocazione il cui scopo evidente è quello di far precipitare la discussione nella minoranza sindacale, facendo sorgere ad un polo del nostro dibattito una posizione scissionista e all’altro il sospetto che chi rimane a fare opposizione lo faccia per ragioni di comodo e all’interno di un recinto ben delineato.

La loro operazione giunge perciò a successo non con il licenziamento del compagno Bellavita in sé e per sè, ma con  il nostro avvitarsi in una discussione dai contorni poco chiari sulla permanenza in Cgil.

Intendiamoci: discutere di uscire dalla Cgil non è un tabù. E non ne vogliamo di certo farne un feticcio. Ma tale discussione non può essere dettata dal grado di agibilità che ci viene concessa da Landini o Camusso. Il grado di repressione esercitato dalla burocrazia sindacale è un fattore da tenere in considerazione quando si sceglie di militare in questo o quel sindacato. Ma non è l’unico. E di certo nemmeno il più importante.
E’ una scelta che discende dalle prospettive: è possibile che lo scoppio di futuri movimenti di massa non finisca per attraversare e coinvolgere un sindacato di massa come la Cgil?

Per quanto la degenerazione dell’apparato si sia spinta molto in là, per quanto la burocrazia sindacale provi in tutti i modi a basarsi sugli enti bilaterali e fondi integrativi, per quanto la nuova generazione dei funzionari sia prelevata direttamente dalle università o da meccanismi di clientela e manchi di qualsiasi esperienze e capacità di coinvolgimento dei luoghi di lavoro, difficilmente lo scoppio di un movimento alla francese vedrebbe la Cgil, ed in particolare la Fiom, restare immobile ai margini.

Del resto basterebbe porsi la domanda: perchè Camusso e Landini ci attaccano? Non di certo per la nostra attuale forza e per le nostre dimensioni. Un’area del 3% non rappresenta di certo un pericolo immediato. Ci attaccano perché la crisi di strategia dei vertici Cgil è tale da non poter sopportare nemmeno una voce critica.

Temono in effetti non quello che siamo oggi, ma l’opposizione che potrà nascere domani. Temono il collegamento potenziale tra le nostre idee e lo scontento che spesso confusamente si va accumulando tra i lavoratori quando ad ogni passaggio, vertenza, campagna o rinnovo contrattuale, la burocrazia sindacale mostra la propria inefficacia, la propria inadeguatezza.

Da questa inadeguatezza discende una perdita di autorevolezza dell’apparato, una flessione del suo consenso, ma non di certo un crollo generalizzato del sindacalismo confederale. Lo dimostrano i dati dei rinnovi Rsu o i recenti scioperi del commercio o del pubblico impiego.

Fino a ieri c’era chi vedeva soltanto la rottura tra Landini e Camusso, tra la Fiom e Marchionne, tra la Cgil e il Pd. Ne discendeva l’idea unilaterale di una Cgil permanentemente costretta a radicalizzare lo scontro, a condurre una lotta all’ultimo sangue contro il Jobs Act, di una Fiom costretta a basarsi sulla pura militanza operaia in Fiat alla stregua di un Cobas. Una visione che non prevedeva né un possibile riavvicinamento tra Landini e Camusso, né l’esistenza di una linea di conciliazione tra alcuni settori della classe dominante e i vertici confederali.

Il livello di attacco a cui è sottoposta la Cgil non determina solo la necessità da parte della struttura di rispondere con qualche forma di mobilitazione. Determina anche un aumento del suo grado di codardia, di viltà. Ne nasce un tentativo disperato di conciliazione con il padronato che sfiora il grottesco, che sfida le leggi di gravità. Le categorie, Fiom in testa, sono alla ricerca spasmodica di qualsiasi cosa da firmare, purché ne discenda un qualche riconoscimento del loro ruolo “ai tavoli”.

Ma commetteremmo lo stesso errore di unilateralità se oggi vedessimo solo questo aspetto. Non siamo di fronte ad un processo solido, privo di contraddizioni. Non siamo al ritorno in grande stile della concertazione. Nè il Pd né il padronato ne hanno alcuna intenzione. Non lo permette la situazione economica. Sballottata, priva di strategia, la burocrazia sindacale scopre  ad ogni nuovo tentativo di accordo, che l’asticella si è alzata. Non vuole guerra, ma non trova da far pace.

Si dica lo stesso per i rapporti interni alla struttura. Non sarebbe la prima volta che si giunge ad un congresso unitario tra le principali anime burocratiche della Cgil per poi vedere cinque minuti dopo lo scoppio delle peggiori guerre intestine. Il restringimento dei margini economici e di manovra del sindacato confederale non possono che determinare una guerra a bassa intensità tra le diverse correnti per dividersi una torta che va restringendosi. E’ difficile su queste basi che il vertice riesca ad imporre una stretta autoritaria a tutti i livelli. Difficilmente un apparato diviso e privo di autorevolezza riuscirebbe a condurre una caccia alle streghe in grande stile, arrivando a generalizzare il giudizio di incompatibilità a tutti i delegati critici.

E pur tuttavia un problema di agibilità interna alla Cgil si pone. Si pone in conseguenza del Testo Unico sulla Rappresentanza. Si pone in conseguenza del caso degli incompatibili e del licenziamento di Bellavita.

Ma a questo problema di agibilità si può e si deve reagire con un rilancio dell’area che superi i limiti avuti fin qua dalla nostra azione. Non possiamo pensare che la costruzione dell’opposizione in Cgil discenda dagli spazi che ci vengono concessi. Non possiamo pensare che essa sia un semplice esercizio di “denuncia”, di posizionamento nel dibattito congressuale o degli organismi dirigenti. Oggi più che mai il baricentro va spostato nei luoghi di lavoro, laddove si deve dispiegare la nostra autonomia e capacità di autorganizzazione a prescindere dai dettami della struttura.

Per fare questo è necessario superare anche una struttura dell’area che oggi appare più un “intergruppo politico” che un luogo di organizzazione e promozione del conflitto sindacale.

A riguardo ci sentiamo di avanzare le seguenti proposte:

– è necessario un censimento dell’area: in quali aziende siamo presenti? In quali organismi? Con che funzioni? Dove siamo in segreteria e con che ruolo? Quanti funzionari abbiamo e con che funzioni?

– l’esecutivo va affiancato da un gruppo di coordinamento che veda al proprio interno le principali esperienze aziendali che compongono la minoranza sindacale

– rafforzare la stesura e la creazione di un periodico dell’area con l’obiettivo di una sua diffusione nei luoghi di lavoro

– convocare un’iniziativa nazionale degli incompatibili che metta a fuoco la nostra presenza in Fiat e stili una proposta di piattaforma programmatica (salario, ergonomia, rientro nel contratto nazionale ecc.) da propagandare e su cui raccogliere consensi all’interno di tutte le aziende Fca e dell’indotto

– sviluppare una critica puntuale, con una nostra piattaforma programmatica, sugli attuali rinnovi contrattuali a partire da quello dei metalmeccanici.

– sviluppare una campagna per il sindacato democratico e partecipativo che si opponga al testo unico sulla rappresentanza e che ponga al suo interno il problema del controllo e della nomina dei funzionari e dei delegati

– sviluppare una campagna contro il welfare aziendale, enti bilaterali e sanità integrativa. Il tema della sanità è in questo momento cruciale in molti luoghi di lavoro e rinnovi contrattuali.

Dario Salvetti, Matteo Moretti (Fiom Gkn Firenze)

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